Di Papa Francesco Sosta e Ripresa cerca di riferire ogni intervento, nella convinzione che il magistero pontificio sia lo strumento più prezioso per leggere gli avvenimenti nei quali siamo immersi, il nostro qui e ora nella storia. Ma anche nella certezza che a ogni giorno basti la nostra fatica e che tale magistero debba interpellarci nella quotidianità della sua espressione e della nostra vicenda, forse è utile talvolta riflettere su quanto forse non abbiamo “digerito” abbastanza.
In questo tempo di Natale, quindi, può servire ricordare quanto questo Papa disse dieci anni fa nel suo primo messaggio natalizio Urbi et Orbi – cioè alla città di Roma della quale è vescovo e al mondo, nel quale rappresenta l’unità universale (cattolica) della Chiesa – sulla situazione geopolitica internazionale di allora, tenendo conto che oggi sembra di persistente e persino aumentata criticità. In estrema sintesi, il Papa invitò l’umanità a liberarsi da ogni forma di violenza. Tutti uniti per la pace, secondo il canto angelico risuonato per la prima volta agli emarginati (perché tali erano – ricordò – i pastori di Betlemme). E il giorno dopo, quando si commemora Santo Stefano, il primo martire cristiano, sollecitò a rifiutare una narrazione un po’ melensa del Natale, ricordando che sulla gioia dell’annuncio cristiano incombe – sempre – la minaccia dell’odio religioso, il più assurdo e feroce di tutti. Di qui, la preghiera per i cristiani discriminati e perseguitati laddove la libertà religiosa non è garantita né tutelata. Il che, ovviamente, vale anche per i fedeli di altre confessioni.
E dopo dieci anni, nel messaggio Urbi et Orbi del Papa c’è un’accentuazione ancora più dolente, più insistente su questa necessità di contrastare la violenza, di bandire le armi, di denunciare chi con la loro produzione e il loro commercio si arricchisce, Stati e privati, al prezzo di milioni di vite umane, di sforzarsi di realizzare la profezia di Isaia: trasformeranno le loro spade in falci, le loro lance in vomeri. E c’è il monito a riconoscere nei bambini travolti e uccisi dalle violenze, il senso di quel Dio che ha voluto nascere bambino.

Galleria Borghese, Roma
Proseguendo in questa sorta di lezione offerta dal calendario liturgico, c’è dunque da aggiungere, oggi come allora, che questo 28 dicembre, giorno dei santi Innocenti, i bambini fatti uccidere perché fosse ucciso il pericoloso bambino Gesù, ci ricorda tutti i delitti contro l’infanzia, che hanno segnato ogni epoca, ma che la nostra ha reso e rende tanto più evidenti.
Eppure del marchio di Erode sembriamo inconsapevoli. Come il consumismo natalizio ci impedisce di cogliere il significato di un annuncio di pace e di speranza rivolto soprattutto agli emarginati, come l’indifferenza religiosa che impregna le società opulente ci rende distratti davanti alle persecuzioni a motivo della fede, così i martiri innocenti ci scivolano addosso offrendoci solo un’emozione, sincera magari, ma superficiale, che non sa farsi determinazione politica, scelta sociale. Le cronache internazionali degli ultimi giorni hanno quasi nascosto – perché sulla stampa non mettere in evidenza è nascondere – una realtà inquietante: mai come quest’anno i giorni di Natale hanno fatto registrare tanti conflitti. Non solo in Terra Santa e ormai con meno rilevanza nell’informazione sull’Ucraina, ma in tutto il mondo, dove ne sono in atto più di quaranta, soprattutto, ma non solo, in Africa. E di questi conflitti sono i bambini, insieme con le donne, le prime vittime.
Foto tratte dal web

Direttore Responsabile
Giornalista professionista, ha lasciato a fine febbraio del 2016, pochi giorni dopo il suo sessantesimo compleanno, L’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, dove aveva svolto la sua professione negli ultimi trent’anni, occupandosi principalmente di politica internazionale, con particolare attenzione al Sud del mondo.
Ha incominciato la sua professione giornalistica nel 1973, diciassettenne, a L’Avanti, all’epoca quotidiano del Partito Socialista Italiano, con il Direttore Responsabile Franco Gerardi. Nello stesso periodo, fino al 1979, ha collaborato con la rivista Sipario e ha effettuato servizi per l’editrice di cinegiornali 7G.
Ha diretto negli anni 1979-1980 i programmi giornalistici di Radio Lazio, prima emittente radiofonica non pubblica a Roma, producendovi altresì i testi del programma di intrattenimento satirico Caramella.
Ha poi lavorato per l’agenzia di stampa ADISTA, collaborando contemporaneamente con giornali spagnoli e statunitensi.
Nel 1984 ha incominciato a lavorare per la stampa del Vaticano, prima alla Radio Vaticana, dove al lavoro propriamente giornalistico ha affiancato la realizzazione, con altri, di programmi di divulgazione culturale successivamente editi in volume.
All’inizio del 1986 è stato chiamato a L’Osservatore Romano, all’epoca diretto da Mario Agnes, dove si è occupato da prima di cronaca e politica romana e italiana. Successivamente è passato al servizio internazionale, come redattore, inviato e commentatore. La prima metà degli anni Novanta lo ha visto impegnato in prevalenza nel documentare i conflitti nei Balcani e negli anni successivi si è occupato soprattutto del Sud del mondo, in particolare dell’Africa, ma anche dell’America Latina.
Su L’Osservatore Romano ha firmato circa duemila articoli sull’edizione quotidiana e su quelle settimanali. Ha inoltre contribuito alla realizzazione di alcuni numeri de I quaderni de L’Osservatore Romano, collana editoriale sui principali temi di politica, di cultura e di dialogo internazionali.
Collabora con altre testate, cattoliche e non, e con programmi d’informazione radiofonica e televisiva.
È Direttore Responsabile, a titolo gratuito, della rivista Sosta e Ripresa.
Ha insegnato comunicazione e politica internazionale in scuole di giornalismo e ha tenuto master di secondo livello, come professore a contratto, in Università italiane. Ha tenuto corsi, seminari e conferenze in Italia e all’estero. Ha tenuto corsi sull’attività diplomatica della Santa Sede in istituti superiori di cultura in Italia.
È autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, diari di viaggio, testi teatrali. Sue opere sono riportate in antologie poetiche del Novecento.
È tra i fondatori dell’Associazione Amici di Padre Be’ e della Fondazione Padre Bellincampi ONLUS, che si occupano di assistenza all’infanzia, e dell’associazione L.A.W. Legal Aid Worldwide ONLUS, per la tutela giurisdizionale dei diritti dell’uomo. Ha partecipato a progetti sociali per la ricostruzione di Sarajevo. È stato promotore e sostenitore di un progetto di commercio equo e solidale realizzato in Argentina.
