11. Apriamo lo scrigno della ricchezza

Potrei fermarmi qui, ma non lo farò. Vorrei portarvi in qualche luogo magico. Desidero entrare in ognuno dei passaggi di cui sopra al n. 10 e assaporare meglio il cibo che incontriamo nei riti senza lasciarci sfuggire il cammino che deve diventare nostro in ogni momento della vita detta cristiana. Il senso dei riti li possiamo vivere anche in maniera diversa nella vita non solo dentro la S. Messa. Perché a volte, e parlo della mia vita, questa nostra vita è cristiana solo alla apparenza e per il resto è senza Cristo che vive in me. I segmenti visti sopra sono come “tracce” del mistero che si apre a noi piano piano. Dante direbbe: “Nel suo profondo vidi che s’interna/legato con amore in un volume/ciò che per l’universo si squaderna (Par. XXXIII, 83-85). La Liturgia della S. Messa è questo grande scrigno, un mistico “volume”, che contiene le pagine della storia umana letta con gli occhi della fede. Gli occhi della fede, lo dico per i non credenti, non nascondono le parole della ricerca scientifica né le negano. Tutt’altro. Meglio e più capiamo anche attraverso le scienze e più e meglio entriamo nel mistero che ci circonda, anzi: il mistero nel quale nuotiamo e navighiamo. La Liturgia ci offre un linguaggio mistico, non matematico, per intuire come dovrebbe essere il nostro cammino e contributo alla vita e alla storia delle cose. Sentiamoci immersi in questo oceano di grandezza, di mistero, di difficoltà e di bellezza… lasciamoci affascinare dal senso di stupore e meraviglia che certamente ha affascinato sin dagli inizi quando emergeva la coscienza. Entriamo in Chiesa, chi vuole ovviamente, per vivere la vita tutta intera. Nelle persone che incontriamo salutiamo l’umanità. Nella preghiera innalziamoci verso il mistero che ci stimola a guardare non solo in basso. Nelle letture ripassiamo la storia piena di ombre ma anche di luci. Offriamoci come dono gradito migliorando e trasformando la nostra vita in servizio e donazione. Sentiamoci figlie e figli della stessa chiamata universale. Mandiamo sentimenti di Pace vere a tutti, anche a chi non sembra amare la pace, anche a coloro che non sono in pace con noi o noi con loro. Nella Comunione facciamo sprigionare nel nostro animo e poi nella vita il desiderio di costruire oasi di comunione dovunque possiamo. E poi andiamo a incontrare il Regno di Dio dovunque ci sia chi lo sta seminando e diventiamo anche noi seminatori di bene, di giustizia, di correttezza, di semplicità, di rispetto, di accoglienza, di sorrisi, di attenzione… Fa di me uno strumento della tua vita e della tua pace. È cosi che smetteremo di “andare a Messa” e di iniziare a “VIVERE la Santa Messa”.

 

 

 

12. VIVENDO una LITURGIA… diversamente liturgica

A me è capitato e quasi per caso. Poi ho imparato a capire meglio. Nel giugno del 2010, in primavera, ci recammo: una dottoressa di Trento, un amico tecnico ed io, a Simiatug (Ecuador), a circa 4000 metri di altitudine non lontano dalle cime del Cimborazo. Eravamo in visita del centro “Pink Box” fondato da un medico amico che vive a Toronto. Centro per l’aiuto e l’accoglienza di persone che volessero fare del volontariato in quelle zone, insieme a Padre Sandro Chieccha, deceduto recentemente a Santiago de Guayaquil (23 febbraio 2020). L’opera poi, cambiate le circostanze, ha rivisto le proprie finalità ed ora si dedica ad aiutare, con il nome “Semillas”, un centro scolare a Quito (CEIPAR, Centro de Educaciòn Integral Paola Di Rosa, Comunidad Siervas de la Caridad). Una domenica ero entrato nella locale chiesa di Simiatug per celebrare la Messa. Gente semplice, povera, legata da secoli alla terra. Mentre terminavo di leggere il Vangelo vediamo entrare dalla porta spalancata un gruppetto di persone, vestite nello stile locale, e un uomo che stringeva tra le mani una piccola cassa bianca. Man mano che si avvicinavano si sentiva un odore acre, quasi di corruzione. Mi fermai e andai loro incontro. Con il volto triste mi dissero in quechua: “pampachaykuway tayta” … si resero subito conto che non capivo (volevano dire, ho saputo poi: perdonate signore…) e passarono al loro spagnolo di montagna: “padrecito…  perdòname … nuestro bebé muriò tan pronto como naciò ayer… nos gustamos bendecirlo antes de ir al cementerio…questo nostro bambino è morto alla nascita. Vorremmo che fosse benedetto prima di portarlo al cimitero”. Senza pensarci due volte, mi fermai nella lettura del Vangelo, invitai i presenti a mettersi accanto a questa famigliola. Loro si sfogarono nella loro lingua e i fedeli ascoltavano, dicevano alcune semplici parole (sono molto riservati e non troppo loquaci), pregavamo… Andammo avanti così per diversi minuti. Poi sono tornato all’altare e in privato ho recitato le formule della consacrazione. Ho introdotto il Padre Nostro… (Padre nuestro que estas en los cielos…) e ho distribuito la comunione. Sentivo che c’era vera comunione con la tristezza di quella famigliola che aveva camminato 6 ore per scendere dalla montagna alla chiesetta. Di lì ci recammo al piccolo, non monumentale cimitero, anzi… (non vi dico per rispetto le condizioni, che saranno certamente migliorate ora), per appoggiare la piccola cassa bianca in uno dei loculi disponibili. Sentii che avevamo celebrato la vera liturgia, azione del popolo per il popolo: accoglienza, ascolto, offerta della sofferenza, cambiamento della vita e poi comunione: la vera offerta della realtà sofferente di un popolo che cerca il sollievo della fede nel dolore. In un certo modo ci eravamo tutti trasformati, consacrati come vero dono a Dio gradito. Ci eravamo comunicati veramente perché quell’ostia era per noi il “pane e il vino” che aiutava a diventare come il signore Gesù, del “Fate questo in mia memoria”. L’abbraccio affettuoso che poi ci siamo scambiati nel salutarci era il… “Glorificate il signore con la vostra vita!”. E siamo tornati “in pace” a costruire, lo spero, “la pace vera” tra la gente e le capre di montagna e i simpaticissimi llamas. (Continua)

 

 

 

 

 

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