Basta che ci sia la salute. Se un’affermazione all’apparenza banale diventa un luogo comune, una specie di proverbio, un motivo deve esserci. E infatti è difficile pensare a un bene più prezioso per l’essere umano, a parte la vita in sé.

E per tutelare la salute occorre la sanità, al punto che a volte si finisce per confondere i due termini. Ma è una confusione pericolosa: la salute è una condizione, la sanità è un dovere politico e sociale.

La pandemia del Covid-19 ce lo ha ricordato. Da un lato ha dimostrato la responsabilità e il senso del dovere di tanti operatori sanitari – lo stesso Papa Francesco ha parlato di  “esempio di eroicità che ci danno nel curare gli ammalati” – che hanno  garantito il servizio oltre gli orari e oltre il proprio dovere, con mezzi insufficienti, facendo il possibile e qualche volta andando anche oltre, in una battaglia che ha visto tanti di loro cadere sul campo. Ma dall’altro ci ha dimostrato che quell’eroismo è stato determinato proprio dal progressivo degrado della sanità, scivolata via via da quel ruolo di dovere pubblico a campo di interessi privati. Se l’Italia – e non solo – si è trovata impreparata di fronte al virus è anche e forse soprattutto perché anni e anni di tagli di personale e di risorse del servizio sanitario nazionale hanno portato a un indebolimento del sistema  e  aperto una falla.

Oggi è la  Giornata internazionale dell’infermiere. In questo 2020 si celebra, per ovvie motivazioni,  solo sul web, in concomitanza con l’Anno internazionale dell’infermiere e dell’ostetrica proclamato lo scorso novembre  dall’Organizzazione mondiale della sanità e nel bicentenario della nascita  di Florence Nightingale, la capostipite dell’infermieristica moderna (tra l’altro i genitori la chiamarono così, perché nacque a Firenze).

La  Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi,) nell’occasione ha ribadito la necessità di rinnovare il Servizio sanitario nazionale, per garantire al cittadino tutela della salute  senza distinzioni e disuguaglianze.

Delle molte cose dette in quest’occasione dalla presidente della Fnop, Barbara Mangiacavalli, c’è un richiamo al codice deontologico che questa professione si è data: “il tempo di relazione è tempo di cura”.

E sono molti gli italiani che in questa pandemia ne hanno riconosciuto la fondatezza  dal punto di vista sia clinico sia umano.

E si spera che di questo ci si ricordi per invertire quella tendenza provatistica e restituire, con mezzi e personale adeguati, la sanità al suo ruolodi servizio pubblico primario. O la prossima emergenza non troverà abbastanza eroi da schierare.

Condividi