{"id":8158,"date":"2021-08-28T04:19:16","date_gmt":"2021-08-28T04:19:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sostaeripresa.it\/sito\/?p=8158"},"modified":"2024-10-26T16:59:04","modified_gmt":"2024-10-26T16:59:04","slug":"se-dalla-storia-non-simpara","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sostaeripresa.it\/sito\/attualita\/se-dalla-storia-non-simpara\/","title":{"rendered":"Se dalla storia non s\u2019impara"},"content":{"rendered":"<p><strong><span style=\"font-size: 24pt;\">S<\/span><\/strong>i diceva una volta che non sono le armi a uccidere, ma chi le usa. Si diceva una volta che la forza militare \u00e8 necessaria non solo in chiave deterrente (il detto latino \u201csi vis pacem para bellum\u201d, se vuoi la pace prepara la guerra) ma anche come strumento per fare giustizia ove necessario. Si diceva una volta che la storia \u00e8 maestra di vita. Una volta si dicevano tante stupidaggini e si continuano a dire, come dimostra l\u2019attuale situazione delle missioni militari internazionali. Alcune, come quella in Afghanistan, per fare solo l\u2019esempio pi\u00f9 recente ed eclatante, concluse ingloriosamente \u2013 e in modo drammatico per quel popolo &#8211; proprio quest\u2019anno. Altre ulteriormente prorogate e maggiormente finanziate nonostante l\u2019uso almeno inquietante di tali finanziamenti, come \u00e8 in questo caso illuminante quella in atto in Libia.<\/p>\n<p>Il ritiro dall\u2019Afghanistan delle forze militari straniere guidate dagli Stati Uniti che si sta completando tra una scia di violenze, fino alla terribile strage all&#8217;aeroporto di\u00a0 Kabul questa settimana,\u00a0 suggerisce chiavi di lettura diverse e spesso tra loro contraddittorie, sulla pi\u00f9 vasta questione dell\u2019uso degli interventi armati internazionali nelle situazioni di crisi o di conflitto, soprattutto quelle non sotto bandiera dell\u2019Onu. Ma certo \u00e8 la lettura di fallimento. Dopo vent\u2019anni di combattimenti, modifiche di obiettivi e strategie, dichiarazioni di presunti successi e prese d\u2019atto di evidenti fallimenti, l\u2019Afghanistan torna di fatto nelle mani di quei Talebani che condivisero con gli iracheni nel 2001 la falsa attribuzione di responsabilit\u00e0 per quanto accaduto appunto l\u201911 settembre.<\/p>\n<p>Nonostante le dichiarazioni di sostegno diplomatico ed economico a un difficile tentativo di riconciliazione nazionale afghana moltiplicate in questi mesi a\u00a0 Washington e nelle altre capitali dei Paesi della Nato, compresa Roma,\u00a0 la verit\u00e0 \u00e8 che Biden ha deciso di prendere atto appunto di una sconfitta pur di porre fine a una guerra che i suoi connazionali non vogliono pi\u00f9 combattere, anche al\u00a0 prezzo di un collasso definitivo delle fragili istituzioni afghane che si \u00e8 cercato invano di consolidare in questo ventennio. Ed \u00e8 purtroppo facile la previsione dell\u2019avvio di una nuova fase della guerra civile che si trascina, con via via protagonisti diversi, da mezzo secolo in Afghanistan, alimentata dagli interessi nel narcotraffico.<\/p>\n<p>Interessi poco confessabili, ma difficilmente contestabili, incidono pesantemente anche sul resto delle missioni militari internazionali, queste invece confermate e prorogate, in atto nel mondo. \u00c8 il caso anche di alcune di quelle che coinvolgono l\u2019Italia. Profonda e condivisibile preoccupazione in merito ha espresso l\u2019Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidariet\u00e0 internazionale (Aoi) analizzando il decreto di proroga. \u201cLa sensazione \u2013secondo l\u2019Aoi &#8211; \u00e8 che il Governo Italiano, qualsiasi sia la sua composizione, vada avanti perseguendo le solite direttrici strategiche, in alcuni casi anche aumentando il suo impegno e in altri casi senza tenere sufficientemente conto degli impatti che tali strategie hanno prodotto\u201d.<\/p>\n<p>Gli esempi pi\u00f9 evidenti riguardano il settore del Mediterraneo cosiddetto allargato, \u201cdove le missioni navali, quelle in Libia e quelle del Sahel sembrano rispondere in buona parte a obiettivi di contenimento dei flussi migratori, afferma l\u2019Aoi, sottolineando che. \u201c\u2026 pur sapendo come l&#8217;equilibrio tra sicurezza e sviluppo sia complicato da trovare, c\u2019\u00e8 bisogno di un approccio nazionale ed europeo che abbia al centro la pace e la protezione capace di dare maggior risalto ai veri fattori di conflitto nella regione come la governance e l\u2019amministrazione opaca della cosa pubblica, le disuguaglianze persistenti e la violazione dei diritti umani\u201d. Questo vale per i paesi del Sahel, la cui missione internazionale Takuba a guida francese ha visto triplicare i fondi italiani dai 15,6 milioni del 2020 ai 49 di quest\u2019anno, vale per quella bilaterale col Niger, \u201cma anche e soprattutto per la Libia\u201d.<\/p>\n<p>In estrema sintesi, dalla firma dell\u2019Accordo Italia-Libia del 2017, i governi di Roma (all\u2019epoca era quello guidato da Gentiloni e i successivi, i due di Conte e quello attuale di Draghi non hanno cambiato minimamente strategia) hanno pagato perch\u00e9 la Libia impedisse le partenze di profughi e migranti, soprattutto con il finanziamento della cosiddetta \u00a0 Guardia costiera libica, il che favorisce e perpetua da cinque anni sistematici abusi e violazioni dei diritti umani. Tale forza navale addestrata e finanziata dall\u2019Italia, infatti, quando non affonda direttamente i barconi e non spara contro le poche residue navi impegnate a prestare loro soccorso, risbatte quegli infelici nei campi di concentramento. Sempre nel Mediterraneo significativi aumenti di fondi hanno avuto le missioni navali Mare Sicuro e Irini, rispettivamente di 15 e di 17 milioni. In totale per il 2021 fanno 150 milioni. \u00c8 vero che 127 milioni sono stati destinati anche alle missioni umanitarie, quelle dell\u2019Onu e di altre organizzazioni umanitarie multilaterali, ma di finanziamento e di coinvolgimento delle organizzazioni della societ\u00e0 civile nei Paesi interessati non si parla proprio, negando la valorizzazione strategica della loro conoscenza delle realt\u00e0 locali.<\/p>\n<p>Tornando alle affermazioni contestate all\u2019inizio, c\u2019\u00e8 da dire che se la storia \u00e8 maestra di vita, da almeno un trentennio &#8211; per stare solo ad avvenimenti dei quali hanno memoria personale e diretta chi scrive e gran parte di chi legge queste righe \u2013 ha avuto quasi esclusivamente pessimi allievi. Pochi, quasi nessuno tra i potenti, hanno imparato a pensare \u201csi vis pacem para pacem\u201d (se vuoi la pace prepara la pace). E nessun richiamo alla giustizia, magari vestito con l\u2019abito di una necessit\u00e0 di combattere il terrorismo, ha davvero legittimato in moltissimi casi l\u2019uso delle armi. I terroristi non si sconfiggono a cannonate, si combattono e si vincono inaridendo le acque nelle quali nuotano, povert\u00e0, discriminazione, fanatismo, odio per lo straniero e razzismo, persino uso distorto e pseudoreligioso di una qualunque appartenenza confessionale per cementare e indirizzare fragili identit\u00e0.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 missionario, non c\u2019\u00e8 operatore umanitario (quelli veri) che non sottoscriverebbe simili affermazioni. Per non parlare di quanti sanno bene e denunciano che le armi si producono per guadagnarci, pi\u00f9 o meno alla luce del sole, come Papa Francesco: \u201cL\u2019ira di Dio si scatener\u00e0 contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre. Questa ipocrisia \u00e8 un peccato\u201d (Discorso del 10 giugno 2019 al Roaco, organismo di aiuto alle comunit\u00e0 cristiane orientali). Citare la miriade di simili interventi del pontefice \u00e8 impossibile nello spazio di un articolo, ma se i lettori hanno modo di usare internet e scrivono \u201cPapa Francesco armi\u201d su un qualunque motore di ricerca ne trovano quanti ne vogliono.<\/p>\n<p>Foto tratta dal web<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si diceva una volta che non sono le armi a uccidere, ma chi le usa. 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