L’aia
Questo non è un cortile, né un piazzale; questa è una aia: e le pietre qui non sopportano solo i piedi di chi transita; le pietre qui lavorano.
Questa è una aia… Qui si battono con le pertiche i fagiuoli per farli uscire dai baccelli secchi; qui si mettono al sole le nocciole per farle uscire dai loro riccetti verdi; qui si mette aglio e cipolle ad asciugare prima di stringerle in magnifiche trecce; qui si mettono le castagne a seccare dopo la concia; qui si mette, per molto poco però, al sole il polline di finocchio selvatico, l’origano, il timo, il dragoncello… ed i profumi si spandono da qui, nell’aria tersa…
Qui si mettono dei vasi di fiori in convalescenza, che hanno bisogno di mezzo o di tutto sole…
Sono pietre che lavorano: sono antiche di secoli.
Quanto hanno lavorato!
Eppure non invecchiano. Prendono la giovinezza del sole che le riscalda, delle erbe e dei frutti che sono adagiati, in cassette, sopra di esse.
Sono nuove ogni giorno; certo, quando piove, diventano diverse, hanno mille rivoletti tra gli interstizi e quando la neve è scesa scompaiono sotto un manto uniforme e non si distinguono più.
Ma passato tutto questo, tornano come sono ed il loro grigiore di peperino si anima. Proprio, anche tra gli interstizi tra pietra e pietra, si manifesta la vita. Ciuffetti di erbe varie crescono nel filo di terra che è proprio tra pietra e pietra. Se non diventano troppo grossi si lasciano; è bello vedere dei fiorellini minutissimi sbocciare proprio lì dove non si vede la terra.
Il lavoro mantiene giovani, è cosa certa. E queste pietre incise dal tempo con tanti segni che sembrano rughe, sono incredibilmente giovani.
Hanno bozzi, scavi, spizzature; non sono levigate, ma non sono rozze.
Hanno una storia: muta, ma che si ascolta lo stesso. Stanno qui da centinaia d’anni; e lavorano ancora nella Casa del Signore. Sono antiche, non vecchie. Forse anche loro hanno vissuto e vivono una bella vocazione.
Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed. Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pag. 103)
(Continua)
