C’è nell’avvicinarsi del Giubileo del 2025 una strana incuria nel dibattito internazionale sul senso forse più proprio dell’avvenimento. Un senso che basterebbe la preghiera del Padre nostro a obbligare almeno chi si dichiara cristiano a ricordare: “… rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori…”.
Lo stesso Gesù ci ha detto di pregare così e noi lo facciamo più o meno da duemila anni. A chiacchiere. Del resto, già nell’antico Testamento la remissione, la cancellazione dei debiti (che riducono in schiavitù) era il segno caratterizzante il Giubileo. E se non fosse all’apparenza blasfemo trattandosi di Parola di Dio, bisognerebbe ripetere l’espressione, dato che nell’antico Israele quell’indicazione biblica di fatto non è mai stata applicata, se non da alcuni singoli individui che conoscevano bene il significato di giustizia.
E la situazione oggi è anche peggiorata. Nel mondo miliardi di persone affamate, assetate, prive di cure, schiavizzate di fatto, aggiungono a queste condizioni inumane il peso spaventoso del debito internazionale dei loro Paesi. Succede un po’ ovunque, ma la condizione peggiore resta quella dell’Africa, che non è povera, ma impoverita dallo sfruttamento che ha sempre subito. E un bene, dunque, che si cerchi di riproporre la questione del debito internazionale all’attenzione delle opinioni pubbliche, come ha fatto, per esempio, in quest’ultima settimane il giornalista comboniano padre Giulio Albanese – che per inciso Sosta e Ripresa ha l’orgoglio di annoverare tra le proprie firme – sulle due principali testate in italiano della stampa cattolica, L’Osservatore Romano e Avvenire.
Per capire meglio è utile premettere un po’ di ricapitolazione storica. Nel periodo della almeno apparente decolonizzazione, in particolare negli anni Sessanta, sembrò esserci in Africa una stagione di crescita e di cooperazione, sembrò persino che il nord del mondo riconoscesse il suo debito e fosse disposto a pagarlo, in aiuti e investimenti. Né a questo fu estranea l’azione della Chiesa, soprattutto con i missionari, che in quegli anni del Concilio Vaticano II riscoprì pienamente il suo compito evangelico e sociale universale, dopo secoli di eurocentrismo non di rado macchiato da collateralismo con il potere coloniale. Sì, gli anni Sessanta sembrarono una stagione di speranza per l’Africa. Ma già c’erano i germi di una nuova condanna al sottosviluppo, compresa la sottovalutazione della questione agricola a vantaggio dell’industrializzazione. E c’era soprattutto il germe della guerra, responsabilità certo di classi dirigenti africane via via sempre più preda di corruzione e di bramosia di potere personale, ma anche e soprattutto di interessi stranieri che le ispiravano e le alimentavano.
Nei 35 anni dalla fine della guerra fredda è strutturalmente mutato lo scenario internazionale. La sconfitta del totalitarismo comunista non ha significato diffusione della democrazia, come si scrive e si legge ovunque (per inciso, in particolare in Italia dove a lucrare voti dichiarando di combattere, sempre a chiacchiere, il comunismo si è incominciato dopo ’89, quando cioè era ormai almeno in Europa una realtà esaurita). Non c’è stata nessuna affermazione delle condizioni ispirate al diritto internazionale, ma la diffusione sempre meno arginata di una finanzia predatoria che indirizza le scelte politiche, per non parlare della tecnologia e della produzione di armi delle quali si impone sempre più l’utilizzo.
E questo ci riporta al tema di questo articolo, cioè la preoccupazione e lo scandalo che all’immediata vigilia del Giubileo la questione del debito africano (non solo con gli Stati, ma anche con gli attori privati) scompaia dai radar delle opinioni pubbliche, nell’aumento progressivo dei costi “di servizio” (cioè i soli interessi da pagare annualmente), in cifra assoluta arrivati vicino a 1.200 miliardi di dollari. É una pietra d’inciampo spaventosa per ogni sforzo di sviluppo, soprattutto se raffrontata al valore complessivo del prodotto interno lordo africano che è di circa 3 trilioni di dollari. Per capirsi basta confrontarlo con quello dell’Unione europea, di 16 trilioni e mezzo con una popolazione di un terzo.
Questa predazione della vita delle persone ormai si fa sentire anche in Italia. Si pensi agli extra profitti delle banche, mai tassati, mentre gli interessi di prestiti e mutui hanno ormai raggiunto livelli di usura. Si pensi al dissesto di sanità, istruzione e previdenza mentre si aumenta la spesa in armamenti. Si pensi alla cancellazione delle misure di sostegno all’indigenza, mentre gli unici debiti condonati dalle attuali autorità governative sono quelli fraudolenti dei grandi evasori fiscali. Ma la condizione degli africani è ovviamente ben più drammatica.
Un giornalista non è certo un prete in confessionale, ma stavolta una “penitenza” al lettore mi arrogo il diritto di darla: reciti un Padre nostro e ci rifletta.

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.