Oggi, 3 ottobre, nel giorno in cui avrebbe compiuto, se fosse stato ancora in vita, sessantasei anni, si terrà, a porte aperte, l’ultima sessione della fase diocesana del processo di beatificazione del giudice Rosario Angelo Livatino

Il “giudice ragazzino”, così viene definito,  perché quando finisce la sua esistenza terrena, per mano di quattro killer inviati dalla Stidda ossia la mafia agrigentina, è il più giovane dei 27  magistrati uccisi.

La sua fine si compie  lungo la statale che ogni mattina percorreva con la sua auto da Canicattì ad Agrigento, Rosario Livatino aveva solo 38 anni. 

Lo fanno sbandare,crivellando la sua auto di proiettili,  lui esce dalla sua auto, cercando di salvarsi attraverso i campi. Lo uccidono barbaramente con un colpo di pistola al volto.

È il 21 settembre del 1990, ricopre il ruolo di giudice a latere,  in servizio al Tribunale di Agrigento,  si occupa di misure di prevenzione. 

Viene ucciso, secondo la sentenza che ha condannato gli esecutori del suo omicidio, perché «perseguiva le cosche mafiose impedendone l’ attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia».

Rosario Livatino era credente e praticante ed è proprio la sua fede che caratterizza il suo operato professionale. Lo testimoniano anche i suoi scritti, sicuramente di straordinaria attualità.

Scriveva così: L’indipendenza del giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie…” .

Viveva con i genitori, conducendo una vita molto riservata, impregnata di una profonda fede cristiana, che si incastrava con la laicità della sua professione.

Laureatosi in  Giurisprudenza a 22 anni, con il massimo dei voti,  era entrato in magistratura, tra i primi al concorso, nel 1978, dopo aver già vinto un altro concorso pubblico.

Il 21 settembre 2011 ha inizio la 
 fase diocesana del processo di beatificazione del giudice Rosario Angelo Livatino ha avuto inizio il 21 settembre 2011, proprio nel  giorno dell’ anniversario del suo omicidio.

Secondo il suo postulatore don Giuseppe Livatino, emerge la figura di un giovane che non amava parlare di sé. Nel corso del processo è venuta fuori la figura di un magistrato irreprensibile, con un grande rispetto per l’umanità, ma anche degli imputati.

Rosario Livatino lascia, oltre alla sua fulgida testimonianza, una frase sulla quale riflettere:  “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.» è il tracciato della sua spiritualità, Delle sue convinzioni 

Il processo diocesano  vede sul banco dei testimoni ben 45 persone, tra le quali persino uno dei suoi killer: Gaetano Puzzongaro. È uno dei cinque componenti del commando che in quel mattino di settembre, uccidono senza pietà, un giudice ormai in odore di santità.

Foto tratta dal web

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