L’ingresso dell’Eremo

Qui formidolosus et timidus est revertatur.

 

Eremo di Sant' Antonio Viterbo Tommasa Alfieri

Certo non è una frase che incoraggi!

Dura, come il peperino sul quale è incisa pare che ti ributti indietro in una fuga precipitosa verso l’aria aperta e libera.

Ma perché l’hanno scritta lì proprio sulla porta alla quale si bussa?

E allora si pensa al Signore Gesù, alle Sue parole di misericordia, al Suo “Venite voi tutti che siete affaticati e stanchi…” ma perché proprio qui in questo portale davanti al quale per più di quattro secoli anime generose sono venute a portare l’offerta della propria vita?

Proprio qui, proprio prima di entrare, proprio nel momento del taglio più faticoso con ciò che si lascia, proprio allora, un invito a tornare indietro… revertatur!

E poi chi è che non possa avere in quel momento un po’ di paura, di trepidazione, un accenno di viltà, di accasciamento della propria volontà dinnanzi allo sforzo… chi non ha bisogno di incoraggiamento e di una mano che tragga dolcemente dentro… dentro il sacrificio e la rinuncia?

Che cosa avranno provato tutte quelle anime ignote (centinaia, migliaia!) che hanno letto… quante saranno tornate indietro? Forse poche, forse nessuna.

Perché poi, pensandoci bene, chi ha dettato questa frase non ha voluto allontanare, ha voluto far fare un esame di coscienza, ha voluto far pensare, non ha voluto sgomentare.

Ha voluto ricordare che il Signore domanda il donatore gioioso, non trepidante e dubbioso, vuole il donatore che abbia piena fiducia in Lui e non dubiti di Lui e del suo aiuto.

Ci vuole certo coraggio per seguire il Signore perché non si lascia il mondo una sola volta quando si va con Lui, si trova il mondo di continuo nel pensiero, nella fantasia, nel desiderio, nella realtà e lo si deve lasciare di continuo dietro il Suo passo intrepido che va verso la Croce. Non si può essere paurosi, pavidi, incerti: altrimenti, o presto o tardi si torna indietro.

L’Eremo con il suo antico noviziato pieno di gioioso sacrificio ha amministrato per secoli il coraggio dell’Amore di tanti.

Eremo di Sant' Antonio Viterbo Tommasa Alfieri Quella scritta ammonisce, non turba: perché il coraggio non ce lo diamo da noi, ce lo dà Colui che nell’incontro del mattino del meriggio o della sera si è manifestato a noi e ci ha chiamati; ed è sorto allora lo stupendo coraggio dell’Amore che può fare di una povera creatura debole e paurosa, un testimone valoroso, un eroe nascosto, un martire.

Ma tutti, a qualunque livello di chiamata, dobbiamo non avere paura. L’ebbe il giovane ricco e tornò indietro, non l’ebbe la Samaritana che ricevette l’annunzio dell’Acqua che leva la sete in eterno e fu capace di gridare alla sua gente la sua miseria e il suo nuovo messaggio.

Ma sì, quella scritta sta bene lì. Fu fatta perché chi si fosse riconosciuto pauroso e trepido, invocasse il Signore e si affidasse alla sua forza.

Fu fatta e resta per ricordare che avvicinandosi, ascoltando il Signore e convertendosi a Lui, ogni paura scompare; e solo resta e cresce quella di perderLo. Ma anche questa svanisce perché Colui che ci ha amato e ci ama fino al punto di avere il coraggio di morire in Croce per ognuno di noi, se lo vogliamo con fede ci trarrà ogni giorno con la Sua Mano ferita alle risposte sempre più coraggiose di una amicizia divina.

Nessuno abbia paura perché se ama, se è umile non tornerà indietro.

 

(Uno sguardo che accarezza la memoria. Dagli scritti di Tommasa Alfieri. Ed. Amici della Familia Christi 2010 Viterbo pag. 34).

(Continua)

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