Alle iniziative per celebrare la Giornata mondiale contro l’uso e il traffico illecito di droga, che in questo 25 giugno si svolgono in Italia soprattutto a distanza e causa delle perduranti misure di sicurezza inposte quest’anno dall’epidemia del Covid-19, si affianca una lettera aperta, severa e dolente, inviata  dalla  rete dei coordinamenti regionali degli enti accreditati per le dipendenze (Intercear) alle autorità governative e regionali e alle forze politiche sia del Parlamento sia dei consigli regionali.

La lettera aperta delinea a fondo un panorama inquietante, che spiega bene il senso del titolo che quest’anno indirizza la Giornata: “Mai più invisibili”. Ma  rispetto al molto che il documento pure chiarisce  forse è maggiore il non detto, in questa fase della vita politica e sociale del Paese, almeno su un aspetto contingente che appare cruciale.

La lettera non fa infatti specifico riferimento a un passaggio, almeno discutibile, del cosiddetto decreto Rilancio messo a punto dal governo, cioè alla manifesta intenzione di ridurre, se non proprio di cancellare il sostegno alle comunità terapeutiche, nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza (Lea).

Giornata mondiale contro l'uso e il traffico illecito di droga

Vi si parla infatti di “orientare la prassi dei servizi verso la personalizzazione degli interventi e il superamento delle strutture residenziali”. Si punta cioè, sia pure con un annunciato aumento di finanziamenti e di personale, sulle strutture pubbliche. L’esperienza ha abbondantemente dimostrato come tale tipo di percorso non porti a risultati efficaci nella lotta alle dipendenze. Uscire da queste ultime non è un lavoro esclusivamente individuale. Indipendentemente da casi, che pure sono esistiti, di errori e peggio che possono essersi verificati nella storia pluridecennale delle comunità terapeutiche in Italia, senza una ricostruzione di contesto sociale, di senso comunitario, non c’è terapia “personalizzata” che tenga. Vincere una dipendenza non significa combattere un malattia tout court, ma accompagnare una persona in un cammino di recupero di se stessa.

Preso atto di ciò, assume un significato più chiaro anche la dura accusa che agli interlocutori istituzionali che sembrano brillare per la loro latitanza è mossa dalla lettera aperta che riportiamo per intero.

“Torniamo per l’ennesima volta a rappresentare la grande amarezza che proviamo nel vedere che il nostro lavoro a favore delle comunità locali, regionali e nazionale, non suscita in voi alcun interesse ed alcuna attenzione.

Ciononostante continuiamo a sentirci italiani e a sentire che il nostro impegno non è irrilevante per il nostro Paese. Nei nostri servizi ci facciamo carico di diverse centinaia di migliaia di cittadini che soffrono per una dipendenza patologica. Li accogliamo nei nostri centri, spesso tirandoli fuori dalle galere, quando nessuno è più disposto a dar loro credito e dignità. Li seguiamo nelle strade, nelle piazze, in particolare in quelle dei quartieri più degradati ed abbandonati. Cerchiamo di restituirli non solo alle famiglie come persone, ma anche alla società come cittadini che possono lavorare e contribuire al bene comune.

E come se questo non fosse già abbastanza, siamo costantemente impegnati anche sul fronte della prevenzione. In tanti modi, in tanti luoghi, facciamo di tutto per impedire che in tanti (sia giovani, che adulti, che anziani), anneghino le loro difficoltà in pericolose fughe dalla realtà o in illusioni foriere solo di gravissimi danni fisici, psicologici e socio-relazionali.

E neanche questo ancora esaurisce il nostro impegno. Abbiamo negli anni realizzato progetti innovativi, sperimentali e di ricerca, che ci hanno permesso di comprendere meglio come siano veramente tantissime le forme in cui si manifestano le dipendenze patologiche: ormai è assodato che quelle legate alle sostanze sono solo la classica punta dell’iceberg. Ce ne sono tantissime ancora più subdole e non meno devastanti: dal gioco d’azzardo patologico allo shopping compulsivo, dai disturbi del comportamento alimentare alle dipendenze dalle tecnologie, dal sesso, dal lavoro, dal potere ….

Non ci siamo mai tirati indietro, e ne siamo fieri.

Ma voi vi siete dimostrati sordi e ciechi di fronte alle nostre richieste ed alle nostre proposte. Ci avete voltato le spalle o, tutt’al più, trattato con sufficienza per quel tanto che era necessario per non dimostrarvi totalmente assenti.

Ora l’emergenza Covid-19 rischia seriamente di scrivere la parola fine su tante esperienze che hanno ottenuti consensi e riconoscimenti sugli scenari europei ed internazionali. E questo ci brucia particolarmente: sapere che in tanti all’estero apprezzano e cercano di copiare il nostro lavoro, mentre le nostre istituzioni nazionali e regionali neanche sanno cosa veramente facciamo!

Per l’ennesima volta vi chiediamo un po’ di attenzione ed il coraggio di schierarvi al nostro fianco. Lo facciamo stavolta con una lettera aperta, perché crediamo che anche i media, i corpi intermedi, gli attori socio-culturali e tutti i cittadini italiani abbiano diritto di sapere quello che sta succedendo! Vorremmo poter ripartire anche noi e, a tal fine, abbiamo elaborato delle proposte che vi inviamo ancora una volta pregandovi di volerci concedere udienza”.

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