Ha un bel significato  la scelta di Viterbo di dedicare al suo antico vescovo Dante Bernini  un giardino nel primo anniversario del suo passaggio a Dio, lo scorso 27 settembre, dopo 97 anni di vita spesa  al servizio del prossimo e della pace, fin dalla giovinezza e poi nella consapevolezza della vita adulta da sacerdote e da vescovo.

Una scelta che egli stesso avrebbe apprezzato almeno come il bel monumento a lui dedicato e collocato nei giardinetti di piazza della Pace a La Quercia, opera di Viera Dainelli, intervenuta alla cerimonia, così come Emanuela Bernini, la nipote del vescovo morto l’anno scorso.

Monumento a don Dante Bernini

Il pieno rispetto delle regole di distanziamento per contrastare l’epidemia del Covid-19 non ha tolto nulla alla commozione della comunità diocesana, con il vescovo Lino Fumagalli che  ha partecipato a questa cerimonia per colui che in città tutti chiamavano e chiamano don Dante, non eccellenza o monsignore, a testimonianza di una vicinanza non banale che intorno a lui raccoglieva tutta la città. Insieme al vescovo, anche don Massimiliano Maria Balsi.

Giovanni Maria Arena

Una testimonianza anche civile, ben rappresentata dal sindaco Giovanni Maria Avena, accompagnato dal consigliere Giulio Marini. Al termine della cerimonia Carlo Scipio ha letto  la poesia di Rabindranath Tagore: “Vita della mia vita”.

Don Gianni Carparelli

Sulla figura  di Bernini Sosta e Ripresa propone ai lettori la riflessione di un sacerdote, don Gianni Carparelli, che si definisce suo alunno e amico: «Don Dante è stato un grande maestro di scienze e di filosofia. Ma soprattutto è stato ed è padre, un padre dell’anima e della vita di tanti. Per ognuno di noi aveva un rapporto che sembrava unico. E lo era. Ma era la stessa cosa per centinaia e centinaia di persone che hanno avuto il dono di incontrarlo nella vita. Abbiamo messo insieme per il primo anniversario della sua morte, alcune testimonianze che siamo riusciti a raccogliere. Leggendole riviviamo frammenti della sua esistenza e di quello che ha seminato in tanti di noi. Ma il rapporto di don Dante con la gente è come un mosaico o una sinfonia… sempre incompiuti. Lui era l’artista, il poeta, il compositore che sapeva tessere le fila dell’animo umano. Più l’animo che incontrava era sofferente più lui ci si buttava dentro con una finezza tutta sua. E il seme che lui seminava, come ha scritto in un suo pensiero, cresceva nel silenzio, senza fretta perché i tempi dei cammini umani sono scritti nell’animo di chi vive la vita. Persona in sintonia con i tempi moderni e direi anche futuri. La tecnologia, le scienze non avevano segreti per lui. Li sapeva leggere e capire. Nel libretto ‘Don Dante, Padre e Maestro’ troverete questi sprazzi e semi di saggezza nelle parole dei suoi alunni, amici e conoscenti. Il libretto non aveva altro scopo che mettere a disposizione di altri le scintille che don Dante era riuscito a far nascere nella vita di ciascuno di noi. Il titolo lo abbiamo mutuato dalla lettera enciclica di Giovanni XXIII: ‘Mater et Magistra’. Don Dante era innamorato della Chiesa. Non del tempio anche se si sentiva a casa entrando nel Santuario della ‘sua’ Madonna della Quercia. La Chiesa che lui amava era il ‘Popolo di Dio’ che timidamente generato tra le mani del Signore Gesù e della Madonna, continua a crescere anche se in mezzo a tanta polvere troppo umana. Amava la Chiesa che continua la presenza del Signore Gesù in mezzo all’universo. Sono le persone come lui che ci aiutano a vedere al di là della polvere il mistero della nostra fede. Per me è un santo della porta accanto. E come tale lo penso e lo prego».

Galleria fotografica a cura di Mariella Zadro 

 

 

 

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