Si susseguono i dibattiti, le polemiche spesso strumentali intorno alle categorie più bisognose di sostegno a causa della pandenia. Eppure qualcosa è sfuggita, qualcuno è stato dimenticato.

Del resto lo era anche prima che l’emergenza del Covid-19 finesse per cancellare tutte le altre. Tra i tanti protocolli governativi stilati in queste settimane, magari talora in modo confuso, ne manca uno sulla situazione delle  migliaia di giovani con dipendenze, i più fragili.

Lasciati  a loro stessi, più di prima, questi ragazzi che il confinamento in casa aveva sottratto agli occhi già distratti di tanti, con la cosiddetta fase 2 sono ritornati per strada,  dove lo spaccio di sostanze stupefacenti continua, non si è mai fermato, anzi è aumentato.

Intanto c’è stato quasi l’azzeramento dei servizi, a parte il metadone garantito dai Serd (Servizi per le dipendenze).

Non sono impressioni: è tutto documentato, tutto messo nero su bianco  nella relazione al Parlamento sulle droghe, che aveva portato alla luce un preoccupante aumento di consumi e  di vittime, praticamente una ogni 24 ore.

Né certo  l’uso di droghe dimuisce il contagio da virus, mentre al contrario le persone che entrano in quella spirale, sono forse le meno attente alle misure di precauzione.

Le comunità terapeutiche, l’unica risposta un minimo efficace a questo dramma sociale,  hanno dovuto affrontare enormi difficoltà, da quella  a reperire i dispositivi di protezione individuale all’impossibilità di fatto di dare accoglienza ai nuovi ragazzi.

Ne parliamo con don Alberto Canuzzi,  presidente  del Centro Italiano di Solidarietà  (CeIS) San Crispino di Viterbo.

Don Canuzzi, a parte l’aver rispettato le indicazioni dei decreti ministeriali, come il lavaggio delle mani, le distanze, mascherine e guanti, la misura della temperatura, come è stata affrontata l’emergenza coronavirus?

Forse qualcuno si è domandato che fine ha fatto il CeIS di Viterbo e come stiamo  affrontando questo periodo così difficile. Sento il dovere di comunicare che la nostra vita, anche se difficile, ha proseguito con lo stesso ritmo… noi non possiamo tirarci indietro.

Abbiamo coinvolto i nostri medici che hanno immediatamente dato le disposizioni che stiamo seguendo alla lettera, e sono le disposizioni dei decreti ministeriali. Ma la vita non si può fermare, ed è continuata la presenza del personale sia amministrativo sia terapeutico, anzi tutti hanno preso coscienza maggiormente dell’importanza della loro presenza. Non possono entrare persone estranee e non usciamo se non per motivi urgenti. Le persone inserite nel programma sono coscienti del momento difficile e stanno collaborando anche con serenità e spirito di sacrificio. Non facciamo mai mancare nulla di ciò che necessita materialmente e spiritualmente.

Parlare di necessità spirituali sembra quasi scontato al CeIS, fondato cinquant’anni fa da un sacerdote come don Armando Picchi, convinto che la dipendenza da droga fosse un inferno individuale dal quale è possibile uscire solo inserendo le terapie in un contesto comunitario. Al centro San Crispino lei come si organizza?

Ogni giorno alle ore 17,30 celebro la Messa in comunità e un bel gruppo di ragazzi vi partecipano. Da parte mia farò come Mosè: sostenere con la presenza e la preghiera . Leggendo la Bibbia c’è questo avvenimento: “E quando Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva;
e quando le abbassava, vinceva Amalec. Ma le mani di Mosè si facevano pesanti. Allora essi presero una pietra,gliela posero sotto ed egli si sedette; Aaronne e Cur gli tenevano le mani alzate, uno da una parte e l’altro dall’altra. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec” (Esodo 17,  11-12).

Di cosa c’è bisogno ora, nel Centro, con la fine del lockdown?

Nel momento in cui si è iniziata a profilare la possibilità di una normalizzazione, abbiamo ritenuto opportuno cercare con più forza e avere maggiori garanzie perché le relazioni umane dei nostri giovani avvenissero in totale sicurezza. E qui – mentre si pensava ai bar, ai ristoranti e alle piscine – il silenzio della presidenza del Consiglio, del ministero della Salute. Nonostante le promesse dei capi di gabinetto e dei funzionari, il capitolo dipendenze non solo non è entrato nel decreto “Cura Italia”, ma nemmeno nel decreto  “Rilancio”. Insomma, siamo del tutto ignorati, come se il problema non esistesse. C’è stato un momento, in cui per provocazione, abbiamo pensato persino di chiudere le nostre comunità. Un universo sterminato di fragilità attorno cui orbitano qualcosa come trentamila persone, considerando anche le famiglie “fuori”. Se queste persone finissero in strada, all’improvviso, forse il governo si accorgerebbe di loro e di ciò di cui hanno bisogno ogni giorno. Prevale, però, come evidente, il nostro senso di responsabilità, l’amore per questi ragazzi. Che non possono essere abbandonati anche da noi.

Con il virus come ve la siete cavata?

Siamo usciti dall’emergenza senza nemmeno un caso di Covid , ma il problema è soprattutto quello dei nuovi ingressi. A livello nazionale tuttavia si conferma che il nostro mondo è invisibile: il governo è totalmente assente, e lo è da ben prima del Covid. Sul tavolo delle comunità terapeutiche  c’è in particolare il nodo delle rette. Il blocco degli ingressi di fatto diminuisce il fatturato delle strutture, che tuttavia devono mantenere requisiti rigidissimi per l’accreditamento, garantendo lo stesso personale, le stesse procedure, ora anche la sicurezza degli spazi. Il punto è che stiamo parlando di no profit: come lo recuperiamo quel fatturato? Noi non facciamo business, non possiamo andare a credito mettendo in campo nuove strategie commerciali per il futuro; abbiamo messo in atto la cassa integrazione per recuperare un margine di sussistenza.. Noi salviamo i ragazzi, e lo facciamo al posto dello Stato, in una logica di sussidiarietà che di nuovo viene mortificata da cavilli giuridici e burocratizzazione delle procedure. Un meccanismo in cui la carne viva dei figli d’Italia, già lacerata dalla droga e dall’abuso di psicofarmaci (per cui si prevede per altro un picco di consumi nei prossimi mesi), resta – di nuovo – stritolata senza appello.

La convincono le prospettive che sembrano annunciarsi?

Proprio questa mattina ho letto che sarebbe pronto il “Piano di rilancio Italia” “ di Colao: Mi auguro che non divenga realtà quanto sembra esservi sottinteso. Sembra infatti, in proposito. che si voglia  incrementare l’investimento nei settori della Salute Mentale e delle Dipendenze Patologiche di almeno il 35% rispetto alla spesa attuale, prevedendo il graduale superamento delle disuguaglianze di accesso inter-regionali, attraverso il reclutamento del personale carente della dirigenza sanitaria e delle professioni sanitarie. Il tutto andrà sottoposto a monitoraggio e valutazione sistematica delle attività svolte, includendo indicatori di processo ed esito relativi alla Salute Mentale e alle Dipendenze Patologiche nel Nuovo Sistema di Monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza (LEA). Da ultimo occorrerà verificare l’aumento atteso della capacità di resilienza della popolazione di utenti fragili della Salute Mentale e delle Dipendenze Patologiche attraverso indagini nazionali su dati ISTAT . Ma il punto cruciale è che si propone anche “di orientare le prassi dei Servizi verso la personalizzazione degli interventi ed il superamento delle strutture residenziali”, attraverso un imponente piano di formazione e di qualificazione delle attività secondo criteri evidence-based. In pratica significa che chiuderemo tutte le comunità per incentivare i servizi pubblici.  E sappiamo tutti come funtionalo le une e gli altri.

Condividi