L’Eremo di Sant’Antonio della Palanzana, al centro in questi giorni di dolorose notizie e che questo giornale sta di nuovo raccontando ripubblicando giorno per giorno gli scritti su di esso della sua rifondatrice, Tommasina Alfieri, fu per mezzo secolo, da quando ella lo acquistò e rifondò nel1964, fino a un decennio dopo la sua morte, sopravvenuta nel 2000, l’immagine più significativa della sua “ecologia del cuore”. Con questa espressione Edoardo Carlo Prandi conclude il suo nuovo libro, in via di pubblicazione, “Dove c’è l’essenziale. Il magistero spirituale di Tommasa Alfieri”. Nel libro, che segue e in qualche modo completa il precedente “Il nuovo della sostanza. Tommasa Alfieri e la sua Opera” del 2015 –  basato soprattutto sulle testimonianze di quanti la conobbero bene – Prandi fa attraverso l’esame degli scritti e delle registrazioni di interventi della Alfieri una nuova e importante ricognizione dei punti più significativi degli insegnamenti spirituali di questa figura luminosa del laicato cattolico del Novecento.

Tommasa Alfieri pH Laura Ciulli
Tommasa Alfieri

Il termine laicato merita di essere sottolineato.  Nel suo testamento, Alfieri indicava in primo luogo come erede un’associazione all’uopo costituita e intitolata al proprio padre e a lei, l’Associazione Vittorio e Tommasina Alfieri,  e come alternativa in caso di rifiuto indicava come coeredi cinque persone, cioè i fondatori dell’associazione stessa, tutti membri della sua Opera, impegnandoli a costituirsi in ente morale con lo stesso nome di tale associazione e soprattutto a “… promuovere, continuare e sviluppare l’opera da noi già svolta nel campo della formazione spirituale, assistenza morale e materiale nei confronti del laici in genere; promuovere opere di volontariato e apostolato; prestare in modo continuativo servizi per bisognosi per la soddisfazione delle loro necessità materiali e morali….”. Del resto questi erano gli scopi indicati per l’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri.

Sì: sul fatto che l’opera e l’intera vita di Tommasina alfieri fossero laicali e per il laicato non possono sussistere dubbi.

Tommasa Alfieri
Tommasa Alfieri

Dopo la morte della Alfieri nel 2000 (e quella due anni dopo di mons. Giacomo Loreti, l’ultimo assistente ecclesiastico dell’Opera e una delle cinque persone indicate nel testamento) tre degli altri quattro discepoli indicati nel testamento della Signorina, come veniva comunemente chiamata, avvertirono forse il peso del loro compito e vinsero l’opposta determinazione del quinto offrendogli in cambio delle sue dimissioni il comodato vitalizio dell’Eremo (dove risiedeva da quarant’anni, unico a vivervi e a curarlo in permanenza) certificando il tutto con una scrittura privata.

Eremo Sant' Antonio Viterbo
Eremo di Sant’ Antonio

Preso atto che l’eredità della fondatrice – spirituale prima ancora che materiale – questi accettò, deciso a salvaguardarla. Poco dopo nell’associazione proprietaria riuscirono a entrare cinque persone, guidate da un prete, che non avevano mai conosciuto Alfieri, e ne presero il controllo. Subito avviarono azioni legali per riprendersi l’Eremo, riuscendovi nel 2012 dopo che in tribunale non venne tenuto conto della scrittura private né tantomeno delle volontà testamentarie della Signorina.

Nel suo nuovo libro Prandi scrive che nel 1995 «… permanevano due visioni molto diverse sull’opera di Alfieri, una rappresentata da (…) coloro che avevano conosciuto la signorina Tommasa e avevano lavorato con lei ancora in vita – e ai quali si deve il prezioso lavoro di pubblicazione e divulgazione attraverso la rivista Sosta e ripresa e le diverse pubblicazioni realizzate in questi anni; l’altra visione era rappresentata da coloro che avevano assunto la conduzione dell’Opera Familia Christi portandola, dopo pochi anni, alla sua soppressione da parte dell’Autorità ecclesiastica». Di conseguenza, continua Prandi, «… eravamo ancora in un clima di “urgenza” e la pubblicazione de Il nuovo della sostanza rispondeva alla necessità di esplicitare il più possibile il corretto profilo della fondatrice di Familia Christi, alla luce di alcuni fondamentali documenti d’archivio che erano rimasti custoditi da coloro che l’avevano frequentata in tanti anni. L’urgenza era dettata dalla grave divisione tra chi conservava questa memoria storica e chi, prendendo possesso dei beni e della conduzione dell’Opera, ne aveva gravemente alterato la natura».

Foresteria Eremo di Sant' Antonio
Foresteria Eremo di Sant’ Antonio

Tra i beni in questione – tutti di proprietà personale di Alfieri –  c’era appunto l’Eremo (oltre alla palazzina di Roma dove Alfieri abitava, che venne alienata, ma la cui vicenda non trova posto in questo articolo). Nel frattempo quel vero e autentico erede della Signorina aveva fondato la nuova associazione Amici della Familia Christi con la quale sforzarsi di trasmetterne il patrimonio magisteriale e spirituale.

Scrive ancora Prandi: «Un insegnamento spirituale, ecclesiale e umano di grande autorevolezza, questo intendiamo per magistero (…) L’intento di Sosta e ripresa così come il nostro in questo libro è quello di preservare e trasmettere la memoria di una testimonianza genuina e solida di fede cristiana capace di nutrire ancora oggi le persone desiderose di crescere nella loro vita spirituale». In questo sforzo resta impegnata Sosta e Ripresa, che da Tommasa Alfieri fu fondata. Proprio a questo scopo la direzione di questo Giornale continuerà a pubblicare nei prossimi giorni Parole dall’Eremo.

Tommasa Alfieri, pH Laura Ciulli
Tommasa Alfieri

E in questo sente anche proprie le conclusioni di questo nuovo libro di Prandi: «Un’ecologia del cuore: così definirei oggi l’insegnamento di Alfieri, un modo per rendere vivibile, abitabile, la propria interiorità, un modo per sentirsi “belli dentro”. Quanto all’appartenenza, credo che non avrebbe rinunciato ad offrire un luogo proprio dove dare accoglienza e negoziazione d’identità con le persone. L’Eremo di Viterbo (…)  assumerà sempre più peso fino a diventare, all’indomani della morte, il luogo più rappresentativo dell’Opera, molto più della sede di Roma. Il luogo, fisico o spirituale che sia, credo rimanga una condizione imprescindibile di apostolato per Alfieri, essendo il suo un apostolato di ospitalità. Per ultimo direi che Alfieri non rinuncerebbe a formare le coscienze a ciò che c’è di più essenziale nella vita, l’amore, la cura del mondo, l’oblazione di sé: essenzialità come forma in cui tradurre il seme del Vangelo attraverso le relazioni umane. Fiduciosa che il seme crescerà. Luogo come rifugio ma anche luogo come segno, semeion che rinvia ad altro. Il regno di Dio non è qui o là. È in mezzo a voi».

 

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