Un male dei nostri tempi, acutizzato con il lockdown, è l’abbandono di molti anziani alla solitudine. Pochi giorni fa si è avuta notizia, una tra tante, che Ettore, un uomo anziano, è stato trovato morto nella sua casa. Morto in solitudine, così come solitario è stato il suo funerale.

Lo ha trovato una volontaria della Caritas, recatasi a casa sua, nonostante che l’uomo durante la quarantena avesse più volte detto di non aver bisogno di aiuto, alle ripetute offerte di assistenza della Caritas stessa. Aveva sempre detto di essere in grado di cavarsela  da solo. Dopo un po’ aveva smesso anche di rispondere al cellulare, finché quel prolungato silenzio non aveva suscitato allarme.

Ettore non è una vittima della pandemia, ma di un tessuto sociale sfilacciato, di una società distratta, capace spesso di dare segni di presenza solo a tragedie avvenute. Potrebbe sembrare un simbolo del tempo del coronavirus, del distanziamento accentuato. Ma è il sintomo di un abbandono che questo tempo ha soltanto mostrato in modo più evidente.

Tempo fa Papa Francesco aveva detto che “La solitudine degli anziani, lasciati soli, come se fossero materiale di scarto, è un grande male dei nostri tempi in cui la vita dei figli e dei nipoti non si fa dono per loro“. Ettore era diventato invisibile anche ai suoi vicini.

Aveva  avuto una storia, un passato. Come tanti, come tutti aveva  amato, gioito, sofferto, sperato.

La vita è un dono”,  e quando è lunga “è un privilegio”: la ricchezza degli anni è “ricchezza delle persone”, un tesoro prezioso che “prende forma nel cammino della vita”, aveva detto ancora il Papa, Tutto questo questo si è concluso in una morte solitaria, in un ultimo solitario viaggio all’ultima dimora terroma terrena. Anzi no, perché Dio è sempre con noi e certo era con lui.

Perdonaci Ettore.

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