Domenica 32ma T.O./A  – 8 novembre 2026
Mi sono domandato perché la parabola di oggi (Matteo, 25): “le vergini sagge e le vergine stolte”, sembra elogiare chi non aiuta gli altri, quando poi poco dopo nel giudizio finale sembra affermare il contrario. Poi mi sembra di aver capito: la parabola è parabola. In ebraico si dice “mashal”: enigma, racconto “gettato” accanto a una verità spirituale per renderla più comprensibile attraverso un paragone mettendo a fuoco un punto centrare di riferimento. E il fuoco centrale della parabola in campo biblico come quello di oggi mette a fuoco un concetto: ognuno di noi deve rendere conto della luce che illumina il suo cammino, non di quella degli altri. E’ il mio olio che deve illuminare, non quello preso dagli altri. Mi salvo con il bene che ho fatto io, non con il bene che fanno gli altri. Il bene degli altri può aiutare me a migliorare, ma deve essere il bene mio e della mia vita oggetto di giudizio. Per questo pregare per gli altri deve aiutare me stesso e gli altri a migliorare, non pensare che posso vivacchiare a modo mio sperando nella preghiera (olio) degli altri. Se sono stato un vagabondo non saranno le preghiere degli altri che mi faranno santo davanti a Dio. Siccome qui già prevedo occhiatacce, mi ritiro in buon ordine cercando di mettere a posto la mia vita perché se divento migliore posso anche aiutare gli altri con l’esempio, sperando che anche loro cerchino di migliorarsi. Credo sia questa la saggezza di cui parla la prima lettura dal libro della sapienza.
don Gianni Carparelli
(Le vergini sagge e le vergini stolte, di Giulio Sartorio, 1890)
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