“Dopo Terracina il lento sbuffare della locomotiva tracima tra miasmi maleodoranti e zirlìo di cicale. Il cielo uggioso è fasciato da una nebbiolina livida e popolata da insetti.
Annegate tra le pozzanghere e i canali, le carcasse di vacche e di cani lasciano una scia di cupa maledizione.
Ai rari passeggeri del treno Roma-Napoli viene consigliato di tenere sigillato il finestrino..
Distanti dalle acque, si possono scorgere capanne di frasche a forma circolare, con il tetto conico (lestre) abitate da “selvaggi minati dalla febbre” (Goethe)”
Così il padre passionista Giovanni Alberti, nel suo libro: “Maria Goretti” (IV edizione Ed G.A.D.I. Roma 2003) descrive l’ambiente delle paludi pontine prima della bonifica, dove si svolse il feroce accoltellamento di Maria Goretti, una bambina di 11 anni, ferita con 14 colpi di un punteruolo arrugginito nel 1902, all’inizio del XX secolo.

Quello che colpisce nella attenta ricostruzione del padre Alberti è il sovrapporsi in un ambiente di degrado civile, economico e culturale, di una ricchezza di valori etici e spirituali. La condizione della famiglia Goretti non era dissimile da quella della maggioranza della popolazione italiana e europea all’epoca, e in molti luoghi del mondo ancora attuale: povertà, malnutrizione, condizioni igieniche precarie, malattie endemiche, analfabetismo.
Papà Goretti muore nel 1901, di malaria, dopo aver cercato in tutte le maniere di sostentare la famiglia, perseguitato dalla malasorte, prima a Corigliano, il paese di origine, poi a Paliano, poi nella pianura pontina. Mamma Assunta era una “esposta”, sopravvissuta a morte certa ancora nelle fasce, adottata da una coppia ricca solo di amore e che di questo amore riempie il focolare familiare. Sono le virtù cristiane, la fede in un Dio misericordioso, la preghiera e l’affidamento alla Madonna che rendono questa famiglia forte nel sopportare una difficile vita di stenti. Alla morte del padre la piccola Maria si rivela un gigante: nel casolare che condivide con la famiglia Serenelli, quella del suo assassino, si assume la conduzione della famiglia accudendo la casa ed i cinque fratellini per permettere alla madre di fare un qualche lavoro. E non per questo rinuncia alle pratiche religiose, fino a ricevere il sacramento della Prima Comunione.
Alessandro Serenelli, un giovane di 20 anni cede invece ai propri istinti, la insidia sempre respinto, poi il 5 luglio 1902 l’aggressione, premeditata sul pianerottolo che divide le due famiglie. Marietta viene portata con una ambulanza (una carretta con cavallo) all’Ospedale di Nettuno, dove c’è persino la luce elettrica che permette una disperata operazione dalle 20 alle 22, senza anestesia. Nel giro di 24 ore si spegne. Nella sua agonia trova la forza di dichiarare il perdono al suo carnefice con l’augurio di essergli a fianco in paradiso. Alessandro Serenelli, sottratto dai carabinieri al linciaggio dei vicini, viene condannato a trent’anni di carcere (perché minorenne) dove fa un percorso di pentimento e redenzione, scosso dalle parole di perdono di Marietta.

Scontata la pena si inginocchierà davanti a mamma Assunta chiedendo perdono anche a lei. Chiederà rifugio in un convento cappuccino dove morirà 88enne dopo aver assistito con mamma Assunta alla proclamazione di santità del “piccolo fiore di campo”.
La grandezza di Santa Maria Goretti è nella sua vita, pur breve, vissuta in pienezza di valori umani e spirituali che gli hanno permesso di vivere in pienezza di consapevolezza la tragedia che ha travolto lei ed il suo assassino. In un ambiente degradato e abbrutito la religiosità, da sempre, è il mezzo per far emergere il meglio della natura umana.
Quante “Mariette” hanno dovuto subire nell’anonimato di una misera esistenza la brutale violenza di un maschio invasato! La Goretti le ha portate alla luce della ribalta permettendo alla Provvidenza che non rimanesse un anonimo trafiletto in un giornale di campagna o un verbale dimenticato in una stazione di carabinieri.
Purtroppo cambiano le epoche, cambiano i contesti, ma le 14 pugnalate della violenza contro le donne si ripetono drammaticamente. Per l’occasione della giornata contro il “femminicidio” si è ricordata la prima vittima perseguitata tramite lo “stalking” la nuova forma di molestia permessa dai più moderni sistemi di comunicazione: telefono, foto, internet.
È il caso di Scorese Santa, santa di nome e di fatto, rappresentato con un monologo scritto dall’attore e regista Alfredo Traversa e recitato dallo stesso autore nella chiesa di Santa Giacinta a Viterbo. In un ambiente totalmente diverso con dei mezzi totalmente diversi rimangono uguali la violenza, prima persecutoria e poi assassina, resa anche possibile dalla superficialità, dalla insipienza, dalla assenza di chi di dovere. La giovane vittima è piena di vita, di buoni propositi, attiva nella comunità ecclesiale, orientata alla missione ed alla vita religiosa, ma né il padre poliziotto né le sue guide spirituali riescono a frenare la mente malata del suo aguzzino che per tre anni la perseguita impunito. Passano i secoli, ma sono ancora 14 coltellate a stroncare una giovane vita: 14 come le stazioni della Via Crucis.
Al termine è stato possibile ascoltare le testimonianze della sorella Rosa Maria Scorese e della postulatrice della causa di beatificazione, Franca Maria Lorusso.
Foto tratte dal web

Editore e Direttore Editoriale
Mario Mancini, nato in Roma nel 1943, dopo la laurea in scienze geologiche, con tesi in geofisica, nel 1967 e un anno di insegnamento della matematica in un istituto tecnico industriale romano, svolge per un quinquennio la sua professione di geofisico e sismologo prevalentemente all’estero, in particolare in Papua Nuova Guinea presso il Rabaul Central Volcanological Observatory e in Australia nella sezione aviotrasportata a Canberra, in entrambi i casi per la BMR Australia, intervallando le due esperienze con un viaggio di studio in Giappone nell’estate del 1970.
Rientrato in Italia nel 1972, si impiega come geofisico presso la CMP di Roma per la quale lavora per sei anni, con diversi incarichi in Italia e all’estero.
Fin da liceale, nel 1959, aveva conosciuto Tommasa Alfieri e l’Opera Familia Christi da lei fondata. La figura e la spiritualità della Signorina Masa, come i suoi discepoli chiamavano la Alfieri, resteranno per Mancini un fondamentale riferimento per tutta la vita. Laico consacrato nel gruppo maschile dell’opera già dal 1974, nel 1979 fa la scelta di dedicarsi completamente all’Opera e va a vivere nell’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana.
Alla morte della fondatrice, nel 2000, l’intero patrimonio dell’Opera passa per testamento all’associazione Vittorio e Tommasina Alfieri, all’uopo voluta dalla stessa Alfieri e della quale Mancini era stato tra i fondatori.
Per accordi associativi, più tardi violati da persone riuscite ad assumere il controllo dell’associazione, Mancini resta all’Eremo, unica persona a risiedervi in permanenza e a occuparsene.
La nuova gestione dell’associazione, decisa a trasformare la Familia Christi da istituzione prettamente laicale e una confraternita sacerdotale anticonciliare, nel 2005 convince Mancini a dimettersi dall’associazione stessa, in cambio della promessa, purtroppo mai ratificata legalmente, di lasciargli l’Eremo.
Fino fino al 2012, questo luogo, sotto la conduzione di Mancini, che sempre nel 2005 ha fondato l’associazione Amici della Familia Christi e ha registrato presso il Tribunale di Viterbo la testata Sosta e Ripresa, anch’essa fondata da Tommasa Alfieri e della quale Mancini è direttore editoriale, svolge un prezioso compito di Centro di spiritualità e di apertura ecumenica e interreligiosa.
Nel 2012 la confraternita appropriatasi del nome di Familia Christi (poi sciolata dalla Santa Sede con riduzione allo stato laicale di tutti i suoi esponenti) in violazione degli accordi presi a suo tempo ottiene dal Tribunale la restituzione dell’Eremo.
Mancini resta a Viterbo e prosegue il suo impegno ecclesiale in vari uffici diocesani e nel comitato regionale per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso.
