Pôr da Lua cheia” (tramonto della luna piena)
  1. Smettiamola di andare….

C’è una foto bellissima, scattata a Rio de Janeiro, dopo tre anni di prove e di posa del fotografo Leonardo Sens. L’ha chiamata “Pôr da Lua cheia” (tramonto della luna piena), con le braccia del Cristo Redentore che sembrano sorreggerla o, aggiungo, offrirla. A me ha fatto subito venire in mente, mia lettura ovviamente, la Chiesa=tutti noi=Corpo di Cristo che offre come dono il mondo intero, il cosmo, il creato… noi tutti siamo quel dono che facciamo in sua memoria… il mondo universo che si trasforma in “Luce e Bellezza” affinché possa mettersi sull’altare della vita e della storia umana e non solo, per essere trasformati, transustanziati, mi permetto di dire, in dono, in offerta, in sacrificio… Mi affascina questa visione che va al di là delle cerimonie e dei rituali (non importa quanto eleganti e ricchi siano) e vola verso un infinito forse mai raggiungibile, ma frutto in costruzione delle mani umane che diventano le mani del mistero. Il nostro compito di credenti in Cristo, non è inventare riti su riti, ma vestire l’abito bianco simbolo usato nel Battesimo, affinché morendo in Cristo risorgiamo a vita nuova, quella del Cristo risorto. È la meraviglia del cristianesimo visto non come una religione tra le altre, ma come una fede che cambia la vita, non i colori dei vestiti in Chiesa. Oggi vi lascio con la foto di cui ho parlato. Entriamo in quelle braccia che offrono il cosmo a Dio, padre e madre dell’universo.   

  1. Smettiamola di andare…

Scendiamo oggi da quelle “braccia” del Cristo Redentore a Rio e mettiamoci a camminare per le strade non facili della vita. Debbo ricordare quanto è difficile la vita per tutti e molto di più per “troppi altri”? Pensiamo: le guerre, gli sfollati, i morti e i tanti che pur vivi portano le ferite della sofferenza, i mutilati, chi muore sul lavoro, le donne abusate e uccise, uomini abbandonati a se stessi, chi si perde nella droga e altro, lo sfruttamento e abuso dei minori, persone disabili, anziani abbandonati, barboni per le strade che non si conformano alla cosiddetta normalità, chi decide di abbandonare la vita e chi la sopporta medicandosi, i migranti che fuggono e non trovano accoglienza… debbo continuare? Sembra che il nostro pianeta sia un campo di erbacce abbandonato. Ma non è solo così. Il grano buono nasce ovunque, anche in mezzo alla gramigna. Basta saperlo vedere: i tanti volontari che non hanno timore di perdere il lavoro per mettersi gli scarponi nel fango, figlie e figlie che accudiscono ai genitori anziani senza parcheggiarli, personale negli ospedali che non pensano solo al fine mese, missionari nei paesi poveri del mondo e quanti ne ho conosciuti (Brasile, Amazzonia, Uganda e sud-Africa, Corea del Sud e India, Ecuador tra i Quechua egli abbandonati nelle strade, Colombia con i figli di nessuno, El Salvador con i bambini deformi buttati nei cassonetti delle immondizie….). Sono come i fiori nel deserto o le oasi con le palme. Sono la presenza della misericordia di Dio incarnata nel Gesù della nostra fede. Sono le radici del bene che si diffonde a fatica e che vivono risorte nelle mani e nella vita di persone come noi, come me, come te che leggi. Queste persone non redigono documenti di pace, la costruiscono con la fatica della loro vita. Non tutti possiamo essere come loro, ma il loro esempio ci guida a osservare cosa succede nelle nostre città e nei nostri quartieri. Non chiudiamo gli occhi altrimenti in nostro entrare nelle chiese è solo una passeggiata inutile. La Nostra preghiera e i nostri alleluia staccati dalla vita reale, non sono Liturgia, ma passatempo devoto e neppure tanto. Direi meglio: bigotto, da santini invecchiati. Allora? Uscendo di casa per andare in Chiesa, portiamo tutto con noi e di noi. A Dio non servono candele e devozioni. Serve la nostra vita che si rinnova e si guarda attorno. Per ritornare a Lui. E ne abbiamo un esempio. (Continua)

Foto tratte dal web

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