A Viterbo ci si accinge al restauro di uno dei capolavori che arricchiscono la città, la Cappella Mezzatosta nella chiesa di Santa Maria della Verità. L’iniziativa sarà presentata domani, venerdì 1° ottobre, a in un incontro nella medesima chiesa grazie alla Fondazione Carivit finanziatrice, d’intesa con il F.E.C. (Fondo Edifici di Culto) e la Diocesi di Viterbo. Un restauro del pavimento e degli stucchi quattrocenteschi  dell’altare della Cappella Mazzatosta sita nella Chiesa di Santa Maria della Verità a Viterbo.

Il restauro verrà eseguito dal Dott. Roberto Della Porta, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

Sosta e Ripresa offre di nuovo ai suoi lettori un sapiente contributo di conoscenza dei capolavori della Cappella Mezzatosta riproponendo un importante articolo di Aldo Cicinelli già pubblicato dieci anni fa sulla rivista.

La cappella di Nardo Mazzatosta e della sua famiglia (fl8. 2) è l’unica cappella importante che si apre nel fianco della navata di Santa Maria della Verità (fig. 1).

Estremamente semplice, a navata unica, con dedica alla Madonna, chiesa con transetto a croce latina ed annesso convento nascono in Viterbo intorno agli inizi del XIII
secolo (cioè nel fervido periodo della residenza viterbese dei Papi) ad opera dei Premostratensi, Ordine religioso il cui nome deriva dal francese Premontre, ma passano presto ai Servi di Maria.

Quest’Ordine religioso mendicante (cioè con voto di assoluta povertà al pari dei Francescani, Domenicani, Carrnelìtanì) detto dei “Serviti”, nasce in Firenze, sul Monte Senario, ad opera dei “Sette Santi Fondatori” ed annovera S. Filippo Benizi tra i suoi principali organizzatori e diffusori. Questi, sepolto in Todi, in Umbria ebbe modo di avvicinarsi direttamente alla spiritualità dei mendicanti e flagellanti.

La chiesa è ancora medioevale e la cappella Mazzatosta (fig. 2) presenta lo stemma della famiglia scolpito all’incrocio dei due costoloni che reggono la volta. Di pianta quadrilatera, come la cappella dei Ponziani in S.Cecilia in Trastevere, si colloca cronologicamente in un momento di passaggio tra il Gotico ed il Rinascimento. Ha una sola finestra sul lato destro e fu affrescata da Lorenzo da Viterbo. Il programma decorativo della volta e delle pareti è stato concepito unitariamente ma non al momento della costruzione. Un pavimento in ceramica smaltata viterbese completa l’insieme. La volta presenta dei cerchi concentrici che alludono alla perfezione divina; perché il
cerchio è un antico simbolo dell’eternità perché non ha né inizio né fine. Il cerchio, ripartendosi nelle quattro vele di copertura, reca i simboli dei Quattro Vangeli.

Un altro cerchio concentrico più ampio mostra i Profeti dell’Antico Testamento (fig. 5) (che annunciarono l’avvento del Cristo) recanti un cartiglio con la rispettiva profe-
zia. Nella parte più ampia di ciascuna vela sono raffigurati i Quattro Evangelisti tra due Dottori della Chiesa contraddistinti dai loro abbigliamenti, tra i quali spiccano i
sai di alcuni ordini religiosi: bianco, alludente ai Benedettini Riformati, (S. Bernardo di Chiaravalle?); bígio, alludente ai Francescani (S. Bonaventura?).

Le vele si collegano alle tre pareti, di cui quella di fondo presenta tre ordini sovrapposti di Cori Angelici, con diversi colori nel piumaggio delle ali, alludenti alla maggiore vicinanza a Dio, che convergono verso una mandorla di luce celeste contenente la Madonna. Anteriormente un grande tabernacolo in pietra retto da due colonne anch’esse in pietra arenaria è coronato da un timpano a forma mistilinea con nel prospetto scolpiti a bassorilievo due Angeli che sorreggono la Madonna col Bambino
entro mandorla (al di sopra l’altare, trittico in pietra scolpita con Angeli a bassorilievo di fattura rinascimentale più tarda). Il complesso lapideo interferisce con la lettura dell’affresco denotando di essere di poco successivo all’insieme dipinto (a sua volta successivo alla crociera della volta), ma rinascimentale anch’esso, di esecuzione alquanto acerba, denotante arcaismo nella
cronologia.

Nella sottostante trabeazione l’iscrizione incisa: MARIA MATER GRATIAE (la A è aggiunta per correzione successiva dipinta, forse all’epoca dei bassorilievi lapidei).

Il lato destro della cappella a lunetta, nel registro superiore, reca l’Annunciazione (fig. 3), separata dalla finestra un Angelo Annunciante e Vergine Annunciata, secondo Ficonografia tipica dei Servi di Maria (cfr. Firenze, SS.ma Annunciata).

Al di sotto, nel registro centrale, la Vergine in preghiera entro tabernacolo a colonne, viene visitata da S. Giuseppe che è all’esterno con un gruppo di astanti.

La lunetta della parete opposta (che non ha finestre), reca la Presentazione di MariaVergine al Tempio tra astanti, dove sono notevoli la Vergine bambina ed il tempio
retto da colonne (fig. 4).

Al di sotto, registro centrale ad unica scena, Sposalizio della Vergine, con S. Giuseppe che porge l’anello a Maria (fig. 7-8).

Due gruppi di astanti affiancano gli sposi caratterizzando con una rappresentazione continua l’intera scena.

Lo sposalizio avviene alla presenza del Sommo Sacerdote la cui figura è quasi del tutto scomparsa. È evidente la derivazione dagli affreschi di Piero della Francesca nel s. Francesco di Arezzo.

Figura 2

Al di sotto delle Storie finta cornice architettonica con iscrizione latina ed al di sotto ancora finta tenda dipinta a tessuto darnascato retta da finti beccatelli architettonici in prospettiva. Si è conservata solo la parte centrale del pavimento in maiolica.

L’arcone d’ingresso reca affrescati nel sottarco otto Santi reggenti cartiglio iscritto entro archetti retti da lesine. Antica cancellata in ferro battuto a grata.

Stato di conservazione

Parallelamente a quanto accaduto gli affreschi della Cappella Ovetari in Padova, nel 1944 una bomba colpisce la chiesa di S. Maria della Verità. Le schegge e lo spostamento d’aria causano la caduta di circa tre quarti degli affreschi delle quattro vele, di un terzo della “Pietà”, di quattro quinti dello “Sposalizio”, si tratta di 24.000
pezzi.

L’Annunciazione, l’Adorazione, l’Assunzione subiscono pochi danni.

I danni più gravi interessano particolarmente la parete sinistra, con “Sposalizio della Vergine” e la soprastante lunetta della “Presentazione al Tempio”, cioè le opere artisticamente più significative di Lorenzo da Viterbo, ridotte in minuscoli frammenti.

Figura 5
Figura 6
Figura 3

Nel 1848 l’Istituto Centrale del restauro (oggi nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali), diretto dal Prof. Cesare Brandi, restituisce al visitatore la parete con i frammenti ricomposti, circondata dal tono neutro dell’intonaco all’esterno delle figure, ed a tratteggio all’interno (cioè tanti tratti ravvicinati, verticali, paralleli, ad acquerello per distinguerli dall’originale ad olio, ma dello stesso colore dell’originale per integrarlo visivamente).

Figura 8

Il metodo brandiano dell’ “integrazione a tratteggio”, poi diventano di uso comune, fu ufficialmente presentato a Viterbo per la prima volta in quella circostanza.

Infatti la ricomposizione delle parti dai frammenti sulla traccia di precedenti fotografie fu presentata nel 1846 al Museo Civico di Viterbo e ricollocata nel 1848.

(Cfr. Mostra dei frammenti ricostituiti di Lorenzo da Viterbo, Catalogo a cura di C. Brandi, I. C. R.1946).

Foto a cura di Maurizio Pinna

 

 

 

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