Domenico Barberi, pastore di speranza
di Aurelio Rizzacasa
Status quaestionis
Domenico Barberi (1792-1849), conosciuto tradizionalmente a Viterbo come Meco della
Palanzana, appartiene ad una tradizione consolidata nell’ordine passionista che conciliava il
misticismo religioso con una visione culturale nella quale la fede e la ragione si fondono e si
confondono in una modalità di rappresentazione del senso profondo della vita in cui la quotidianità
dell’esperienza comune assume il suo significato dalla rivelazione cristiana in cui il messaggio
evangelico non è disgiunto da una profonda testimonianza esistenziale del rapporto personale con la
verità dell’immagine sacra del mondo. In questo quadro, nello stesso tempo semplice e complesso,
il nostro padre passionista fonda il suo itinerario di vita che ha trovato approdo nella beatificazione
a lui attribuita i. 27 ottobre 1963 da papa Paolo VI. È evidente che la sua biografia appartiene a un
tempo in cui il cristianesimo costituiva il senso profondo e universale di una vita aperta alla
conquista della salvezza, improntata all’immortalità e all’orizzonte ecclesiale di un mondo
definitivo in cui l’uomo si apre al mistero dell’unione specifica con il divino. È chiaro che una
visione umanistica improntata a questa finalità presenta vari aspetti problematici per chi si propone
di riattualizzare questa figura religiosa di un passionista convinto la cui missione tendeva a
ristabilire l’universalità religiosa della chiesa secondo il noto principio consolidato anche
dall’odierno Concilio Vaticano II secondo la prospettiva sinteticamente espressa dal principio ut
unum sint. Così, per il nostro Padre Domenico la questione della redenzione dei
cosiddetti fratelli separati rappresenta non solo un momento significativo di superamento
dell’eresia ma soprattutto un contributo profondo per la realizzazione storica del messaggio
cristiano. Ciò, ovviamente, non era da lui espresso in una visione teorica di tipo teologia, ma
rappresentava un principio ineludibile dell’attività pastorale nella sua azione storica realizzata nel
territorio dell’Inghilterra.
Un mistico tomista
Domenico Barberi, che fa parte dei mistici religiosi del nostro territorio, tenta una significativa
sintesi tra l’itinerario mistico dei passionisti, l’apertura al tentativo ecumenico del recupero
dell’unità della chiesa a partire dai fratelli separati del mondo del cristianesimo anglicano e la
filosofia teologica del tomismo, erede degli insegnamenti derivanti dal Concilio di Trento. Questo
interessante itinerario culturale, nella sua complessità, costituisce oggi un motivo per certi aspetti
tradizionale ma religiosamente profondo per una riattualizzazione della figura significativa di un
beato senz’altro capace di recuperare l’accordo tra scienza e fede nel quadro di una visione mistica
del cristianesimo illuminata dalla fedeltà ad una testimonianza religiosa improntata al mondo di una
verità razionale tendente al superamento della cultura atea figlia dello scientismo specifico
dell’illuminismo e caratterizzante della autosufficienza libertaria del positivismo della cultura
moderna che giunge fino ai nostri giorni. La sua esperienza religiosa nasce da una visione mistica
della fede che lo convince a rinunciare al mondo e ai suoi progetti familiari propri della sua scelta di
un fidanzamento con la fanciulla ideale per un futuro matrimonio a favore di una rinuncia e di
un’apertura alla castità nel mondo teologico specifico dell’ordine passionista. In questa situazione,
la sua semplicità di spirito lo porta ad arricchire la scelta religiosa anche alla luce di un impegno
culturale che dal mondo contadino lo apre agli studi e alla cultura in quel tempo privilegiata della
filosofia e della teologia. In questa chiave di lettura della sua missione nella chiesa, la scelta
culturale si fonde con l’ideale pastorale di divenire missionario dell’estensione del cristianesimo
riformato per ricondurre i fratelli separati nella chiesa cattolica universale nel mondo
dell’Inghilterra. Il sogno di questo passionista trovava il suo limite in apparenza insuperabile
dall’essere egli stesso figlio della Tuscia e lontano dalle lingue, nonché dalle culture europee, ma la
sua fede nella divina provvidenza lo conduce miracolosamente ad essere inviato in Inghilterra dopo
precedenti esperienze nel mondo europeo per sostituire un passionista ammalato e divenire autore di
un’attività di fondazione di nuovi conventi nel territorio inglese. In questa situazione, il suo sogno
diviene un progetto reale e le sue attività pastorali incontrano situazioni favorevoli, e, fra l’altro, lo
conducono a contribuire attivamente alla conversione al cattolicesimo nel 1845 di John Henry
Newman, conosciuto anche come Cardinale Human. Questi motivi autobiografici costituiscono il
substrato concreto della scelta culturale propria della sua storia di filosofo e teologo. Tale scelta lo
fa approdare in modo significativo al tomismo e ad un dialogo epistolare, culturalmente fondato,
con alcuni docenti dell’università di Oxford nel 1841, in cui viene compiuto un tentativo di incontro
tra il cattolicesimo e l’anglicanesimo in un ambiente culturale significativo, anche se poi tale
tentativo è destinato a rimanere sulla carta e ad esprimere soltanto i motivi ideali della speranza
pastorale del nostro Padre Domenico.
I fondamenti filosofici della verità teologica
Il problema di Meco della Palanzana era fondamentalmente di ordine pastorale. Tuttavia, al di là di
ogni sofisticazione specialistica, la sua preoccupazione era quella di garantire una formazione
personale completa nel doppio orizzonte della conoscenza e della fede illuminata da una verità
rivelata e partecipata con la preghiera e con la meditazione ma nello stesso tempo garantita dalla
certezza fondativa di una verità dimostrata dal pensiero. In questo suo umanesimo religioso, il
misticismo da solo non era soddisfacente, ma anche l’astrattezza razionale di una metafisica
aristotelica tomistica di tipo tradizione non avrebbe risolto le istanze di un pensiero interrogativo e
curioso del sapere. Allora, il nostro passionista, pur essendo tomista si pone in atteggiamento critico
nei confronti del classico e ormai superato manuale di Roselli, tradizionalmente e universalmente
usato nei seminari cattolici. Su tale linea, egli pastore, mistico, culturalmente impegnato e docente
si dedica ad elaborare in più versioni con diverse correzioni, un nuovo manuale per essere usato nei
seminari teologici dell’ordine passionista. Quindi elabora un’opera improntata alla tradizione del
razionalismo cristiano ma senza cadere nella razionalità scientifica delle filosofie moderne. Così, si
allontana dall’aristotelismo tomista tradizionale ma anche dal razionalismo filosofico di Cartesio, di
Leibniz e di Spinoza. La conclusione è quella di elaborare una metafisica razionale ma vicina al
buon senso dell’umanità comune e alla luce di questo disegno innovativo cresce la sua fondazione
ontologica, per così dire sistematica, nella quale prendono vita, fra gli altri, i seguenti capitoli del
suo manuale, tra i quali troviamo: una cosmologia, una psicologia, una teologia nell’ambito
ontologico e dal punto di vista della filosofia pratica abbiamo invece: una morale, un’etica, una
politica e un’estetica. In questo quadro complesso, ma razionalmente ordinato, emergono, fra gli
altri, alcuni problemi fondamentali quali il bene e il male, la libertà, la morte e l’apertura a un
mondo superiore di un ordine metastorico. In tale Manuale così appaga l’esigenza di intervenire in
modo innovativo al recupero di un tradizione veritativa del pensiero cristiano.
Conclusione
Alla luce della sintesi precedentemente compiuta emergono una serie di questioni che giustificano il
tentativo di riattualizzazione del pensiero del Beato Domenico ma nel contempo, anche, e
soprattutto, l’importanza di una conciliazione tra tradizione e innovazione in base alla quale si
delinea il ruolo centrale dei nostri mistici per la testimonianza cristiana nel nostro difficile mondo
attuale. Tra i problemi fondamentali, assume grande importanza, il tema oggi complesso e più
esteso che si pone oltre il limite del venire incontro ai fratelli separati per proiettarsi nel mondo
universalmente più ampio della chiesa universale che dà luogo all’ecumenismo all’interno del quale
oggi l’apertura è ancora maggiore dando luogo all’istanza del dialogo interreligioso che
indubbiamente supera e comprende la tematica già difficile dell’unificazione del pensiero cristiano.
Alla luce di questo problema di fondo, la presenza del Beato Domenico nella vita della chiesa di
oggi assume il senso di ricercare un nuovo umanesimo nel quale la società complessa possa
finalmente adempiere alla speranza di un’apertura planetaria dove le diversità si incontrino per
arricchire il mondo nuovo, infatti oggi siamo convinti, sia nell’orizzonte della scienza, sia in quello
della fede, che l’unità del mondo complesso è data non dell’eliminazione delle diversità ma dalla
valorizzazione delle diversità medesime che rappresentano delle differenze destinate a completarsi,
per cui dovremmo poter parlare di un uno dei molti in cui il principio dell’ut unum sint, viene ad
aprirsi ad una situazione nella quale la tendenza ideale è quella di poter raggiungere il sogno
utopico di un’umanità migliore nella quale tutti possano celebrare la presenza del divino nella
ricchezza delle varie forme religiose attraverso le quali il divino stesso è presente nella storia.
Indubbiamente, interpretando il messaggio mistico e razionale di Meco della Palanzana possiamo
vedere in quest’umile passionista un segno dell’umanità futura che possa animare la nostra utopia
religiosa in un’atmosfera in cui i segni dei tempi siano capaci di porre in primo piano lo sviluppo,
spesso imprevedibile, della storia umana.
