La riforma del processo penale, approvata in via definitiva dal Senato con 177 voti favorevoli, 27 contrari e nessun astenuto, mette fine, almeno all’apparenza, a una delle più annose e divisive questioni che hanno impegnato per decenni forze politiche, magistratura, avvocatura e la stessa opinione pubblica. Il testo definitivo – con le modifiche approntate dal governo, che ha posto e ottenuto la fiducia in Parlamento, a quello messo a punto dal precedente governo, mai andato al voto – risponde in generale alla necessità di ridurre la durata media dei processi penali e in particolare al rispetto degli impegni presi con l’Unione europea alla presentazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Tuttavia rimangono incerti, in attesa dei decreti attuativi che il governo dovrà presentare entro un anno, alcuni aspetti cruciali, sia sul piano pratico, cioè l’effettiva possibilità di migliorare davvero l’efficienza dei tribunali, sia su quello dottrinale, soprattutto riguardo al tema dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Ma andiamo per ordine e vediamo gli aspetti rilevanti della nuova legge a partire dalle questioni della prescrizione e della improcedibilità.
La nuova legge stabilisce che i processi per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020 si estinguono trascorsi due anni tra il primo grado e l’appello e un anno tra appello e Cassazione. Restano esclusi, comunque, i reati cosiddetti imprescrittibili, quelli che prevedono l’ergastolo. È previsto un regime transitorio con un’entrata in vigore graduale per consentire agli uffici giudiziari di organizzarsi, assumendo più di ventimila assistenti e addetti amministrativi. E questo, come detto, è uno degli aspetti critici, data la persistente lungaggine dei concorsi pubblici. Senza contare che a intasare il lavoro dei tribunali sono soprattutto i processi civili, la cui riforma è ancora in discussione in Parlamento.
In ogni caso, fino al 31 dicembre 2024, i termini di prescrizione saranno più lunghi (3 anni in appello; 1 anno e 6 mesi in Cassazione), con possibilità di arrivare fino a 4 anni in Appello (3+1 proroga); e fino a 2 in Cassazione (1 anno e 6 mesi +6 mesi di proroga) per tutti i processi in via ordinaria. Ogni proroga dovrà essere motivata dall’ordinanza di un giudice, impugnabile in Cassazione. Per alcuni reati gravi (associazione mafiosa, terrorismo, violenza sessuale, associazione finalizzata al narcotraffico) non ci sarà limite al numero di proroghe, purché motivate da un giudice. Per i reati con aggravante mafiosa saranno consentite altre due proroghe, oltre a quella prevista per qualsiasi crimine (ossia fino a 3, di un anno ciascuna, in Appello): ciò si traduce in un massimo di 6 anni in secondo grado e di altri 3 in Cassazione nel periodo transitorio, che scenderanno a massimo 5 in Appello e 2 anni e mezzo in Cassazione dal 2025. È previsto altresì un mezzo di impugnazione straordinario in Cassazione, per far eseguire le sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo.
Ogni anno un Comitato tecnico scientifico del ministero della Giustizia riferirà sullo smaltimento dell’arretrato pendente e sulla durata dei procedimenti. Obiettivo della riforma è anche rendere più spedita la giustizia penale attraverso le tecnologie informatiche. Tra le altre cose, il deposito degli atti e le notifiche potranno essere effettuate in via telematica, per avere un risparmio di tempo.
La riforma interviene anche sul contenimento dei tempi di indagine. Il pubblico ministero (pm) potrà richiedere il rinvio a giudizio solo se gli elementi acquisiti consentano una «ragionevole previsione di condanna», altrimenti scatterà il non luogo a procedere. La durata massima delle indagini sarà rimodulata rispetto alla gravità del reato. Alla scadenza, salva la tutela del segreto investigativo, opererà a garanzia di indagato e vittima una discovery degli atti.
Il punto dolente, la cui formulazione è stata criticata dal Consiglio superiore della magistratura, riguarda la disposizione in base alla quale i pm «nell’ambito dei criteri generali indicati con legge del Parlamento, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati» da indicare nei progetti organizzativi delle procure «al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre». Di fatto e soprattutto in punta di diritto, l’obbligatorietà dell’azione penale, presupposto indispensabile dell’indipendenza della magistratura, viene meno e la persecuzione del crimine viene delegata a valutazioni politiche.
Con la riforma si trasformano alcune misure alternative (come semilibertà, detenzione domiciliare, lavori di pubblica utilità e pene pecuniarie) in sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi. Uno degli obiettivi della riforma è infatti ridurre il sovraffollamento nelle carceri. La riforma delega inoltre l’esecutivo a disciplinare in modo organico la giustizia riparativa, nel rispetto di una direttiva europea del 2012, con programmi a cui si potrà accedere su base volontaria, col consenso di vittima e autore del reato e con la valutazione favorevole del giudice.
Per quanto riguarda la violenza di genere, si estende la portata delle norme introdotte con la legge sul Codice rosso al tentato omicidio e, in genere, ai delitti commessi in forma tentata. Per chi viola il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima, nei casi ad esempio di maltrattamenti o stalking, si prevede l’arresto obbligatorio in flagranza. Sino ad ora non era previsto l’arresto obbligatorio e quindi chi violava il divieto spesso restava in libertà, con maggiore rischio di reiterare il reato.

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