L’invisibile alla porta accanto.

Ricevo da Giusy, una cara amica, queste due storie… storie vere .
Chiedo la pubblicazione perché mi auguro che alle persone che
leggono faccia riflettere, ma soprattutto faccia aprire il cuore,
purtroppo, raffreddato da indifferenza e mancanza d’amore
Grazie Giusy, da Mariella.

Prima storia:
“Ci sono giorni in cui un gesto banale cambia il corso di una storia.
Come decidere di scendere le scale a piedi invece di prendere
l’ascensore.
È quello che è successo a *Grazia*, un’ex infermiera che dopo
quarant’anni di servizio pensava di aver visto tutto.
Martedì scorso, al primo piano di una palazzina in Via Cardarelli, si
è trovata davanti a una porta aperta e al grido disperato di una
donna di 68 anni che chiedeva aiuto.
L’istinto di cura non va mai in pensione.
Di fronte a difficoltà respiratorie, capogiri e malessere, Grazia si è
attivata subito. Ha chiamato i soccorsi e, superando gli intoppi con i
numeri d’emergenza, è riuscita ad allertare Carabinieri e 118.
Ma oltre all’emergenza sanitaria ce n’era un’altra, più silenziosa e
più pesante.
L’appartamento era sepolto da montagne di scatole e sacchi di
spazzatura accumulati negli anni. Non c’era una cucina agibile. La
signora viveva in solitudine totale, nell’indifferenza di vicini e
amministrazione.
Grazia non si è girata dall’altra parte. Ha preteso la presenza della
Polizia per far attivare i Servizi Sociali e non ha lasciato la donna
finché i sanitari non l’hanno presa in carico.
Il giorno dopo, con il dolore di quello che aveva visto ancora
addosso, ha contattato Giuseppina descritta come un “punto di
riferimento”, per avere lavora lì tanti anni nella rete ospedaliera.

Grazie alla stima e alla collaborazione costruite in anni di lavoro, la
macchina dell’assistenza sociosanitaria si è finalmente messa in
moto.
In ospedale è entrata in scena Roberta.
Giuseppina la descrive come un angelo. Roberta ha seguito la
signora per tutto il tempo in cui è stata in pronto soccorso. L’ha
fatta mangiare, le è stata vicina, le ha dato conforto e calore
umano fino all’ultimo giorno.
E quando è arrivato il momento della dimissione, è stata
accompagnata dai mezzi dell’ospedale.
Oggi la signora è seguita dai Servizi Sociali. Il percorso è ancora
lungo, ma non è più invisibile.
È la storia di una catena di umanità.
Grazia ha scelto di guardare e fermarsi. Giuseppina ha scelto di
muovere il sistema.
Roberta ha scelto di restare, fino ad accompagnarla a prendere il
mezzo per essere accompagnata a casa
Si possono, smuovere le montagne, quando le persone donano il
proprio tempo senza giudizi, con rispetto, empatia e amore.
È il Vangelo del Buon Samaritano che diventa quotidianità: non
passare oltre, ma prendersi cura.
Il confine tra normalità e invisibilità è sottilissimo. Può essere la
porta accanto.
Ma basta una persona che scende le scale per spezzare la solitudine
e restituire dignità.
Salvare una vita a volte non è un gesto eroico.
È un ascensore non preso. È una mano tesa. È un piatto di cibo. È
un passaggio in macchina… È umanità”.

Una seconda storia …
“Buona domenica, una piccola testimonianza di una mia paziente:
Caterina è arrivata da me un giorno, accompagnata da
un’assistente sociale. Aveva la schiena ferita da un trauma

importante. Ma più della schiena, si vedeva che aveva il cuore
stanco. Entrò a testa bassa, tutta contratta, con quella paura che
hanno le persone che hanno sofferto tanto.
Con noi il lavoro si fa con le mani. E le mani, se vuoi curare
davvero, devono prima dire qui sei al sicuro.
Così con Caterina ho iniziato piano. Senza fretta. Cercando di farle
sentire che quello studio poteva essere un posto buono per lei.
Poi mi sono accorta di una cosa semplice ma importante: non
faceva colazione.
Le ho detto: Facciamola insieme. E quel giorno le ho dato anche
la mia medaglietta miracolosa. Da lì è cambiato qualcosa. Ho visto i
suoi occhi farsi meno spaventati. Ha cominciato a raccontare, a
ridere piano, a fidarsi. L’ambulatorio o è diventato un po’ casa sua.
Le ho parlato anche di due posti che per me sono pace: Santa Rosa
e San Francesco. Lei è andata. E quando è tornata mi ha detto che
le avevano fatto bene, che lì aveva sentito un sollievo che non era
solo fisico.
Un giorno Caterina è arrivata con un regalo per me: una Madonna
disegnata e colorata con le sue mani. Ha un talento meraviglioso.
Me l’ha data con tanta timidezza e tanta gratitudine. Oggi quel
disegno lo tengo nel mio armadietto. Lo guardo spesso e mi ricorda
che le cure vere passano anche da un gesto, da un sorriso, da un
ti vedo.
Io credo di non aver fatto niente di speciale. Sono solo stata lì. Ma
se il Signore ha usato le mie mani e il mio tempo per arrivare a lei,
allora ne è valsa la pena.
Caterina mi ha insegnato che a volte per raddrizzare la schiena
bisogna prima scaldare il cuore”.

Condividi