S. Maria di Castel d’Asso

A Messa non dobbiamo solo “andare” (1)

Di Gianni Carparelli

Nota della Direzione

Incominciamo all’inizio di questa estate – un tempo che nei nostri Paesi forse troppo sazi, certo spesso privati di speranza, di senso autentico dell’esistenza, vede tra gli altri fenomeni di “distrazione” un abbandono accentuato della partecipazione al culto – la pubblicazione di una significativa riflessione, destinata ad essere presto raccolta in un libro, sul significato della Messa nella nostra vita e, soprattutto, della vita cristiana nutrimento chiamato a farsi testimonianza di vicinanza e servizio ai fratelli. Ne è autore don Gianni Carparelli, da tempo firma importante di Sosta e Ripresa.

SMETTIAMOLA di ANDARE a MESSA

A tutti coloro che sono stanchi di guardare

senza entrare nel mistero

e che non si scandalizzano delle parole

prima di addentrarsi nel cammino

dove si rischia di incontrare

la luce che illumina il matrimonio tra Umano e Divino

Visione di Giovanni a Patmos, Hans Memling 1479, e il mondo tra realtà e speranza
Visione di Giovanni a Patmos, Hans Memling 1479, e il mondo tra realtà e speranza

1. SMETTIAMOLA di andare a Messa.

Sì, e non scandalizzatevi. Io sono decenni che “andavo e vado” ancora… osservavo… non capivo… sentivo però che ero immerso in un clima diciamo spirituale… Adesso non “vado” più. Quando celebro, sono sacerdote, cerco di immergermi in quello che diceva il Card. Martini: “l’Eucarestia è comunione di vita con l’essere e con tutti gli esseri, è il luogo in cui il creato e la sua storia passano dal sesto al settimo giorno della creazione, quando Dio sarà tutto in tutti”. Qualcosa è scattato nel mio “sentire” la fede mentre ripeto gesti e riti secolari. Non mi basta più farli a dovere come prescritto. Perché giustamente molti potrebbero dire: ma a cosa serve? E mi sono lasciato andare dentro questi pensieri che si affollavano di immagini, di storie di vita, di opere d’arte (come quella di Raffaello nelle stanze dei musei Vaticani, la disputa sul Santissimo Sacramento o meglio detta: il trionfo della Chiesa. Poi mi veniva agli occhi interiori il dipinto di Hans Memling, Visione di San Giovanni a Pathmos, dove Giovanni ammira in visione il Regno di Dio che è sempre in av-venire… mi ritrovavo in mezzo ai tanti missionari sparsi per il mondo che ho avuto modo di conoscere (Uganda, Amazzonia, Ecuador e Colombia, El Salvador, Korea del Sud e India…) e la mia stessa personale esperienza quando mi trovavo nell’Amapà del Brasile, a Oyapoque con le visite in barca agli indigeni della zona… Il cercare di aiutare a capire quello che facevamo nelle cerimonie liturgiche ha aiutato me a maturare, a entrare di più dentro il mistero di questo dialogo-incontro tra me e il creato (l’umanità, la natura, gli esseri viventi di ogni tipo…). Sentivo che in realtà noi non stiamo “andando” in un luogo comunitario per guardare cosa succede attorno a un altare, che sia prezioso o solo una cassapanca nel bosco. Noi ci stiamo immergendo dentro il mistero della vita e della storia. In quel momento di “riposo” da tutto, è il settimo giorno di cui parla il Card. Martini, noi ci collochiamo sull’altare dell’universo e ci prepariamo a trasformarci in “dono gradito” con una vita personale e comunitaria degna di presentarsi davanti al suo Signore. Ecco: non andiamo più in un luogo illuminato da candele, ma siamo disposti a diventare altare, dono, sacrificio…? Per incontrare la Luce e il Fuoco della vita.

 

Raffaello, la scuola di Atene
Raffaello, la scuola di Atene

2. Smettiamola di andare…

Ve la sentite di fare questo cammino dentro le apparenze delle nostre cerimonie, anche se sono belle agli occhi? La Chiesa riunita nel Concilio Vaticano II, ha dato uno spazio privilegiato al tema della Liturgia. E il Papa emerito Benedetto XVI, ne è stato uno dei protagonisti. Quando Ratzinger dice: “IL VERO RINNOVAMENTO della Liturgia è CONDIZIONE FONDAMENTALE PER IL rinnovamento della Chiesa” (Introduzione al volume 11 ‘Teologia della Liturgia’ – Opera omnia, 11 luglio 2015) non credo proprio che intendesse parlare di come è fatto l’Altare, dove lo mettiamo, quanti candelabri ci debbono essere, quale lingua usare e come ricevere la Comunione… o cose del genere. “La Chiesa è in pericolo quando Dio non appare più nella Liturgia e così nella vita” (Ib. Introduzione). La mia domanda si fa pressante: quando è che Dio non appare più nella liturgia e così nella vita”? Facciamo un salto indietro nelle riflessioni dei profeti e presenti nei salmi che sono un po’ come il filo rosso che guida i cammini delle comunità di fede e quindi dei nostri. Intanto Liturgia non è qualcosa di separato dalla vita. É un tutt’uno. Quando entriamo in una Chiesa per pregare non possiamo lasciare fuori la nostra vita e la storia del mondo. Entrano con noi. Se siamo onesti la nostra onestà entra con noi. Così anche se siamo disonesti e non veri. Questo ci fa capire meglio il senso della Liturgia e perché si usa questa espressione. Liturgia non è solo la S. Messa, anche se questa è certamente “fonte e culmine dell’azione della Chiesa” come dice la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, Vaticano II, n. 10. Lo ritroviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n.218. Espressione, Liturgia, già nota ad Atene nell’antica Grecia dove aveva il significato di: servizio pubblico in favore del popolo, lavoro e servizio comunitario. Non ci sentiamo il senso che poi si è andato modificando all’interno della comunità di fede? Liturgia è molto di più delle definizioni da vocabolario: complesso di riti e di cerimonie di un culto religioso. C’è stato un percorso, diciamo semantico, di approfondimento. É il popolo dei credenti che uniti in un solo corpo, vede in questo corpo la presenza di Dio attraverso il figlio Gesù. La Chiesa fa di tutto questo un solo “corpo”, il “corpo di Cristo”. Quando ci incontriamo, la domenica, celebriamo quello che siamo anche tutti gli altri giorni: noi il “corpo di Cristo” che si offre sull’altare della vita per diventare, come già detto, offerta gradita perché pura. Almeno nel desidero e nell’impegno. Nella S. Messa, nei Sacramenti, nella preghiera CELEBRIAMO il “Fate questo in mia memoria…”. Per cui non “andiamo”, ma “Siamo… o cerchiamo di essere”. (Continua)

Condividi