Papa Francesco, Missioni

Il messaggio rivolto anche quest’anno da Papa Francesco alla comunità ecclesiale in occasione della Giornata Missionaria Mondiale (GMM), che si celebra nella penultima domenica di ottobre, aiuta a meglio comprendere il significato di questo appuntamento che è al tempo stesso di senso e di sostanza.

Nella GMM e più in generale questo periodo che si è imparato a conoscere come ottobre missionario c’è infatti un’occasione privilegiata per fare memoria della missione, nella cristiana certezza, come scrive il Papa nell’incipit della sua missiva che «quando sperimentiamo la forza dell’amore di Dio, quando riconosciamo la sua presenza di Padre nella nostra vita personale e comunitaria, non possiamo fare a meno di annunciare e condividere ciò che abbiamo visto e ascoltato».

Papa Francesco, giovani

Al cospetto di tanta umanità dolente che viene immolata sull’altare dell’egoismo umano – basti pensare alle tante tragedie che si consumano nelle periferie del mondo, dall’Afghanistan alla Somalia, dal Sud Sudan allo Yemen – non è lecito stare alla finestra a guardare. Infatti, come scrive Papa Francesco: «Tutto in Cristo ci ricorda che il mondo in cui viviamo e il suo bisogno di redenzione non gli sono estranei e ci chiama anche a sentirci parte attiva di questa missione: “Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli” (Mt 22,9). Nessuno è estraneo, nessuno può sentirsi estraneo o lontano rispetto a questo amore di compassione».

Il tema della GMM 2021, «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20), la dice lunga: «è un invito a ciascuno di noi – scrive il Papa – a “farci carico” e a far conoscere ciò che portiamo nel cuore». Questo movimento, nello spazio e nel tempo, non può però prescindere, nel complesso e articolato magistero di Papa Francesco, dalla conversione del cuore, dal bene condiviso, dalla pace, dalla giustizia, dalla riconciliazione, dal rispetto del creato. Un indirizzo perfettamente in linea con il magistero dei suoi predecessori.

Ecco perché, come battezzati, siamo tutti chiamati ad una decisa assunzione di responsabilità. A questo proposito, il pontefice ha ribadito un’urgenza che aveva già espresso in altre circostanze: «Nel contesto attuale c’è bisogno urgente di missionari di speranza che, unti dal Signore, siano capaci di ricordare profeticamente che nessuno si salva da solo». Si tratta di una questione scottante guardando alla nostra realtà italiana, sintomatica di un malessere che andrebbe seriamente diagnosticato. Negli anni Novanta, i missionari/e italiani erano circa 24.000 tra preti fidei donum, religiosi/religiose, membri di società di vita apostolica, laici e laiche. Oggi sono circa 6000, e molti, anagraficamente parlando, avanti negli anni. In passato, una pastorale di «conservazione» o di «mantenimento», nella cornice di una Civitas Christiana rendeva per certi versi le cose più semplici, non foss’altro perché nessuno aveva l’ardire di esprimere giudizi temerari nei confronti del Papa e della Chiesa. Ma oggi quella Civitas rimane impressa, in molti casi, nella memoria degli anziani o sui muri delle cattedrali, ma non certo nei comportamenti della gente.

L’unico vero antidoto per Papa Francesco è che l’amore compassionevole di Cristo «risvegli anche il nostro cuore e ci renda tutti discepoli missionari». Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa Italiana potrebbe essere l’occasione giusta per passare dalle parole, dai buoni propositi, all’azione pratica di fede.

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