«A volte esse sono a rischio di subire violenza, per una convivenza di cui portano un peso troppo grande. Preghiamo per loro, che il Signore doni loro forza e che le nostre comunità possano sostenerle insieme alle loro famiglie. Che il Signore ci dia il coraggio delle donne di andare sempre avanti». L’ha detto di recente Papa Francesco, durante il Regina Coeli recitato dalla  Biblioteca Apostolica.

Il Santo Padre ha messo il dito su una piaga passata purtroppo in secondo ordine, durante questa pandemia del Covid-19.

Perché a uccidere non è stato solo il virus. Così come la quarantena non ha solo protetto la vita, ma in qualche caso ha favorito la violenza e la morte.  Perché le uccisioni delle donne – di questo si tratta, non si sono fermate. Anzi.

Quell’hashtag #iorestoacasa che ci ha bombardato per settimane, certo con la migliore delle intenzioni, per le donne vittime di violenza, per le donne che vivono in casa con il loro aguzzino, è stato un avviso di pericolo, è stato come dire: preparati, potrebbe succedere a te oggi.

Case dove la minaccia incombeva  già prima hanno ospitato senza pause, senza momenti di respiro quest’assurda condanna a  condividere ogni attimo con il loro molestatore, il loro aguzzino, alla fine troppo spesso il loro assassini. E  per molte di loro la casa è stata prigione, calvario, infine tomba.

Giorno per giorno, ora per ora  precari equilibri si sono sgretolati in follia omicida, con una sequela di omicidi da brivido.

Sì, non ci sono solo i morti negli ospedali, medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine fra le vittime della pandemia. Ci sono anche donne nelle loro case.

Tra i pochi scudi per queste donne  c’è stato e c’è il  Telefono Rosa,  rimasto sempre attivo, grazie all’impegno delle tante volontarie sparse per tutto il Paese. Forse apppena una goccia  in un oceano di disperazione e paura e di  morte in quei casi, dove non riesce a giungere tempestivo, l’intervento delle forze dell’ordine.

Ma una goccia che in quell’oceano ha imparato a navigare da oltre trent’anni, da quel 1988 che vide la nascita del Telefono Rosa, grazie a una rete  efficiente  di avvocate penaliste e civiliste, di psicologhe e di mediatrici culturali di diversa nazionalità, tutte volontarie per supportare chi necessita di aiuto.

Telefono rosa

«Tali tragedie generano in noi un senso di impotenza e assurdità. Abbiamo gridato tutto questo, ma purtroppo nella totale indifferenza. Non c’è attenzione a questi drammi, che invece denunciano il grave malessere della nostra società. C’è una chiara sottovalutazione di quello che sta accadendo e nessuna attenzione per quello che potrebbe accadere».

Lo ha scritto sulla pagina Facebook di Telefono Rosa la sua presidente, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli,  all’indomani dell’ennesimo femminicidio perpetrato su una mamma che lascia soli tre figli.

Picchiate senza motivo.  È inaccettabile  che certa stampa scriva così di fronte a queste , aggressioni. Ma perché? Esistono motivi  per giustificare una barbarie del genere?

Dal 2012, Telefono Rosa  gestisce il 1522, il numero di pubblica utilità attivato nel 2006 dal Dipartimento per le Pari Opportunità, proprio per contrastare la violenza fuori e dentro le mura, per dare  un concreto sostegno alle donne.

Ed è bene ricordare che la Polizia di Stato ha messo in campo da tempo, un’applicazione chiamata YouPol che permette all’utente di interagire con la sala operativa che gestisce il pronto intervento,  inviando segnalazioni e anche  immagini di  episodi di spaccio di stupefacenti, di bullismo e appunto di maltrattamenti e aggressioni alle donne.

Youpol

Ma un numero di telefono va composto, un’applicazione sul telefonino va usata. E ci sono – ci siamo – ancora troppo poche di quelle gocce che occorrono a contrastare quell’oceano.

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