I due pini

Quando siamo venuti qui all’Eremo, i due pini del piazzale (quello opposto al piazzale della Chiesa) che guarda il “monte” non erano così.

Non che siano neppur oggi bellissimi, ma allora uscivano da poco da una invernata tremenda: e la neve aveva piegato e poi stroncato i rami bassi che dovevano essere stati folti ed ampi e belli.

La stroncatura era rimasta così, e vari monconi lunghi più di un metro che partivano dal tronco facevano tristezza come braccia straziate ed amputate da una furia misteriosa.

I due pini furono subito sistemati: i monconi tagliati il più possibile pari al tronco ed una certa forma fu ridata alla chioma disordinata.

I pini ringraziarono a modo loro: pigne bellissime cariche di pinoli sono piovute ogni anno sul piazzale senza far danni né a persone né a cose.

Quanti colpi secchi a terra ed un nuvolo di pinoli schizzati qua e là… i pini si son fatti vivi, così, ogni anno con il loro saluto secco ed amichevole e con il profumo, poi, delle pigne arse in inverno nei camini e nelle stufe.

Sono anche, in questi anni, cresciuti un poco; adesso sono alti forse più di sedici metri, ma non hanno boria. Sanno che l’essere alti e sani non li difende dai nemici; sanno che occorre essere umili e pensare modestamente di sé. Sanno che l’altezza può essere fragilità, sanno che può venire un brutto, terribile vento come quell’anno e non sono orgogliosi dei loro tronchi grossi e solidi. Sanno che la processionaria (quei globi lanosi pieni di bruchi che mangiano voraci le cime dei ramoscelli nuovi) può tornare come venne qualche anno fa.

Sanno che un ramo può avere, come viene detto in gergo contadino, la “lupa” dentro, cioè un verme silenzioso che svuota il midollo del ramo…

Lo sanno tutto questo… sanno insomma che l’altezza deve far stare ancora più attenti… e fidenti non in sé ma nella Provvidenza del Signore “che abbassa i superbi ed innalza da terra gli umili”…

Si capisce, a guardarli; c’è un non so che, che li rende simpatici, sereni, composti, gentili.

Si capisce che hanno capito. Sono umili.

Mosè

Tommasa Alfieri

Spontaneamente, di getto, l’enorme cipresso fu battezzato: Mosè.

Se lo merita questo nome e gli sta bene: ha secoli sulle spalle (quasi trecento anni!), ed ha retto anche quando, una quindicina di anni or sono, un uragano con un grande schianto gli spezzò la punta, cinque o sei metri di punta!

Quel giorno però, tristi noi, sembrò triste ed umiliato anche lui. I rami sconquassati sbattevano di qua e di là e pareva avessero perduto, con la punta, la direzione verso l’alto. Poi un po’ per volta si ricomposero abbastanza e Mosè, più basso ma sempre forte continuò tranquillo la sua vita, volta verso l’azzurro.

Quanto è bello un cipresso! Fa salire lo sguardo di chi lo guarda e lo fa appoggiare in cielo, dove la sua punta oscilla al vento ed al tramonto sembra toccare il sole che scende.

Un cipresso pare che non abbia tentazioni verso la terra… la fugge e la guarda dall’alto senza disdegno, ma senza nostalgia. Qualcuno l’ha definito il “sacerdote della natura”: è giusto, sale il più possibile verso il suo Creatore e pare voglia offrirgli tutto quello che ha radici quaggiù.

Buon vecchio cipresso “Mosè”: è il più vecchio dei cipressi dell’Eremo. Quanto ancora resterà vigile sulla costa del monte?

Vecchio e non vecchio: perché è tanto sereno che sembra giovine e pieno di speranza, pronto a dare il benvenuto a chi arriva e a salutare ogni giorno chi sta.

Sarà così per quel suo guardare tanto poco la terra? per quel suo respirare in alto? per quel contemplare le bellezze del Cielo di Dio?

Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed. Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pagg. 85-88).

(Continua)

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