L‘interrogarsi  sul brano evangelico della tempesta sedata (Matteo 8,23-27) fu strumento importante nell’insegnamento  di Tommasa Alfieri, come scritto nella precedente parte di questa riflessione sullo stile catechetico del suo magistero (cfr Sosta e Ripresa del 26 agosto 2020).

Del resto, in questo Alfieri si colloca in un cammino consolidato nella vicenda della Chiesa. Questo passo è stato infatti oggetto di grande attenzione da parte della teologia per aiutare a comprendere le difficoltà della fede. Già il grande teologo Bonhoeffer lo usò in un’omelia per guidare la sua comunità in un esame personale sulla propria fede: «Siamo venuti qui perché in qualche modo sappiamo che qualcosa deve cambiare nella nostra vita e perché pensiamo che la chiesa ci può forse in qualche modo aiutare in tale impresa. Percepiamo quanto piccola, quanto misera, quanto meschina, quanto miope sia attualmente la nostra vita.

Vediamo solo le nostre preoccupazioni e difficoltà e non vediamo quelle mille volte più grandi dell’altro. Le nostre cose ci sembrano così gigantesche e importanti che diventiamo insensibili verso tutto il resto. È stata la paura a farci assumere questo atteggiamento.

Adesso sentiamo di non poter più sopportare questa meschinità, ci sentiamo soffocare, e in mezzo a questo presagio e a questo domandare penetra la chiamata della chiesa; ci manca solo una cosa, cioè la fede che Dio onnipotente è nostro Padre e nostro Signore, che davanti a lui le nostre più grandi preoccupazioni sono come le preoccupazioni dei bambini piccoli davanti ai loro genitori […]. Lasciamo che ci gridi ancora una volta dalla chiesa: Uomini di poca fede, perché avete paura?» (D. Bonhoeffer, Scritti scelti (1918-1933), p.729).

Jürgen Werbick
Jürgen Werbick

Anche più di recente un altro teologo, Jürgen Werbick, scrive a riguardo di questo passo: «La poca fede non ha molti che la difendano. Neanche Gesù la loda. […] Eppure: Gesù prende per mano Pietro perché non affondi. Egli non rafforza la poca fede dei discepoli, riempiendoli di stupore: chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono? Forse Gesù non rimprovera affatto i discepoli per la loro poca fede, può darsi che li consoli, li aiuti a risollevarsi, perché tende la mano e concede a quel guscio di noce sul mare di concludere serenamente il suo viaggio. Noi uomini di poca fede, potremmo avere bisogno di questo: che ci si prenda per mano e ci si aiuti a superare l’insicuro terreno della fede» (J. Werbick, Per vincere ansietà e paure. Quando la fede infonde coraggio, p. 254).

Tommasa Alfieri
Tommasa Alfieri

Alfieri, nella sua conversazione comunitaria, tratterà tutti questi aspetti ordinandoli in tre punti, già emersi nei passi dei due teologi. Lo esprime nel suo stile immediato e sciolto, in una sintesi visiva di forte impatto, che ci restituiscono le trascrizioni e le registrazioni dei suoi interventi, pur nella spesso presente difficoltà di lettura o di ascolto causate dalla loro realizzazione artigianale: «C’è un insegnamento, che sta in tue punti: uno: Egli dormiva. La barca era coperta dalle onde ed  Egli dormiva. L’altro: “Signore salvaci, che noi siamo perduti”. Il terzo: “Perché temete, gente di poca fede?».

Come Werbick anche Alfieri sembra prendere le difese dei discepoli davanti al rimprovero di Gesù: «E sembra che questo ultimo “gente di poca fede” sia quasi eccessivo; cioè chiamare “gente di poca fede” quegli uomini che, mentre Egli dormiva, gridano: “Salvaci, siamo perduti” e lo svegliano».

Nel suo modo di trattare, Alfieri torna e ritorna su questi tre punti, più che con indicazioni illuminanti, aiutando le sue ascoltatrici – come detto si tratta di un incontro nel 1953 con la Familia Christi all’epoca solo femminile – a  darsi un metodo di ascolto, una postura davanti alla parola, perché, in via personale, ognuno possa trarne il proprio frutto: «Comunque, noi non andiamo a sottilizzare, a cercare; d’altra parte noi prendiamo così il Vangelo com’è e cerchiamo umilmente… di guardarlo; ma è certo che qualche cosa c’è in questo “Gesù dormiva”, in questo “Signore salvaci, noi siamo perduti”, nel rimprovero del Signore “Gente di poca fede?”».

È soprattutto quest’ultimo punto che serve ad Alfieri a portare avanti l’esercizio di esame di coscienza da cui essa è partita, insieme allo strumento della lectio per la meditazione. Il problema, l’ostacolo della fede viene identificato con la percezione delle «circostanze», parola chiave per comprendere la riflessione di Alfieri. Ecco la sua analisi: «[…] degli uomini che stanno alle circostanze e denunciano degli stati; stanno a delle circostanze: “Gesù dormiva”; denunciano degli stati: non dicono soltanto “Signore, salvaci” ma dicono “siamo perduti”; quindi guardano le circostanze e, dalle circostanze, che sono la tempesta e Gesù che dorme, tirano la somma: “Signore siamo perduti”. “Salvaci, perché siamo perduti”».

Questa analisi porta Alfieri a mettere in risalto la forza della fede di andare oltre le circostanze, facendo fare il progresso che auspica per le sue ascoltatrici: «Ecco la fede che si ferma a delle apparenze; a delle apparenze che evidentemente non sono più soltanto apparenze, poiché l’acqua addosso se la sentivano, quindi l’acqua non era certo un simbolo ma una realtà, ma che si ferma a delle circostanze. Le circostanze, tutto quello che avviene sempre su questa terra è un’apparenza, perché la realtà non è nelle cose della terra, la ultima realtà». Questa è dunque la «fede che sia veramente pura […] vale a dire non mescolata ad elementi umani».

L’elemento umano, tuttavia non è oggetto di disprezzo, Alfieri non intende ispirarsi al platonismo. ma al Vangelo e precisa subito il senso continuando il discorso: «No, no, no, no, no. Qui non si tratta di dire: bisogna disprezzare ogni elemento umano […]. Anche lì allora andiamo a finire a qualche cosa che diventa pazzesco se non superbo in modo luciferino; quindi non si tratta di questo, non di disprezzare gli elementi umani, i giusti elementi umani, ma di non farne mai condizione per questa andata confidente della nostra anima a Dio. Mai!». E così, ancora insiste e chiarisce la questione del condizionamento delle circostanze: «Vedete, tutto il Vangelo e tutta la dottrina di nostro Signore domanda qualche cosa di così umile e di così forte da saper andare al di sopra delle circostanze».

Fede pura è quindi sinonimo di fede libera, in grado di dare il giusto ordine alle cose. Fede come principio ordinatore di scelte, comportamenti e orientamenti di vita, «è una fede che deve potermi far fare il dono della vita […]. Nessuna condizione; e sempre più si purifica».

Ora, se la fede non è un oggetto, essa non va intesa nemmeno come un metodo. Essa è piuttosto «un modo di disporre l’anima», proprio come può essere il lasciarsi illuminare dai raggi del sole senza lo sforzo di dover conquistare un “qualcosa” da possedere. Circostanze e condizionamenti sono di ostacolo alla fede perché è la fede che deve essere la condizione dell’esistenza e una fede pura è una fede senza condizioni. Da qui ne verranno, afferma e conferma Alfieri, i frutti della carità e di tutti gli altri valori, come conseguenza diretta e quasi naturale di questa vita spirituale così intesa: «Quindi tutto questo è opera di fede, perché le opere buone e tutto il resto non sono niente se non sono il bisogno della nostra fede di manifestarsi. La carità è la fede che si manifesta, è l’amore ( …) è la fede che prende la creatura e, come dicevo prima, la spinge a darsi, perché è fede veramente, ed è fede veramente perché è arrivata, con la grazia del Signore, man mano, a liberarsi, un po’ per volta, faticosamente, dalle circostanze che la dominano».

Nonostante gli slanci entusiastici che la maestra Alfieri tende a formulare nel suo discorso, la sua attenzione alla condizione umana, colta con costante rispetto e semplicità, non viene mai meno. È questo equilibrio che lei vuole insegnare e che la rende credibile ancora oggi, in una società che guarda con sospetto e paura alla fede come criterio pratico di vita. Alfieri è ben consapevole che non si tratta di una semplice morale della coerenza. È una sequela, un cammino fatto di progressi e di pazienza nell’attendere la visione, che non è di questa vita: «direi che la fede, finché siamo sulla terra, non si può dar mai in senso completo. Di là… Qui sulla terra direi proprio che accende l’amore nel senso che ci fa vedere, ci fa conoscere, ci fa conoscere quanto non conosciamo.

San Bonaventura da Bagnoregio
San Bonaventura da Bagnoregio

La famosa affermazione di San Bonaventura da Bagnoregio: “Ci fa vedere nella luminosa caligine”. È la caligine, proprio la nebbia, ma la nebbia luminosa; la luminosa caligine». Il linguaggio ossimorico della mistica, viene colto qui in tutta la sua concretezza sperimentale.

Non dimentichiamo però che questo percorso ha per l’autrice delle finalità pratiche: il suo intento era di proporre alle sue discepole un esame di coscienza che le aiutasse a vedere il proprio cammino di fede anche alla luce dei propri difetti particolari. Per questo le invita a investigare dove le abitudini pongono le sue condizioni alla fede: «Io credo che ora debba toccare dei punti molto pratici, anche esteriori. Ma io penso che sia tanto importante proprio il curare questo. Se non vi fate semplici come questi bambini, il Signore ha detto, non entrate nel Regno dei Cieli; non avete la fede per entrare… (registrazione incomprensibile)». L’esame di coscienza non è un esercizio moralizzatore per Alfieri, è finalizzato ad alimentare e sensibilizzare la propria vita interiore. È finalizzato ancora una volta alla sequela concreta. Questa “ascesi” è in realtà un esercizio di speranza, che apre il cuore a una vita di fede genuina e diretta. Lo si comprende ancora quando si esprime riguardo al rapporto tra fede e segni, ritornando ancora una volta sull’episodio evangelico della tempesta sedata: «Ora noi non andiamo a desiderare un segno dal cielo che ci scombussoli per poi… Dobbiamo farcelo da noi, con Nostro Signore presente, pure se dorme, non importa. Se lo sento, mi costa proprio niente, se non lo sento, mi costa proprio niente. C’è ed è nell’anima mia. È la sua presenza, mano mano, mano mano, mano mano, muove la mia fede. Evidentemente domanda una vita che si basi su interiorità solida».

Questo dinamismo di fede libera e senza condizionamenti, principio potenziale di carità e di frutti di bene, fino al dono della vita si spiega infine con la stessa relazione di Dio. È notevole e ardito il modo in cui Alfieri propone la formulazione del rapporto con Dio che ci trasforma in dono per gli altri. Ancora una volta è in gioco il superamento del primato dell’avere e della “cosificazione” della realtà, con l’essere, colto nel suo mistero: «… il male che cos’è. Dio ha creato il bene e il male. No, Dio non ha creato né il bene né il male; Dio non ha manco creato il bene. Il bene non è una montagna. Dio ha creato il bene, come ha creato l’Himalaya, ha creato un altro cocuzzolo e sopra il bene. No, il bene è Dio, quindi il bene Dio lo ha comunicato, ha comunicato se stesso». (Fine)

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