Ci troviamo in una località protetta e non possiamo specificare il luogo in quanto abbiamo incontrato Padre Antonio Coluccia che a causa del suo impegno contro la droga nel quartiere di San Basilio vive sotto scorta della polizia. Ovviamente gli argomenti di cui parleremo durante questa intervista tratteranno soprattutto il suo impegno con la sua comunità che aiuta i più bisognosi.

Chi sono i più bisognosi Padre Coluccia?

– I più bisognosi sono persone che si trovano in difficoltà a causa anche della crisi economica, ma soprattutto anche per la pandemia. I poveri sono tanti e tanti chiedono a noi dell’opera Don Giustino di essere aiutati. Io vivo in un bene confiscato alla mafia, vivo con dei ragazzi che hanno avuto problemi sia di disagio ed emarginazione sociale ma soprattutto di droga e di appartenenza a
qualche famiglia malavitosa. Cerchiamo di aiutare questi ragazzi proponendo loro un progetto di vita nuova, affinché possano sperimentare la bellezza della vita, questa luce nuova che è dentro di
loro. In questo cammino in cui io li accompagno come un buon padre accompagna il proprio figlio,
io gli sono accanto sia nei momenti anche e soprattutto di difficoltà, nei momenti di crisi, la crisi come crescita per la persona indicando la strada maestra. Il primo obiettivo è quello che, nel momento in cui loro vengono accolti nella mia comunità, devono firmare il “patto di legalità”, ossia facendo comprendere a questi ragazzi che l’infame non è chi parla e segnala alla Polizia di Stato abusi e situazioni particolari, ma l’infame è chi rimane in silenzio; l’omertoso è il vero infame.

È colui che non permette il bene della persona altrui perché come spiego sempre io, se io voglio bene
a quella persona e so che a quella persona le stanno facendo del male, io devo parlare. Una parola salva la vita di una persona e quindi mi faccio carico di questi ragazzi e cerco di vivere la mia vita anche come sacerdote con loro, cercando di infondere la speranza in loro e nelle loro famiglie, perché vi ricordo che un ragazzo che purtroppo fa uso di sostanze stupefacenti diventa non soltanto “problema” della famiglia ma diventa anche un “problema” sociale. E questo la Polizia di Stato conosce molto bene, anche perché io vivo con dei poliziotti, vivendo sotto scorta e ringrazio la Polizia di Stato e la Questura di Roma per tutto quello che fanno per me e come ogni sera facciamo l’attività anche di presidio nella piazza di spaccio della cosidetta “Lupa” che sarebbe in via Carlo Tranfo dove cerchiamo di fare questo servizio di prevenzione. Testimoniare quello che è il motto della polizia “esserci sempre”. Per me in quanto sacerdote testimoniare quello che è amore di Dio e la sua misericordia ma soprattutto anche la sua fermezza. Le persone cambiano quando c’è una proposta credibile, allora noi siamo arrivarti li, in questo quartiere, questa piazza di spaccio al buio più totale – dove mancavano i segni di uno stato di prossimità. Quando siamo arrivati li, insieme agli uomini della mia scorta – i miei angeli custodi – eravamo soli e ci confortavamo insieme ed è questa la cosa bella che ha dato tanta forza, giocare insieme in questa partita di vita nuova e di liberazione di un territorio. Abbiamo incominciato con la regola delle tre “P” – POCHI PICCOLI PASSI – coinvolgendo tutte le istituzioni e ringrazio il Questore di Roma Dottor Esposito ed il Prefetto di Roma per aver accolto questo impegno che soprattutto diventi un impegno sociale, ma di cittadinanza attiva e partecipazione sociale. Quindi presidiamo tutte le sere queste piazze di spaccio con la Polizia di Stato. E’ bello vedere una polizia che fa prevenzione con la quale abbiamo ottenuto dei risultati dove la gente scende e viene nelle piazze di spaccio per dire “GRAZIE” al poliziotto.

Il poliziotto chi è?

E’ un uomo; potrebbe essere un padre, potrebbe essere una madre, hanno i loro figlie le loro preoccupazioni come spiego io ai miei ragazzi. Quando incontri un poliziotto, incontri la presenza dello stato e quel poliziotto per te è la tua speranza perché quel poliziotto è li per aiutarti, è lì per salvare la tua vita e allora cerchiamo insieme di fare questa attività dove l’importante è la sinergia tra le istituzioni, in questo caso la Polizia di Stato e la Chiesa. Io sono un sacerdote e quindi quando si interagisce insieme, le associazioni, i comitati e tutte le agenzie educative mettono al centro il bene della persona allora si possono liberare queste piazze dello spaccio da queste organizzazioni criminali, che in questo caso su San Basilio la polizia conosce molto bene, perché sono state fatte varie operazioni di polizia su questi clan che detengono il territorio. Il clan della ‘ndrangheta e le consorterie romane che sono lì presenti e ci sono vari interessi. I peccati mortali di San Basilio non è solo lo spaccio della droga ma è anche la gestione delle case. Una cultura in cui è cresciuta una edilizia spontanea ma soprattutto è cresciuta anche dove c’è disagio e c’è povertà e abbandono, lì ci sono le organizzazioni criminali. L’abbandono dello stato, dove quando siamo arrivati lì ho cercato di agire in un locale, dove gli spacciatori presidiavano tranquillamente ed erano ovunque. Quello che mi ha preoccupato è che quando al passare della volante della polizia o ad avvicinarsi di un uomo in uniforme, loro con tanta strafottenza lo affrontavano, io indignato da questo comportamento ho detto ad un ragazzo: “ma cosa volete fare qui, la gomorra romana?” ed infatti io San Basilio la chiamo proprio così, la gomorra romana dove ci sono persone vestite ed acconciate in un certo modo e con macchine a noleggio tutte di un certo tipo come per esempio una Ferrari bianca e simili. Un atteggiamento caratteristico e di contrasto allo stato, contro gli uomini delle forze dell’ordine che al confronto con degli stipendi miseri rischiano la vita. E così abbiamo fatto comprendere alle istituzioni che c’era bisogno di uno stato di prossimità e devo dire che il Prefetto Piantedosi ha fatto sentire la forza dello stato insieme al sindaco di Roma, anche alla Sindaca Raggi la quale ha poi accolto il mio invito venendo sul territorio e abbiamo iniziato a riqualificare il quartiere, questo è stato importante.

– Quindi la sua comunità in qualche modo ha portato la luce in quei quartieri di periferia non solo in
senso metaforico, ma anche a livello fattivo perché ovviamente la criminalità si sviluppa, dove c’è il buio, dove i criminali sono più nascosti e quindi hanno modo di proliferare.
Io li chiamo i figli della notte ed avendo anche un megafono ed una cassa, quando ho chiesto al sindaco di intervenire e di cambiare le plafoniere dei pali della luce che sono state sostituite e dopo poco annerite da coloro che avevano paura ci fossero le telecamere nascoste, ho iniziato la mia
azione sul campo facendo la catechesi proprio con l’ausilio del megafono iniziando a parlare verso
di loro. Gesù dice: “il vostro parlare è si sì, no no. Il di più è del maligno…” quindi ho cominciato a parlare chiaro e ho detto che io non ci sto quindi annunciando il Vangelo ma citando anche
l’articolo 3 della Costituzione: lo stato rimuove gli ostacoli…quindi se li l’ostacolo è la ‘ndrangheta,
la gestione delle case, lo spaccio di sostanze stupefacenti allora vanno rimossi.

Lo stato ha questo compito fondamentale perché deve ridonare vita a quei cittadini perché la droga e l’occupazione per loro è un fatto culturale e quindi ho cominciato così il contrasto. Mi ricordo che mi urlavano di tutto
e di più dalle case: “Bastardo, figlio di puttana” ma io rispondevo sempre: “prego per voi” e gli parlavo anche con la preghiera, cercando di seminare questi semi di speranza perché la preghiera è
il respiro di Dio e aiuta e conforta le persone. E da lì, ascoltando questa mia voce col megafono, sembrava una scena surreale di un film. Le persone stavano rintanate dentro le case però
ascoltavano e poi ho cominciato a ricevere delle lettere di ringraziamento e da li abbiamo avuto dei risultati. Intanto oggi in quei quartieri esiste la luce, quella vera e non soltanto proclamata in senso biblico ma una luce di fatto che illumina quel quartiere. Ciò da fastidio alle organizzazioni criminali,
che nel buio vogliono continuare a fare i loro sporchi e luridi interessi.

Questo noi non lo permettiamo e siamo li, a presidio perché ci vuole prevenzione. Io ringrazio anche il Dirigente del Commissariato San Basilio Dott. Eugenio Ferraro, amico di “Doppia Vela 21”, per la collaborazione
fattiva. Quando le persone chiamano al commissariato dicendo grazie, allora c’è un senso profondo dello Stato.

E quindi ciò che prima era una novità comincia a diventare consuetudine?
Sì, noi crediamo nella continuità e quei segni di prossimità dello stato ci devono essere.
Successivamente siamo andati con l’Associazione italiana donatori di sangue della polizia e abbiamo fatto anche con loro svariate iniziative, con gli scout e ne faremo ancora altre soprattutto i
convegni sulla legalità sul territorio e soprattutto nei quartieri di periferia. Dove c’è la vedetta, ioboccupo lo spazio della vedetta e li faccio questa azione di disturbo. I cittadini abbandonati ed
emarginati lo apprezzano e poi capiscono da che parte stare. Un territorio organizzato dal punto di
vista militare delle organizzazioni malavitose hanno tanti interessi non solo per quanto riguarda i reati comuni ma anche la gestione degli esercizi pubblici.

E loro cercano soprattutto di influenzare i più giovani. Come sacerdote ed educatore quando vedo quei ragazzi buttati li a fare le vedette e mi fermo a
parlare con loro cerco di spiegare che la droga non ti da il futuro ed è solo un’illusione, ti ruba i sogni e ti spoglia della dignità di uomo e di persona. Il nostro progetto è quello di aprire un dopo scuola sociale a San Basilio intitolata a Don Milani che diceva: “se sai sei, se non sai sarai di qualcun altro” quindi è la cultura che ti salva. Da questo presidio della polizia nasce una voglia di
vita nuova e di cultura con gli agenti che con passione portano a compimento questi valori ed hanno a cuore il territorio partendo dall’aquila che hanno sul berretto e le due lettere R.I. Repubblica Italiana.

Nella mia famiglia purtroppo c’è stato un funerale di stato e ho perso mio zio, un
Sovrintendente Capo della Polizia di Stato in un inseguimento con la volante nella lotta alla sacra corona unita, prima vittima di un commissariato della provincia di Lecce. Questo mi porta ad avere particolare attenzione verso chi indossa una divisa ed anche alle loro famiglie, e crederci fino in
fondo insieme a loro poiché un poliziotto è come un prete che deve credere nel suo vangelo, una passione che diventa vita e che diventa speranza ed accoglienza. Un poliziotto deve essere fermo
quando deve dare delle indicazioni ai cittadini ma sa essere anche a braccia aperte e sa consolare le sofferenze di alcune mamme che piangono per i loro figli; il poliziotto è molto di più di quello che noi vediamo.
Non c’è soltanto la repressione ma anche la prevenzione.

Il poliziotto non è soltanto quello che ti mette le manette ma è anche quello che agisce prima come quell’aquila che sa volare molto prima, e quando sei presente sul territorio sai salvare vite umane.
C’è cittadinanza attiva ed il poliziotto è colui che sa contribuire e sa creare questa rete tra i cittadini e sa essere tessitore di speranza e io mi sento solo di ringraziare tutti gli uomini e le donne in divisa invocando la loro protezione.

Nonostante il potentissimo carisma che emana, Don Coluccia, ha mai avuto dei momenti di sconforto?

Sì, come tutti sperimentiamo anche la sofferenza nella nostra vita soprattutto quando ci si confronta con delle situazioni di disagio, famiglie in difficoltà, pianto di un papà per una figlia che non rientra a casa ed è li che cerco di consolare le persone e tirare fuori anche la speranza. Quando non ho più le parole, mi inginocchio e comincio a pregare Dio chiedendo di illuminare il mio cammino, la mia vita, il mio pensiero,  affinché io possa essere segno del Suo amore e della Sua misericordia. I
momenti di difficoltà ci sono, ma i momenti di difficoltà vanno superati. Come anche i momenti di paura.

Il mio messaggio è proprio questo soprattutto ai ragazzi nelle scuole: ” se anche avete paura, accanto alla paura abita la porta del coraggio”. Il coraggio, bisogna osare, rischiare e
compromettersi – questi tre punti sono necessari. A volte potrai non essere capito o travisato, preso
in giro ma anche del Nostro Signore Gesù Cristo quante ne hanno dette. Io cerco di non pensare a quello che dicono altrimenti non farei più niente, devo solo pensare al bene delle persone. Io pur di
salvare un ragazzo devo anche rischiare la vita se necessario. La vita ha un senso nel momento in cui la vivi pienamente. E nel momento in cui tu salvi vite umane. Quando tolgo un ragazzo allo
spaccio ed alla malavita, li posso dire che c’è il sorriso di Dio e ci sono le braccia aperte.

– Si diventa una grande famiglia?
È ciò che vivo e sperimento con gli agenti della mia scorta, vivo le loro stesse preoccupazioni ed insieme proviamo queste esperienze nel salvare dei ragazzi dalla piazza di spaccio oppure una
donna vittima di violenza. Queste sono cose bellissime ma ci sono anche delle situazioni dove magari ti trovi a confortare in ospedale una persona giovane che sta morendo di tumore. Questi uomini, queste aquile sperimentano le mie stesse esperienze e mi sento di dire grazie a Dio ma
anche a questi uomini delle forze dell’ordine che tutti quanti mi accompagnano nella mia missione.

Foto tratta dal web

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