Il pavimento della chiesa

Sapevamo che ci sarebbero stati. In un luogo antico di più di quattro secoli, come l’Eremo, non potevano non esserci degli abitanti, invisibili… e presenti.

E li trovammo rifacendo il pavimento della Chiesa. Quattro.

Disposti a Croce nella navata. Al centro, proprio davanti all’Altare, una signora vestita di un gran manto o velo nero. Alla sua sinistra, pochi metri discosto un frate col suo saio e il mantello bigio: e barba, capelli, dentatura da giovane, nello sfacelo assoluto di tutto il resto.

Eremo della Palanzana: il pavimento della chiesa
Eremo della Palanzana: il pavimento della chiesa

Vicino alla spalla una bottiglina a fiala di vetro antico e sigillata. Dentro, alle pareti, alcune macchie color marrone scuro. Ci dissero poi alcuni religiosi che quando un frate moriva in concetto di santità, si prelevava subito un pochino di sangue e si poneva in una bottiglina che si metteva con lui perché restasse nel tempo come segno distintivo della venerazione che meritava per la sua vita virtuosa.

Alla destra un altro con mantello e posa da cavaliere: il mantello gli copriva quello che era stato il suo volto. E lasciava spuntare un ramo di olivo là dove un cavaliere porta la spada. I riccioli abbondanti della sua capigliatura spiccavano nel nulla del resto.

In ultimo, dietro la signora, una giovinetta vestita di azzurro cupo (quell’azzurro di seta, là!) con le pianelle di pelle e l’abito a piegoline, vuoto.

Nessuna indicazione su nessuno. Su due, la signora e la giovinetta, un Crocifisso che sembrava di smeraldo, tanto era coperto di verderame e roso dalla ruggine.

Le poverissime assi tra le quali ognuno era stato posto erano pezzi di legno marcito. Tutto era stato distrutto dal tempo.

Lavorammo per parecchi giorni. Raccogliemmo ogni frammento di ossa e di stoffa e li ricomponemmo, uno per uno, con una devozione che mano mano ci cresceva. Facemmo un sacello nel posto del ritrovamento di ognuno e vi riponemmo ciò che era di ognuno.

Poi, prima di chiudere, mettemmo intorno ad ognuno (avevamo cercato di comporre il poco il più logicamente possibile) una coroncina di alloro fresco appena colto dal grosso cespuglio che sta vicino alla chiesa.

Quel verde stava proprio bene, invitava a cantare. E cantammo gli inni della gioia in Cristo. Chiudemmo ogni sacello e sulla pietra incidemmo per ognuno: “Qui giace una Signora, un religioso forse sacerdote, un cavaliere, una giovinetta… a noi ignoto, ma non a Cristo. Riposa in pace” poi una data ed una firma.

Furono fatte le esequie sotto gli occhi stupefatti degli operai abituati, ci avevano detto, a lavorare con la ruspa in questi ritrovamenti, senza importanza.

Stanno lì, ormai da anni. Sono nostri, appartengono alla nostra comunità.

La loro storia? poche notizie, vaghe. Una benefattrice di secoli or sono, che aveva nel Convento un suo figlio religioso e che meritò per la sua pietà e generosità di essere seppellita con la sua famiglia nella Chiesa.

Ma importa una storia?

Ora sono con noi. E ci parlano, veramente. La loro voce è senza parole, anzi senza suono, ma per questo arriva al cuore.

Basta entrare: e un senso di pace profonda ti investe. Certo, le loro anime non sono lì, sotterra. E la loro voce non sale, scende dall’alto e ti avvolge con un abbraccio di Fede. Ti dicono: “Gesù disse a Marta: Chi crede in me fosse anche morto vivrà. E chiunque vive e crede in me, non morirà mai…”.

Te lo dicono, i nostri morticini, e ti dicono che tu lo devi credere, ma che loro lo sanno.

E quando cantiamo il Credo lo cantano anche loro perché si sente un impeto particolare di speranza quando si arriva a: “et expecto resurrectionem mortuorum et vitam venturi saeculi”.

Sono loro la parte nascosta della nostra comunità orante che ci aiuta a credere ed a sperare. Li ringraziamo con un pensiero pieno di affetto.

Questa “voce dell’Eremo” mi ha preso più spazio del consueto. Ma sono ancora Loro, senza nome e senza data, che hanno voluto dare il loro saluto ai nostri amici.

Tommasa Alfieri
Tommasa Alfieri

(Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed. Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pagg. 59-62).

(Continua)

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