In un momento storico come l’attuale in cui si scrive e si parla, in un modo più o meno arroventato e su ogni mezzo di comunicazione, di emigranti, d i problemi posti da trasmigrazioni giornaliere da un continente all’altro di popolazioni in fuga dalla miseria, dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni è forse utile far tornare alla memoria gli anni in cui dall’Europa oggi porto di approdo per quasi tutte queste migliaia di disperati, partivano navi cariche di emigranti verso l’America del Nord e del Sud. Si scrive che nel giro di quaranta anni, solo dall’Italia, che nel XIX Secolo contava appena trenta milioni di abitanti, emigrarono non meno di 14 milioni di Italiani. Approdarono così, dopo ranti e tanti giorni di navigazione, uomini, donne e bambini nel Nuovo Mondo dove si trovarono frastornati, infelici, imprigionati dentro le loro lingue regionali che non servivano neanche fra connazionali. Quale lavoro fare, come capire e farsi capire? Quel mondo tanto sognato si presentava ora affollato di loschi sfruttatori che maneggiavano la vita di questi poveri esseri umani coinvolgendoli in lavori nelle miniere, nei pozzi di petrolio, nei porti, nei bui capannoni industriali. Senza soldi, senza protezione, senza la minima conoscenza della nuova lingua, assiepati in casermoni che davano un letto a centinaia di famiglie. La vita era davvero cupa e triste. In quei quartieri i ragazzi non frequentavano scuole, vivevano nella strada dove imparavano a difendersi e a offendere con risse e violenze di ogni genere.
Quegli italiani che riuscivano a tirarsi fuori da queste miserabili condizioni si guardavano bene dal tenere contatti con quelli che si dibattevano ancora nella miseria ed anzi facevano di tutto per far dimenticare la propria disgraziata provenienza. In quei quartieri dove prosperava la malavita la Chiesa americana operava poco non riuscendo in alcun modo a colmare il vuoto di una lingua comune e così passò tutto l’ultimo scorcio dell’ottocento. La Chiesa cattolica nell’America del Nord era anch’essa povera e sovvenzionata dai fedeli che nei giorni festivi mettevano il loro misero obolo nella cassetta in fondo alla Chiesa. Chi non poteva dare nulla finiva per disertare la S. Messa ed ogni rapporto si raffreddava e la Chiesa languiva ogni giorno di più.
Intanto l’Italia continuava a svuotarsi e le emigrazioni si raddoppiavano specialmente verso l’America del Sud dove la vita era almeno in apparenza meno dura e la lingua meno ostica alle orecchie italiane.
In Europa era aumentata la carestia del raccolto delle patate che in Irlanda aveva causato la morte di fame di molte famiglie e conseguentemente la corsa a cercar fortuna in America. Milioni di Irlandesi si riversarono negli USA, dove, come già accaduto per gli italiani faticarono le sette camicie per trovare una collocazione in una società strutturata come quella americana del Nord, nonostante fossero favoriti dalla comune lingua inglese.
Il Papa Leone XIII parlò ripetutamente di queste tristi situazioni nella sua Enciclica “Rerum novarum”.
I problemi di questi nostri connazionali furono così focalizzati, al punto che un deputato veneto scosse tutta Italia leggendo in parlamento la lettera di un emigrante italiano che scriveva così: “viviamo come bestie, viviamo e moriamo senza preti, senza maestri, senza medici…”

A rimanere fulminata da queste parole riportate su qualche giornale, fu una ragazza che aveva già il cuore orientato verso la vita missionaria e che, entrata in un ordine religioso, aveva poi fondato una piccola congregazione religiosa con fini missionari. Fu ricevuta dal Papa Leone XIII e fu confortata dall’approvazione dei suoi intenti. Partì per l’America con sette consorelle su una nave carica di emigranti. Era il 1899. Prima di partire dall’Italia si incontrò con il Vescovo di Piacenza Gian Battista Scalabrini che aveva aperto a New York una piccola congregazione per l’assistenza agli emigranti italiani. Qui giunsero le otto suore missionarie. Avevano vagato per tutto il giorno, sotto una pioggia battente, per trovare il rifugio scalabriniano, ma lì poi non poterono sostare per la notte che finirono per passarla in una lurida pensione. Anche l’Arcivescovo di New York P. Carrigan, non le incoraggiò a restare, ma le suore erano convinte del loro compito e se ne tornarono nella chiesetta scalabriniana. Con l’aiuto di una contessa, moglie del direttore italiano del Metropolitan Museum of Art, Suor Francesca Cabrini si trasformò in una maestra dei poveri bambini italiani ed in quella chiesetta scalabriniana riuscì ad allestire, mettendo lenzuola divisorie a destra e a sinistra, piccole aule per accogliere tutti quei sudici bambini per i quali, prima di ogni altra cosa, occorreva acqua e sapone perché non si contagiassero l’un l’altro di insetti vari. Quel piccolo educandato fu denominato: “Casa dei Santi Angeli”.
I bambini affluivano come torrenti più per mangiare che per imparare e intanto si faceva sempre più impellente trovare denaro e vestiti.
Le suore percorrevano chilometri al giorno in cerca di aiuto: cibo, denaro, suppellettili, vestiti, scarpe, cappotti. Ora a New York tutti i negozianti conoscevano le “suorine” che si aggiravano dovunque ci fosse speranza di rimediare qualcosa. Si inoltravano in cantine buie piena zeppe di robaccia affastellata, raspando fra stracci e robaccia buttata via perché inservibile, si arrampicavano in magazzini in disuso dove nessun poliziotto si sarebbe mai arrischiato ad entrare da solo. Queste povere donne tennero duro per anni e così riuscirono (a detta di parlamentari americani) a fare quello che il governo non era riuscito a fare.
Ormai Madre Cabrini lavorava in tutta l’America del Nord e del Sud. In quest’ultimo continente si era prefissa di raggiungere Buenos Aires. Vedeva passare il tempo e questa meta sembrava allontanarsi. Allora fece una vera pazzia: salì a dorso di un mulo e passo dopo passo attraversò le Ande arrivando fino ad altezze vertiginose: circa 4000 metri per una donna malata di polmoni!
Non trascurò nemmeno il Continente di origine e si adoperò con tutte le forze per fondare un collegio a Parigi ed un altro a Londra.
Gli Americani non si mostravano accoglienti per chi non parlava la loro lingua e non era ligio alle leggi locali. Gli Italiani erano disprezzati e temuti allo stesso tempo soprattutto perché molti di loro appartenevano a clan malavitosi che si erano divisi le città spadroneggiando su i più redditizi campi di lavoro. Purtroppo i ragazzi che vivevano per lo più sulla strada si lasciavano irretire dai facili guadagni e ben presto entravano nei loschi affari della malavita ed incappavano nelle maglie della polizia e della severa giustizia americana. Madre Cabrini si battè strenuamente perché fosse rinviata l’esecuzione capitale di un ragazzo italiano che chiedeva piangendo di non voler morire senza prima di aver chiesto perdono alla madre. L’indomabile Suor Cabrini riuscì ad ottenere il rinvio, pagò il viaggio di andata e ritorno dall’Italia alla povera donna e l’accompagnò a salutare il figlio al penitenziario.
Un altro ragazzo italiano giaceva da tre mesi in un ospedale senza ricevere cure e medicinali da dottori e infermieri che, interpellati, si giustificarono dicendo che il ragazzo non sapeva spiegarsi. Questi si era messo a piangere quando aveva sentito parlare italiano da una suora. Finalmente poteva confidare a qualcuno che da te mesi teneva sotto il cuscino una lettera arrivata dall’Italia e nessuno gliel’aveva saputa leggere. Era analfabeta, come buona parte dei suoi coetanei. Al sentire questo racconto Suor Cabrini decise subito di mandare a lavorare in quell’ospedale alcune sue suore missionarie.
Nel 1905 New Orleans fu colpita da una forte epidemia di febbre gialla che si era propagata velocemente per mancanza di igiene, rifiuto di disinfettanti e medicinali, quindi soprattutto per ignoranza. Le suore di Madre Cabrini si mobilitarono subito e presero, con grande rischio di contagiarsi, ad andare di casa in casa anche per spiegare i pericoli che l’ignoranza della pulizia stava arrecando.
Il Governo stesso degli USA riconobbe l’opera svolta dalle suore cabriniane. Il problema sanitario era tra i più scottanti dell’America del Nord: non c’era alcun tipo di previdenza sociale, bisognava pagare denaro sonante già all’entrata negli ospedali, c’era trascuratezza per chi non parlava inglese e specialmente gli Italiani soffrivano di questa situazione. Tutti guardavano a Suor Cabrini perché fosse lei a risolvere questa piaga fra le tante che affliggevano quelle povere genti..
Agli inizi del Novecento un gran numero di emigranti italiani, dopo anni di “gavetta” era riuscito ad avere un certo successo (alcuni un forte successo) in vari campi di lavoro: c’era chi aveva aperto un ristorante di lusso nei quartieri alti, c’era chi esercitava una professione di rilievo, chi possedeva grandi appezzamenti di terreno dove il cotone dava lavoro e pane a numerose famiglie, c’era perfino chi possedeva navi che attraversavano gli oceani. A questi capitani di industria Madre Cabrini si rivolgeva per farsi aiutare ed essi la sostenevano in questo intento soprattutto per rivalutare l’Italia e gli Italiani.
Questa notorietà nell’aiuto ai poveri spesso non giocò a favore di Madre Cabrini che trovò ostacoli nel suo lavoro, trovò minacce d’ogni genere. Quando volle rendersi conto personalmente dell’andamento della ristrutturazione di un ospedale, gli impresari truffatori tagliarono i tubi dell’acqua provoca do allagamenti in tutti gli ambienti e su tutti i piani, facendo regredire di qualche anno l’uso di quell’ospedale.
Madre Cabrini portò le sue suore in fondo alle miniere dove uomini induriti da un lavoro particolarmente duro ed usurante ricusavano parole di incoraggiamento e di spiritualità.
Anche i penitenziari avevano simili problemi ed anche lì c’era da lavorare duramente su quelle anime perse corrose dall’odio e dall’impotenza.
Fu proprio in quell’ospedale che aveva subito allagamenti ad opera di malavitosi che Madre Cabrini venne a ricoverarsi quando sentì che, dopo tutto quel lavoro snervante di numerosi anni, le forze stavano cedendo il passo ad una nuova vita dove l’abituale frase delle missionarie: “Dio è tutto ed io sono nulla” avrebbe trovato il riscontro sognato.
Era il 1917 e l’America mandava i suoi figli a combattere nella “Grande Guerra” che si era già inghiottita la vita di tanti giovani e l’Europa si svuotava nel sangue versato per i rancori e le rivalse sempre alimentate da i vari nazionalismi.
