La pratica religiosa al tempo dell’epidemia

Cosa significa santificare le feste in questo tempo dominato dall’epidemia? Cos’è il giorno del Signore se non lo si vive accostandosi alla mensa eucaristica? Basta “spezzare la Parola”, se non se non ci si può nutrire del Pane della vita?

Ci sono risposte per coloro che,  in conseguenza delle misure di isolamento e di distanziamento necessarie a combattere il Covid-19 hanno dovuto rinunciare a cuore della Messa che ci rende  con Cristo, per Cristo ed in Cristo?

Scriveva Tommasa Alfieri, la fondatrice di questo giornale che i suoi insegnamenti si sforza di conservare e testimoniare, che “Santificare la festa è viverla, innanzitutto, nell’incontro con il Signore. La preghiera, la Santa Messa, la riflessione sui Testi Sacri nella serena pace dell’anima che è in tregua con le cose terrene e si può lasciare andare alle cose dello Spirito”. E non solo, in contrapposizione contro quel concetto di festa già decenni fa, al tempo in cui scriveva quella pagina, diventato pervasivo, volto a un divertimento fatto di rumore e di consumo. No: ammoniva anche sul considerare la Messa festiva una fugace presenza a cui dedicare un’ora tra le 168 di una settimana nella quale si chiude “… il proprio distratto rapporto con il Signore e lo si confonde e lo si dimentica poi sopraffatto da altri interessi … quasi un obbligo compiuto e finito senza eco … una tradizione osservata per abitudine o per scrupolo”.

Certo, rinunciare all’eucarestia è stata ed è una sofferenza grande per i fedeli laici cattolici, quelli veri, non quelli dell’ostentazione, con in mano rosari, crocifissi e madonne, per fare miserrima propaganda politica  o magari della recita della recita in televisione dell’eterno riposo per i morti per il Covid-19. Quelli che della religione fanno una strumentalizzazione vergognosa per ottenere consenso alle proprie ideologie, e, soprattutto, ai propri interessi. Quelli che si dicono cattolici e non hanno nulla a che fare con il cuore delle parole dettate da Dio a Mosè sul Sinai, quelle che chiamiamo comandamenti. Perché il loro significato, la loro sintesi è  “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” che Gesù ci ha insegnato a declinare insieme ad “Amerai il tuo prossimo, come te stesso”.

Eppure, oltre  questa ondata di superficialità e approssimazione da baraccone, nella quale si sta insinuando un pessimismo che alimenta il qualunquismo, anche i mezzi di comunicazione di massa possono diventare – e in molti casi lo fanno – strumenti di costruzione della comunione ecclesiale, di riscoperta dell’essere Chiesa. In questo senso  ci viene incontro Papa Francesco, sostenendo la nostra fede e la nostra riflessione sulla sofferenza del nostro prossimo, grazie alla trasmissione televisiva quotidiana della Messa celebrata alle sette del mattino nella cappella di Casa Santa Marta in Vaticano.

Altrettanto accade in ogni diocesi e in tante parrocchie. E sono proprio televisioni, radio, trasmissioni in  streaming che ci aiutano ad interiorizzare quella pia pratica della comunione spirituale, la comunione di desiderio che il Papa recita ogni mattina per noi in diretta. Così come molti Vescovi e molti sacerdoti in tutta Italia dai sagrati delle chiese, via streaming o via social, stanno permettendo ai fedeli di seguire l’adorazione eucaristica, quel momento così forte e così intimo tra il Signore  e noi.

E  dunque, anche attraverso le vicende dolorose di questa pandemia,  possiamo rafforzarci nella convinzione che il Signore è sempre con noi, ci parla nel buio e nella tristezza, nello scoramento e nell’inquietudine che s’insinuano nelle nostre giornate, ci consolida nella comunione con Lui e con gli altri, ci fa Chiesa, ci  fa sentire la sua presenza nella nostra vita. Sì, in questo un tempo di digiuno eucaristico quella comunione di desiderio ci aiuta a riflettere, ci aiuta ad attraversare un’oscurità imposta certo dalle necessarie misure di isolamento e di contenimento per contrastare il Covid-19, ma che forse si era anche insinuata in noi ogni settimana,compresa spesso anche quell’unica ora trascorsa a Messa la domenica.

Stiamo riscoprendo, stiamo gustando attraverso questo silenzio l’abbraccio di Dio, la sua vicinanza. Questa consapevolezza, questo arricchimento ricevuto anche nel tempo della sofferenza, delle privazioni, delle limitazioni – forse proprio a causa di queste – potranno accrescere la gioia  quando ci sarà dato di tornare di persona in chiesa. E forse allora sarà “Come festa nel canto dell’anima che non ha ombre, che non sa insoddisfazioni ed angosce, che non ha niente che la spinga a stordirsi o ad alienarsi”, come scriveva la fondatrice di Sosta&Ripresa, Tommasa Alfieri.

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