L’obbligo di ricordare e di vigilare
di Pierluigi Natalia e Laura Ciulli
Ancora una volta, per la 75ª volta, i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau si sono aperti ieri, per fare memoria dell’orrore vissuto nei giorni più oscuri della storia europea.
Una memoria che non è solo quella, fondamentale e preziosa, di quanti a quell’orrore disumanizzante sono sopravvissuti, gli ultimi, ormai vecchi, di coloro che l’Armata Rossa sovietica trovò ancora vivi il 27 gennaio nel campo abbandonato dalle SS naziste, dai carnefici.
Vecchi ebrei e con loro vecchi Rom e Sinti, vecchi delle altre minoranze che i regimi nazifascisti avevano condannato allo sterminio, hanno testimoniato ancora una volta il passato e soprattutto la necessità del presente di ricordare, di vigilare, di denunciare ogni sintomo di quel male assuluto che si ripresenti. Alcuni di quei pochi vecchi non nascondono il timore che al loro laciare la vita si attenui e si disperda quella testimonianza costante, quell’atteggio vigile di una società nella quale epigoni di quei carnefici rialzano la testa, nella quale trova ascolto persino un negazionismo vergognoso.
Un timore che implicitamente non nasconde un altro vecchio, quel Papa Francesco che guida la Chiesa e quando ad essa parla parla all’unanità: “Davanti a questa immane tragedia, a questa atrocità, non è ammissibile l’indifferenza ed è doverosa la memoria. Siamo tutti invitati a fare un momento di preghiera e di raccoglimento, dicendo ciascuno nel proprio cuore: mai più!”, ha detto in questa circostanza. Due anni fa aveva detto: “Eccoci, Signore, con la vergogna di ciò che l’uomo, creato a tua immagine, è capace di fare. Ricordati di noi nella tua misericordia”.
Sono quel timore e quella vergogna a fare della memoria un dovere. Lo recepì bene quindici anni fa l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nell’istituire la Giornata internazionale appunto in questa data. Quel dovere è un impegno per il nostro presente, un impegno da trasmettere alle nuove generazioni affinchè sappiano comprenderne i significato e mantenerlo a loro volta.
Ci riguarda tutti come uomini e tutti come italiani. Perché nella nostra nazione si fece lo stesso, perchè si aderì a quell’orrore, lo si impose come legge, lo si praticò con ferocia e con viltà. E perchè quel dovere di vigilanza si attenua troppo spesso, con l’acquiescenza davanti al proliferare di svastice e croci celtiche, davanti alle azioni e alle parole di quanti additano il diverso, per etnia, per religione, per condizione umana, come il nemico. E vale, oggi come allora, per gli ebrei, per i nomadi, così come per le comunità immigrate.
Lo sa bene la senatrice a vita Liliana Segre, una degli scampati ad Auschwitz, una di quei testimoni, costretta a vivere sotto scorta perchè minacciata dall’odio, oggi come ottant’anni fa, perchè ebrea, e che si è detta “preoccupata per sovranismi e populismi”.
Lo sa bene il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che durante la celebrazione della Giornata al Quirinale ha fatto riferimento all’ignobile scritta “Juden hier” (qui abitano degli ebrei), quella che tracciavano i nazisti, apparsa nei giorni scorsi a Mondovì sulla porta dell’abitazione di Aldo Rolfi, figlio di una donna sopravvissuta ai campi di sterminio, Lidia Beccaria Rolfi, a dimostrazione di come “purtroppo l’antisemitismo non sia scomparso” . Perchè “rer fare davvero i conti con la Shoah non dobbiamo rivolgere lo sguardo soltanto al passato. Perché il virus della discriminazione, dell’odio, della sopraffazione, del razzismo non è confinato in una isolata dimensione storica, ma attiene strettamente ai comportamenti dell’uomo. E debellarlo riguarda il destino stesso del genere umano”, ha detto ancora Mattarella.
Lo sa bene Madiha Khtibari, una donna italiana di origine marocchina che proprio il 27 gennaio ha avuto il bar del quale è titolare a Rezzato, nel Bresciano, devastato da un raid razzista e sessista e imbrattato con una scritta insultante firmata con una svastica (tra l’altro disegnata al contrario, a dimostrazione che questi criminali esaltatori del nazismo sono pure ignoranti). Perché l’antisemitismo non è l’unica forma di razzismo da contrastare nel nostro Paese, dove oggi i criminali si spacciano per fautori del primato di una presunta ialianità.
Si, occorre vigilare e contrastare, combattere l’indifferenza o anche la paura che suscitano questi criminali spregevoli. E magari ricordarsi di quanti a quell’orrore si opposero. Anche a Viterbo, dove, per fare solo un esempio, Francesco Morelli e sua cugina Rita Orlandi salvarono un bambino, Silvano Di Porto. Abitava con il padre Angelo e con la madre Letizia Anticoli in via della Verità, dove la famiglia aveva, piccola merceria. I genitori vennero arrestati il 2 dicembre 1943, poi deportati ed uccisi. Silvano riescì a salvarsi perchè la vicina di casa, appunto Rita Orlandi, lo nascose. Il bambino potè poi essere affidato alla nonna, la “sora Reale”, che scampoò alla deportazione perchè cadde dal camion che la trasportava insieme ad altri sventurati. Gli aguzzini la credettero morta e l’abbandonarono sulla strada. Fu la sua fortuna, perchè fu trovata, portata in ospedale e curata. Oggi, al civico 19 di via della Verità, tre pietre d’inciampo e una targa ricordano l’episodio. Può essere un buon promemoria per tutti noi, semmai ci capitasse di non esercitare la memoria e di distrarci quando c’imbattiamo in chi quell’orrore – questo orrore che è anche di oggi – nega o giustifica o addirettura esalta.
