Il Natale del Signore arriva a offrire speranza e insieme a sollecitare una riflessione che si
traduce in impegno. Vale per ogni comunità che si riconosce parte della Chiesa e vale
quest’anno con un particolare significato per la diocesi di Viterbo, dove da meno di un
mese ha incominciato il suo ministero, il suo servizio, il nuovo vescovo Orazio Francesco
Piazza. In questa convinzione Sosta e Ripresa presenta ai suoi lettori la lettera-messaggio
di Natale del vescovo https://www.sostaeripresa.it/sito/succede-nella-tuscia/messaggio-di-natale-del-vescovo-orazio-francesco-piazza-alla-chiesa-di-viterbo/

e una “lettura-riflessione” che ne fa don Gianni Carparelli.

L’offerta di una lettura: la vita

come tempio e come religione

Di don Gianni Carparelli

Intanto suggerirei che andiate non solo a leggerla, ma a meditarla con attenzione. Evitiamo di fermarci ai titoli degli articoli sui media, anche questo, e di entrare nelle viscere del pensiero spirituale di un Pastore e guida nella Chiesa. Intanto il titolo della lettera: “Lui, il Verbo umanato, Gesù il Signore, è la Speranza che vive in noi”. Già qui c’è tutto, ma va messo a nudo, liberato da una lettura spesso inquinata che non riesce a entrare nel messaggio profondo della presenza del “Volto di Dio” nascosto nella Parola, o Verbo, che parla con parole umane (si è “umanato”) e invita noi e la nostra vita a parlare con una vita, passatemi il neologismo, “divinata”, una vita che cerca di trasformarsi in presenza del mistero che ci viene da tanto lontano nel tempo e nello spazio. Mistero che si incontra, anzi: misteri che si incontrano, in un dialogo quasi poetico, tra il “divino” che scende nell’umano e nell’umano che si riveste di divino. Le parole “chiave” che mi sembra aver individuato nella lettera del Vescovo sono: “Fiducia e speranza, responsabilità condivisa, difficoltà e crisi, amicizia sociale e buone relazioni, vita quotidiana come tempio dove incontrare il mistero, prossimità e fraternità, accoglienza”. Siccome sento nella lettera un afflato quasi poetico, la citazione del poeta Khalil Gibran, dal suo “Il Profeta: parlami della religione” mi ha colpito. Anche perché spesso l’ho usata durante la mia vita per capire e cercare di far capire il senso della religione e non solo dei riti cerimoniati nelle chiese.

“La vostra vita quotidiana è il vostro tempio e la vostra religione. Ogni volta che vi entrate portate tutto con voi. Portate l’aratro e la forgia e il maglio e il liuto, e ogni cosa che avete costruito per bisogno o diletto. Perché se meditate non potete elevarvi al di sopra delle vostre conquiste né cadere più in basso dei vostri fallimenti. E portate con voi tutti gli uomini: perché nell’adorazione non potete volare più in alto delle loro speranze né umiliarvi più in basso della loro disperazione.

E se volete conoscere Dio, non siate per questo dei solutori di enigmi. Guardatevi intorno, piuttosto, e lo vedrete giocare con i vostri bambini. E guardate nello spazio; lo vedrete camminare nella nuvola, stendere le Sue braccia nei fulmini e scendere come pioggia.

Lo vedrete sorridere nei fiori, poi levarsi e agitare le Sue mani negli alberi”.

La vita e la storia sono il luogo del dialogo tra umanare e divinare, tra un Dio che si incarna nella umanità e una umanità che sogna di vestire gli abiti del mistero di Dio. L’altare della storia è il “luogo”, il “dove mistico” si offre e si consuma l’incontro, l’offerta, la transustanziazione, la comunione universale. La preghiera allora non è più una formula religiosa da ripetere a memoria (anche se può servire come pedagogia della fede), ma è silenzio tra innamorati: Dio e il suo popolo. A Natale riemerge questo desiderio, anche se non raramente annacquato dal rumore del commercio e delle feste… e, come di incanto, rivediamo una culla “vuota” dove l’umanità possa entrare e ricominciare daccapo per vivere o, meglio, per riscoprire il senso della vita.

Noi siamo la culla del mistero dove far nascere e proteggere il “figlio” dell’Apocalisse (Ap. 12).

E ogni giorno sarà Natale. Fino a quando appariranno “cieli nuovi e terra nuova” (Ap. 21).

 

 

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