La falegnameria

All’Eremo tagliare un albero è un avvenimento.

Giusto se è secco, o malato incurabile e contagioso; o se si deve “pulire” una ceppaia di castagno, ridurre i getti poderosi per renderla più forte e più bella: o necessariamente diradare tagliando alberi contorti ed ingombranti che danno fastidio ad altri… o tagliare un albero che dopo anni (quanto si aspetta, però) non dà frutto…

Altrimenti, salvo la necessaria potatura, gli alberi all’Eremo possono vivere tranquilli: la sega elettrica o l’accetta non li toccherà.

Comunque anche con questa premessa, tronchi a terra ce ne sono nel bosco, parecchi. E che se ne fa? I rami ai caminetti per scaldarsi e i più sottili al forno per cuocere il pane insieme con le fascine di potatura delle viti ed i tronchi, poi, vanno in falegnameria.

Termine lussuoso per un locale con vecchie macchine, molta segatura ed un insieme di attrezzi piccoli e grandi appesi al muro o sul grande tavolo, anch’esso venerando e segnato dal lavoro, poi, tavole: larghe, strette, lunghe, corte.

Lì, in questa falegnameria avviene la trasformazione. I tronchi diventano tavole e le tavole diventano non si sa quante cose!

Mobili, mensole, inginocchiatoi, cornici, credenze, porte; arnesi per la campagna e tante altre cose; oggetti di un artigianato semplice, ma espressivo. E poi è anche una infermeria la falegnameria! riparazioni, aggiustamenti, sostituzione di pezzi, restauro insomma, per legni che hanno secoli.

Per tutto questo è sempre in azione per varie ore al giorno ed è un luogo pieno di vita. Parlano (un poco stridono) le vecchie macchine contente che l’abilità affettuosa di chi le adopera, faccia utile le loro vecchiaia.

Parla il legno che viene trasformato, non distrutto e si lascia piallare, levigare con un sibilo che non è un gemito perché anche i denti della sega lo troncano sì, ma per farlo restare e vivere.

È bella la falegnameria, la nostra vecchia falegnameria. I vari legni (non c’è solo castagno, ma cipresso, ciliegio, cedro, lecce) danno un profumo caratteristico e tanto buono.

È un luogo di gioia.

Tanti ferri, tavole e poi eccolo il mobile riparato diventato come nuovo nella sua tinta antica calda espressiva. O il mobile nuovo che si affratella all’antico per mantenere all’Eremo l’incanto dei secoli. O più modestamente per rendere più agibile la grande cucina.

Così la vita dell’albero continua, nella sua nuova funzione, con l’allegria di una nuova giovinezza.

A gloria di Dio che crea l’albero, affida all’uomo la sua cura e poi… insegna all’uomo a farlo vivere oltre il taglio.

Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed. Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pag. 115)

(Continua)

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