Costei spargendo questo unguento sul mio corpo lo ha fatto per il mio seppellimento”. (Mt. 26,12).

Così per Gesù. E per noi? Per i nostri i nostri morti portati alla sepoltura in solitudine, senza accanto nell’ultimo saluto terreno i familiari, gli amici?  Nelle misure adottate per il contrasto del Covid-19 per quanti sono stati colpiti da un lutto c’è stato in queste settimane il divieto di celebrare i funerali, questo dramma che l’epidemia ha aggiunto al dramma della morte, per i loro amici l’obbligo di mostrare lvicinanza solo con una telefonata o con un messaggio.

Ma pure per quanti credono nelle promesse del Signore  c’è stato e c’è un unguento, il più prezioso da spargere, quello della preghiera, dell’affidamento a quel Dio che quei morti farà risorgere. Una  preghiera in disparte, ma non in solitudine, perché quando qualcuno prega con lui prega tutta la Chiesa. Quella preghiera che alla messa mattutina del 25 aprile nella cappella della casa Santa Marta in Vaticano Papa Francesco ha chiesto “… per le persone che svolgono servizi funebri. È tanto doloroso, tanto triste quello che fanno, e sentono il dolore di questa pandemia così vicino. Preghiamo per loro”.

Nella definizione della cosiddetta fase 2 c’è anche questo aspetto, in quello più generale della ripresa del culto. Anche  il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, in un’intervista ad Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, ha riconosciuto l’urgenza di affrontare questa questione: “Non è umanamente sopportabile – ha detto  – impedire le celebrazioni dei funerali alle tantissime famiglie colpite da un lutto. Proporrò al governo, in vista della fase di graduale riapertura, di compiere un passo concreto: dobbiamo poter tornare a celebrare i funerali, seppure alla presenza soltanto degli stretti congiunti, seguendo le modalità che l’autorità ecclesiastica riterrà di applicare nel rispetto delle misure di distanziamento fisico dei partecipanti”.

La risposta è giunta, ieri sera, dal nuovo DCPM. Dal 4 maggio, infatti, potranno essere nuovamente celebrati i funerali, ma esclusivamente alla presenza degli stretti familiari (parenti di primo o secondo grado). Non dovranno essere più di 15 persone, se possibile all’aperto e a distanza l’uno dall’altro. Ovviamente tutti dotati di mascherina. No invece alle messe, nonostante la proposta articolate di misure di distanziamento da parte della Cei.

Seppellire i morti non è un’opera di misericordia puramente materiale è un’opera di fede e di amore, è un’opera di rispetto verso un corpo che ha ospitato un’anima e… che ora attende“, scriveva  Tommasa Alfieri, la fondatrice di questa testata giornalistica, che in lei trova ancora la sua guida ispiratrice.

Ed è doloroso,  soprattutto ora che il mistero della morte ci attraversa e ci sconvolge con più violenza, che si svolga in solitudine, in isolamento, in un silenzio assordante, privo di un ultimo sguardo d’amore negato quest’ultimo servizio  a chi muore, a persone che l’epidemia ha obbligato a lasciare sole nel Getsemani della malattia, sole nella tumulazione dopo il Calvario. Anche nella certezza che Dio, Padre buono e misericordioso ascolta le nostre suppliche. Anche se la preghiera ci dà un modo di “Esserci, servire; con la delicatezza infinita che merita il mistero di un trapasso tanto per chi parte quanto per chi resta“, come scriveva Tommasa Alfieri.

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