Maternità surrogata

Non è un atto d’amore, tantomeno un dono. Parliamo di quella che un po’ ipocritamente viene chiamata gestazione per altri, cioè la maternità surrogata in un utero preso in affitto, con una donna ridotta a strumento per fabbricare un bambino, entrambi in qualche modo avviliti al ruolo di  oggetti.

In molti Paesi, comprese Francia, Germania e Italia, questa pratica è vietata, anche se non mancano, proprio in Italia, tentativi di legiferare per legittimarla, anche sulla spinta di comportamenti tenuti da alcune persone, in qualche caso famose e persino con esperienze istituzionali, che vi hanno fatto ricorso al’estero.

Altri Paesi, per esempio  Austria e Norvegia,  la tollerano qualora l’ovocita appartenga alla donna che mette a disposizione il proprio utero, cioè si faccia fecondare artificialmente e poi ceda il bambino a chi glielo ha commissionato. In altri Paesi ancora, come la Grecia, il commercio alla base di questa surrogazione con tecniche che avviliscono il significato della riceca scientifica viene aggirato sotto forma di “rimborsi spesa”.

Eppure di commercio si tratta, di un commercio   come spesso accade  basato sullo sfruttamento e sulla discriminazione delle realtà sociali più fragili.  Questa pratica, infatti, si svolge in prevalenza in quei Paesi che un po’ ipocritamente si continua a chiamare in via di sviluppo,  dove è proprio la povertà a spingere giovani donne a prestarsi a diventare madri surrogate. Il numero maggiore si registra in India, dove molte giovani  per pochi dollari al mese, mettono al mondo, come in una catena di montaggio, bambini per coppie, tanto eterosessuali quanto omosessuali, praticamemente sempre di Paesi ricchi.

Colpevoli le donne di quei Paesi? Sì, forse. Ma solo se è una colpa la fame, il bisogno, la disperazione. Se una responsabilità occorre indicare, va ricercata negli  acquirenti, è la pseudo cultura sempre più pervasiva in  Paesi,  compreso il nostro, che mistifica  il significato di parole come diritto e persino amore spacciando per dono di una donna in grado di procreare a chi non lo è la bramosia di possesso, persino di consumo che la impronta su tutto e che finisce per  investire e mercificare anche gli esseri umani. Finisce per avvilire, spezzare  quel particolare legame tra madre e figlio che si instaura dal momento del concepimento, passando per la gestazione, fino al parto.

E se le cose, per qualunque motivo, non vanno come gli acquirenti si attendono, questi bambini concepiti in un tale blasfemo calpestamento della dignità umana finoscono per trovarsi nella condizione di scarti di produzione, come è accaduto con la pandemia del Covid-19. Lo hanno denunciato i vescovi  greco cattolici dell’Ucraina, in relazione alla situazione verificatasi nell’Hotel Venezia di Kiev, dove 46 bambini, nati da  maternità surrogata, erano stati abbandonati perchè ilblocco degli spostamenti internazionali ha impedito ai committenti che li avevano prenotati di andare a ritirarli.

L’arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina Sviatoslav Shevchuk e  l’arcivescovo latino di Leopoli  Mieczysław Mokrzycki hanno firmato un appello per fermare questa piaga della maternità surrogata tanto diffusa in Ucraina.

Maternità surrogata

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