La morte, a 84 anni, di Giampaolo Pansa toglie a tutti noi, soprattutto a quanti fanno informazione, un giornalista – e uno scrittore –  tra i più letti per una lunga stagione, gli oltre cinquant’anni a cavallo tra la cosiddetta prima Repubblica e la cosiddetta seconda. Di quest’epoca è stato un testimone attento, spesso scomodo e forse ancora più spesso controverso. In ogni caso ha lasciato la sua impronta, il segno di una forte personalità, sulla carta stampata italiana.   Dopo il praticantato al La Stampa era stato nella prima redazione de La Repubblica, nata nel 1976, della quale era diventato vicedirettore, prima di passare a L’Espresso come condirettore. Entrato in dissenso con la linea della testata – e secondo molti con la sua precedente storia professionale – dopo la vicenda di tangentopoli aveva sempre scritto per la stampa di indirizzo politico opposto.

Forti e contrapposti giudizi, in particolare, suscitarono i suoi libri, comunque vendutissimi,  sulla Resistenza, più concentrati sulle ragioni dei vinti, cioè degli ultimi protagonisti del fascismo, che su quelle dei partigiani, in una sorta di “uguale dignità” che quasi tutti i suoi vecchi compagni di strada giudicarono in contrasto con i valori costituzionali.

Rimasto lucidissimo fino ai suoi ultimi giorni, da si era distaccato – fosse delusione o fosse disimpegno, come sostenuto dai suoi detrattori – da quell’interesse politico che lo aveva sempre accompagnato, al punto di aver persino smesso di votare.

Mancherà a molti, non solo familiari e amici. Che la terra gli sia lieve.

Foto tratta dal web

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