Visitare i carcerati
“Perché lo fai”? Forse la domanda che più frequentemente mi viene posta insieme alla variante “Ma chi te lo fa fare”? Se inizialmente queste frasi mi infastidivano, nel tempo e con il tempo, sono arrivata a comprendere che dietro ad esse via sia qualcosa che interroga prima di tutto coloro che me le pongono. Come se avvertissero una sorta di “pietra di inciampo” dietro la questione carcere e condizione dei detenuti. Una condizione di cui non è più possibile evitare di parlare. Importanti, in tal senso, la decisione di Papa Francesco di aprire una Porta Santa nel carcere di Rebibbia e le parole che, pochi giorni dopo, ha pronunciato il Presidente Mattarella in occasione del suo discorso di fine anno.
Ma qui non abbiamo lo spazio per affrontare il discorso da questo punto di vista ne, tanto meno, lo scopo di parlare del carcere dal punto di vista del codice penale, dell’ordinamento penitenziario o di tutto quanto abbia a che fare con il diritto. Qui il punto è un altro. E tocca sì le motivazioni di chi intraprende un percorso di volontariato penitenziario ma anche le basi teologiche su cui si fonda, spesso, la decisione di chi questa via la percorre senza separarla dalla sua fede.
Anche in questo caso, come scritto nell’articolo dedicato alla cultura del servizio in Caritas, vengono inevitabilmente al cuore e alla coscienza le parole del Vangelo di Matteo 25,35 – 44 […]”ero carcerato e siete venuti a trovarmi” . Ma, a ben vedere, sono molti gli spunti biblici, vetero e neo testamentari, che interrogano, stimolano riflessioni e impongono ( a chi crede) una presa in carico di alcune questioni. Vediamo, per esempio, Terulliano […] “amerà la carne che in tanti modi gli è prossima, anche se è debole, perché la virtù si perfeziona nella debolezza (2 Cor. 12, 9); anche se inferma, perché i malati hanno bisogno del medico (Lc. 5, 31); anche se meschina, perché le nostre membra, meno oneste, le circondiamo di maggior onore (1 Cor. 12, 23); anche se perduta, perché io sono venuto a salvare ciò che era andato perduto (Lc. 19, 10); anche se peccatrice, perché preferisco la salvezza del peccatore che la sua morte (Ez. 18, 23); anche se dannata, perché io sono colui che colpisce e risana (Deut. 32, 39). Perché rivolgi i tuoi rimproveri alla carne, per ciò che aspetta Dio, per ciò che in lui spera, che da lui viene onorato e a cui egli soccorre? Oserei anzi dire che se ciò non fosse accaduto alla carne, la grazia, la misericordia, ogni influenza benefica di Dio sarebbero state vane”, e forse più ancora, due punti della Lettera agli ebrei in cui si invita a ricordare che “non hai voluto sacrifici, un corpo invece Tu mia hai preparato” e, ancor più “ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni di cella”
Filo rosso, almeno per me, sono le sollecitazioni a fermarmi su due concetti: incarnazione e corpo. Cioè, in fondo, la questione della carne. A volte penso che, oltre agli imprescindibili richiami costituzionali e quelli della bellissima ( e spesso disattesa) Legge Gozzini, basterebbe davvero soffermarsi a pensare al nostro corpo e immaginarlo privato della libertà, di uno spazio vitale consono, costretto a una convivenza quotidiani con estranei dalle abitudini così diverse dalle nostre. E ancora…pensare all’igiene personale non espletabile come nella libertà, o la possibilià di nutrire il nostro corpo come desideriamo sia dal punto di vista alimentare e affettivo.
Ripeto, qui non stiamo ragionando sulla giustizia penale, sul diritto e sul fatto che la società debba tutelarsi rispetto a chi ha commesso un crimine rompendo, di fatto, un patto con la società stessa. Qui stiamo parlando di provare a sentire, con il corpo, ciò che sente un detenuto. Non si pensa mai, o molto poco, a quanto il nostro corpo possa aiutarci a sentire compassione per il corpo dell’altro. Nello specifico del detenuto. E per compassione intendiamo proprio il termine greco che, nel Vangelo, non è spirituale ma indica proprio qualcosa che tocca le viscere. Ecco allora che, se si parte da qui, può essere meno ostico comprendere cosa significhi “visitare i carcerati”. Sapere, anche, distinguere e separare la carcerazione da pregiudizi e precomprensioni che sono puramente culturali. Non si tratta di perdonare, non spetta ai volontari e nemmeno al carcere. Ma di accompagnare inchinandosi accanto a una fragilità. Perché qualunque sia il reato commesso, chi entra in carcere (cioè in una istituzione totale) entra anche, subito e contestualmente, in una situazione di fragilità. E niente, meglio del corpo, interroga su di essa.
Geraldine Meyer

