Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la Festa
nazionale di San Francesco d’Assisi: “L’eredità di
Francesco, Chiara e della famiglia francescana è un albero
dalle radici salde, cresciuto nel mondo al servizio della non
violenza, dei poveri, degli emarginati e dei sofferenti,
perseguendo il “privilegio della povertà evangelica e della
letizia ”
Stefano Stefanini
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha pronunciato ad Assisi,
domenica 4 ottobre nell’ambito delle Celebrazioni per l’800mo Anniversario della
morte di San francesco, un significativo discorso che ha delineato la figura
spirituale, umana e sociale del Patrono d’Italia.
A ottocento anni dalla morte di San Francesco, patrono d’Italia con Santa Caterina
da Siena, il tempo non ne ha ridotto fascino e carisma, vivi oltre i confini d’Italia e
della Cristianità, di cui fu figura eminente.
Il Capo dello Stato ha definito Francesco d’Assisi come Profeta di pace, amore e
rispetto del Creato, il suo insegnamento è patrimonio universale per credenti e non
credenti di ogni epoca e luogo.
Umile e vigoroso, ha ispirato conversioni, scelte di vita, affetto, artisti, poeti e
comunità, continuando ad attrarre milioni di persone, soprattutto giovani.
Ha specificato poi il senso della proclamazione a Patrono d’Italia La società italiana
ne porta un segno profondo: proclamarlo patrono è insieme riconoscimento, invito e
impegno alla coerenza. Figlio dell’Umbria, Francesco visse intensamente il
dinamismo del suo tempo.
Canta in francese, ma predica in volgare. Con il “Cantico delle Creature”, tra le
prime e più alte espressioni poetiche in volgare, contribuisce alla nascita della
letteratura italiana; con la Natività di Greccio e la devozione francescana, favorisce
lo sviluppo del teatro religioso medievale.
Le comunità francescane trasferiscono la vita religiosa dai monasteri alla società,
incarnando povertà evangelica e vicinanza agli ultimi e aprendo nuove forme di
solidarietà e relazioni umane. Francesco appare così precursore dei Santi sociali.
Celebrarlo oggi Francesco d’Assisi, invita a riflettere su un apparente paradosso:
come osserva una sua biografia, Francesco “non offriva una risposta politica alle
ingiustizie sociali, al problema del male nel mondo”.
Chiedeva di vivere con fratelli e sorelle in povertà, pace e letizia, seguendo Cristo e
il Vangelo e rivendicando il “privilegio della povertà evangelica”, che lo distingueva
dai movimenti pauperistici dell’epoca.
Questa scelta radicale rese l’uomo che volle chiamarsi, con i suoi seguaci, “frate
minore” una delle figure più note, amate e significative della storia. Compì una
rivoluzione interiore: ricco era chi rinunciava ai beni, coraggioso chi deponeva la
spada per la pace, nobile chi serviva poveri e malati. Gloria e onore andavano
cercati nella povertà, nell’amore per ogni creatura e nella vicinanza a Dio attraverso
la preghiera.
Professare ideali tanto lontani dal sentire comune non fu facile: Francesco fu
incompreso, deriso e talvolta manipolato. La storia lo mostra mite ma non
accomodante, lieto e fiducioso in Dio, e insieme sofferente per cupidigia, malvagità,
potere, violenza e stoltezza umana.
Per il capo dello Stato la povertà di Francesco d’Assisi rompeva con l’idolatria del
denaro; l’umiltà nasceva da una rigorosa ricerca della verità; l’obbedienza non era
remissività, ma ricerca ponderata dell’unità della Chiesa e del popolo cristiano.
Ricordare oggi Francesco significa evidenziare l’attualità di tre fondamenti della sua
predicazione: dignità di ogni persona, rispetto del Creato e pace. Per il santo di
Assisi, ogni essere vivente è creato da Dio e va rispettato e amato.
Nel suo secolo non esistevano le odierne emergenze di inquinamento,
deforestazione e riscaldamento globale, richiamate dalla “Laudato sì” di Papa
Francesco. Allora la natura umbra e dei luoghi attraversati da Francesco era
incontaminata e i suoi frutti parevano inesauribili. Eppure Francesco guardava
all’ambiente con straordinaria delicatezza e considerazione.
L’acqua, oggi sempre più preziosa e potenziale causa di conflitti, è «utile et
humile», «pretiosa et casta». Il lupo, simbolo dell’inimicizia con l’uomo, viene
ammansito, non ucciso. Fiori, frutti ed erba, nella loro semplicità, cantano la gloria
di Dio.
Nel 1219, durante la quinta crociata, Francesco rischiò la vita attraversando le linee
per incontrare in Egitto il sultano al-Malik al-Kamil e convertirlo. Non vi riuscì, ma il
sultano fu colpito da quell’uomo minuto e insolito che gli parlava con fervore di pace
e fratellanza. Quel viaggio lasciò un segno profondo: prima del nemico o
dell’infedele, Francesco vide nel sultano un uomo, figlio di Dio e quindi fratello.
Quel gesto rischioso, quasi temerario, non fermò la violenza né il conflitto, mostrò
un modo di dialogare e rispettarsi straordinariamente nuovo per l’epoca.
Oggi, mentre guerre insanguinano il mondo e si benedicono di nuovo le armi sotto
insegne religiose, Francesco insegna che nulla è più grave dell’uccidere in nome di
Dio.
Ridurre Francesco a ecologista, pacifista e operatore sociale ante litteram non gli
renderebbe giustizia. Francesco e Chiara, discepola, amica e sorella nelle scelte e
nel rinnovamento religioso e civile, erano anzitutto innamorati di Dio e del Vangelo.
Il loro linguaggio, ancora attuale e ricco di spunti sociali e umanitari, resta
inseparabile dalla fede, dall’adorazione di Dio e dall’amore per l’umanità.
Il Francesco più autentico emerge forse nei lunghi e silenziosi colloqui con Dio nella
grotta della Verna. La sua carità emerge anche nel bacio al lebbroso, che infranse
le barriere dell’emarginazione: un amore puro che non distingue tra chi dà e riceve,
tra sano e malato, tra chi cura ed è curato, perché tutti figli di Dio e fratelli.
L’eredità di Francesco, Chiara e della famiglia francescana è un albero dalle radici
salde, cresciuto nel mondo al servizio della non violenza, dei poveri, degli
emarginati e dei sofferenti.
Le opere d’arte dedicate ai due santi e il richiamo universale di Assisi, capitale di
pace e dialogo interreligioso, mostrano che la loro forza spirituale e morale resterà
fonte inesauribile d’ispirazione.
Così il presidente Mattarella ha concluso il suo applaudito intervento:
“Nell’undicesimo Canto del Paradiso, Dante descrive Francesco come un sole sorto
per il mondo intero e Assisi come Ascesi, Oriente. In tempi di guerre crudeli e di
“violenza, manipolazione, arroganza”, come ha detto Leone XIV, l’auspicio è che il
sole di Francesco illumini il mondo, converta l’odio e indichi la via della pace, della
speranza e della fraternità”.
