Il “Poema del Cid” (di cui non possediamo l’originale) indica un lungo componimento epico spagnolo in versi di autore medioevale sconosciuto. Scritto nel XII secolo, forse intorno al 1140 (ma le opinioni degli studiosi variano fino alla fine del secolo XII) è un testo lacunoso, conservatoci in un manoscritto più tardo, del XIV secolo, copia a sua volta di un codice del 1207. Composto di circa 4000 versi fu pubblicato per la prima volta nel sec XVIII ed è il capolavoro della Epica medioevale castigliana. Si ripartisce in tre “Cantares” (canzoni) il cui protagonista è il Conte Ruy (Rodrigo) Diaz de Vivar detto “El Campeador” (il Campione) dagli Spagnoli cristiani e “El Cid” (il Signore) dagli Arabi. Fu inviato in esilio dal suo re perché ingiustamente e falsamente accusato di essersi appropriato di una parte del tributo dovuto dal Re dei Mori di Andalusia al citato Re cristiano Alfonso VI di Leon. Messe al sicuro moglie e figlie, con il suo seguito di cavalieri cristiani sconfigge ripetutamente i Mori. Questi erano Arabi provenienti dalla Mauritania o Marocco, rinforzati dai nomadi Berberi giunti attraverso Gibilterra nel 711 al comando di Tarik (che ha dato il nome allo stretto), che dominavano la Spagna. El Cid otterrà anche giustizia dal re. (Enciclopedia Garzanti ,Milano 2012) .
Consultando l’edizione spagnola del Poema, ottimamente curata da E La Carra Lanz, apprendiamo che le date dell’XI secolo nelle quali visse ed operò Rodrigo Diaz ( circa 1043 – 1099) sono inserite nel quadro più vasto del definitivo smembramento in piccoli regni del Califfato di Cordova a partire dal 1031. Nel secolo IX dopo Cristo l’Imperatore franco Carlo Magno con i suoi Paladini e prima di lui Carlo Martello (battaglia di Poitier 732 DC ) avevano strappato agli Arabi un lembo del loro dominio iberico al di là dei Pirenei creando la Marca cristiana di Barcellona. Invece gli Arabi avevano incentrato prima in Toledo e poi in Cordova un Califfato indipendente da quello di Bagdad con costruzione di pregevoli monumenti ancora oggi esistenti. Bagdad fu fondata dai Califfi Abassidi ne 763, mentre in Spagna regnarono gli Ommayyadi.
La ricchissima introduzione al testo spagnolo evidenzia non solo la grande evoluzione culturale e tecnica degli Arabi iberici (soprattutto in materia di conduzione delle acque) , ma anche quella degli Ebrei Sefarditi pure esistenti nella Penisola iberica e pacificamente conviventi con gli Arabi e con i Cristiani. Sono i tempi del famoso filosofo ebreo Avicebron. Non tralasciamo di considerare che l’argomento poetico generale si suddivide simbolicamente in tre Canzoni: dell’Esilio, delle Nozze, dell’Oltraggio, come accadrà poi a Firenze con le Cantiche della Divina Commedia. Non vogliamo dimenticare il nostro valente studioso siciliano Michele Amari , autore di una poderosa storia degli Arabi in Sicilia.
Quando il Regno di Granata, ultimo baluardo arabo , verrà conquistato dai Cristiani e la Penisola iberica ( incluso il Portogallo acquisito per matrimonio da Filippo II nel 1543) sarà governato dalla dinastia di Asburgo (Arciduchi d’Austria, Re di Germania, Re d’Italia, Imperatori del Sacro Romano Impero, Re di Sicilia e di Sardegna) questa mentalità guerresca spagnola, congiunta ad un cattolicesimo rigidamente Ortodosso nel cerimoniale, ma non sempre sincera ed opportuna si diffonderà per tutta Europa (salvo i nostri Stati di Milano, di Napoli e Sicilia) dove già imperversavano, condotte dal ferreo Duca d’Alba sia le guerre contro il Re di Francia, sia le guerre di religione. Ecco allora che gli Umanisti italiani del pre-Rinascimento (Francesco Petrarca, Canzone “Italia mia”) e poi europei del Rinascimento via via fino all’Illuminismo, esprimono con sempre maggiore convinzione il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti (Davide Canfora).
Erasmo da Rotterdam giunge a scrivere:”Io devo dire: non condivido mai la guerra, neppure quella contro i Turchi. La Religione cristiana sarebbe messa davvero male se la sua sopravvivenza dipendesse unicamente da questi puntelli. Non ha senso attendersi che a partire da premesse ostili le genti sottomesse diventino buoni cristiani…. La guerra piace a chi non la conosce. La guerra non è mai giusta… ciò che si conquista con la violenza si perde allo stesso modo” (Sellerio Ed 2015). Un durissimo colpo alla mentalità iberica della Riconquista contro i Berberi che erano diventati Moriscos, cioè Mori convertiti per forza.
Ci torna alla mente il caso di Baruch Spinoza, il grande filosofo ebreo perseguitato del XVII secolo, che non solo è un caso di conversione forzata (suoi genitori in fuga dal Portogallo), ma anche di un pensatore ebreo che per primo ha effettuato una critica di carattere filologico allle parole ebraiche che compaiono nella Bibbia. Bento (in ebraico Baruch) ha 23 anni nel 1656 quando lui e la sua famiglia si rifugiano in Olanda. Per questo suo “revisionismo biblico”, all’età di 24 anni viene bandito per sempre, mediante un Editto, dalla comunità ebraica di Amsterdam insieme ad ogni Ebreo suo familiare. Isolato da tutti Bento in segreto studia la lingua greca e le opere di Aristotele e dei grandi filosofi antichi costruendo le basi per una sua filosofia dal titolo “Etica” che è grande parte della sua opera dedicata al superamento dei vincoli che ci vengono dalle passioni. Ragion per cui in Olanda a circa 45 minuti di auto da Amsterdam, a Rijburg, esiste l’Associazione spinoziana olandese con il Museo Spinoza. Fa parte del Museo la Biblioteca del filosofo composta da 151 volumi del secolo XVII che non sono esattamente quelli di sua proprietà perchè tutto fu venduto alla sua morte per le spese del funerale. Ma il Notaio della vendita trascrisse esattamente titoli ed autori: più di 200 anni dopo un filantropo ebreo, ammiratore del grande maestro, ha ritrovato, acquistato, rimesso insieme le edizione di quegli anni e la città degli editori. Questi libri non furono bruciati dai nazisti, come quelli di altri autori ebrei, perché segretamente nascosti in una miniera di sale e ricomparvero nel 1946 e stanno a testimoniare le fonti culturali di un grande pensatore scomodo ed incompreso da Ebrei, da Protestanti e da Cattolici. Proprio nella libera Olanda dove nel 1656 ad Amsterdam il grandissimo Rembrandt, Van Rijn, il più libero tra i pittori barocchi in quegli anni dipingeva: “Giacobbe benedice i figli di Giuseppe” (si noti il profetico soggetto biblico) ed al Delft a circa 70 km Joannes H Vermeer, altro campione della pittura barocca europea della realtà dipinge: “la Mezzana”. Quale concentrazione di geni non inferiore ai più grandi italiani ed europei del tempo, e quindi favorevole al pacifico sviluppo della filosofia di Baruch. Olanda che aveva visto, nel secolo precedente, le sanguinose guerre di Carlo V e di Filippo II e dei loro condottieri e ora quelle dei Nazisti invasori: dal Duca d’Alba a Hitler. Irvin Yalom, docente di psichiatria in California ha dedicato un complesso e documentato romanzo storico a tali argomenti filosofici dopo essersi occupato di filosofi della scuola di Heghel. La vicenda di Spinoza si può paragonare per riserbo e segretezza a quella vissuta agli inizi del XVI secolo, attorno al 1510 da Niccolò Copernico. Il celebre studioso ormai vicino alla quarantina ripensò radicalmente il mondo celeste ponendo il Sole anziché la terra al suo centro. Dopodiché tenne per sé la sua ipotesi per tre decenni temendo di venire deriso dagli altri matematici ed astronomi, ma forse, ancor di più, di venire perseguitato da altri ecclesiastici come lui. Ma quando un suo ospite inatteso, il suo nome o soprannome era Retico, nel 1539 affrontò un rischioso viaggio di centinaia di chilometri per raggiungerlo nella Polonia settentrionale, ansioso di sentire dal suo inventore notizie dettagliate del nuovo ordine planetario da lui proposto, l’anziano Copernico accettò di mettere fine al proprio silenzio. Il giovane si fermò presso di lui due anni data l’importanza straordinaria dell’argomento. Questo nonostante che durante quella agitata fase iniziale della Riforma protestante le leggi gli vietassero in quanto luterano di risiedere nella Diocesi cattolica dove viveva Copernico che era anche un ecclesiastico nipote di un Vescovo. Retico aiutò il suo ispiratore a preparare il manoscritto per la pubblicazione che in seguito portò di persona a Norimberga al migliore editore europeo di opere scientifiche (Daba Sobel, “Il segreto di Copenico” Milano 2012).
?Al di là delle Alpi, ad esempio attraverso il ducato di Milano esteso in buona parte ?verso l’attuale Svizzera, Canton Ticino e Grigioni, nei primi decenni del ‘500, gli ?ultimi echi del raffinato gotico dei Visconti (presso i quali prosegue la costruzione in ?stile gotico della parte più antica del Duomo di Milano) si confrontano con gli ideali ?e le opere del Rinascimento italiano degli Sforza per cui Leonardo de Vinci è ?invitato a vivere a Milano per la famosa progettazione di un monumento equestre, ?ma anche di navigli; proprio allora accade che Albercht Durer , cattolico ?simpatizzante luterano, pittore e scultore, al servizio dell’Imperatore Massimiliano ?nonno di Carlo V, non è più solamente un eccellente artigiano, m a un viaggiatore, ?un artista intellettuale di tipo italiano che annota nel proprio diario: “Dopo tanti ?anni che cosa sia la bellezza, io non lo so” ponendosi un quesito di carattere ?filosofico. Su Spinoza e lo spinozismo di tutt’altro avviso è Donatella Di Cesare: il filosofo ebreo non fu mai scomunicato. (La Lettura, 25 ottobre 2015).
Il fatto è che i Cristiani del Medio Evo consideravano l’Islam un ramo deviato del Cristianesimo e Maometto un prelato cristiano apostata da punire. Nessuno, o quasi di essi conosceva direttamente il Corano o l’Arabo e ne apprezzava il sublime messaggio attestante che lo stesso Dio si è rivelato agli uomini in molti e diversi modi come preannuncia la stessa Bibbia.
Quindi il Cid Campeador assurge a simbolo del prode ideale cavaliere che esiste in molte letterature medievali,ma che nel caso specifico è protagonista di un’epica di tipo omerico di cui Don Chisciotte è la brutta copia, ridicola e fortemente illusoria che non si rende conto che le sue interpretazioni son travisamenti e follie finchè non rinsavisce ripudiando le fantasie dei romanzi cavallereschi. Ma l’ideale di fondo, serio o faceto che sia, è sempre lo stesso: il guerriero; la guerra; l’eroe. Non che nelle stesse epoche antiche non vi fosse chi dissentisse come frate Francesco da Assisi che ebbe il coraggio di recarsi personalmente dal Sultano e parlargli. Diversamente da alcuni suoi confratelli, forse meno sensibili e dotati di lui che furono comunque ferocemente massacrati in Marocco, come attesta ancor oggi un’antica Chiesa esistente in Assisi. La diffusione dell’Islam, almeno quella iniziale, è avvenuta tramite la potenza delle armi travolgendo e distruggendo l’organizzazione civile che allora esisteva dell’Impero bizantino e dell’Impero Persiano. Ma placatisi i più furiosi scontri e distruzioni ricevè e dette molto dalla Persia, dall’India, da Bisanzio. L’influenza della Persia si rileva soprattutto nella Poesia che attraverso l’Islam si diffonde in tutta l’Europa medievale. Quella dell’India nella cura architettonica dei giardini. Quella di Bisanzio nello sviluppo delle costruzioni architettoniche monumentali, con cupola, e nella conduzione di acquedotti.
Nel 1919 l’Arabista spagnolo Miguel Asin Palacios (Saragozza 1871-San Sebastian 1944) ecclesiastico Gesuita dal 1903 conseguì la cattedra di Lingua Araba nell’Università di Madrid. Fu direttore della Real Academia della Lengua Espanola e fondò la Esquela de studios Arabes. I suoi studi riguardarono particolarmente i legami tra cultura islamica e cultura cristiana superando le violenze di Condottieri e Guerrieri. La sua massima opera è “Dante e l’Islam” il cui vero titolo è: “Escatologia islamica nella Divina Commedia”. Asin Palacios raccolse grande quantità di materiale a motivare il legame tra la commedia dantesca e la tradizione dell’Ascensione al cielo di Maometto (detta: mi’rag in arabo). Ma esiste addirittura un “Liber de scala” che il nostro studioso non conobbe nel quale l’Arcangelo Michele come Beatrice nella Commedia si rivolge nella conclusione al profeta Maometto ordinandogli di memorizzare, assimilare, riferire tutto quanto egli ha visto affinchè i suoi fedeli si mantengano sulla via della legge e non meritino le pene dell’Inferno (Introduzione). Il Liber scalae machometi è il codice latino 6064 della Biblioteca nazionale di Parigi edito da E Cerulli per la Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1949. Non si tratta solo di una convergenza letterario-poetica, ma di una concezione mistica comune ai due mondi religiosi in cui è credibile che possa esservi una ascensione nei cieli da parte di una persona in anima e corpo.
È stato dato alle stampe da Franca Giansoldati: la “Marcia senza ritorno – Il Genocidio Armeno” (Salerno Editrice Marzo 2015) a 100 anni dal 24 Aprile 1915 nella notte del quale ebbe inizio “il grande Male”. È uno studio serio, attento, documentato su un argomento che ci riempie di orrore per la sua spietatezza.
Alfonso Testori nella sua commedia storica in 5 Atti “Il Cardinale Lambertini” pubblicata per la prima volta in “Nuova Antologia “(1906) contribuì grandemente ad accreditare, diffondere, rendere popolare la nobile ed amabile figura del Cardinale arcivescovo di Bologna, magistralmente resa da Ermete Zacconi (cf Palombi 1938) per cui la grande bonomia ed umanità di Papa Benedetto XIV Lambertini fu la grande ispiratrice di Papa Benedetto XV , ma non lo furono le straordinarie circostanze nelle quali il nuovo papa Benedetto si trovò ad operare. Ancora una volta non prevalse lo spirito conciliante e superiore di Erasmo da Rotterdam che come abbiamo detto non condivideva nemmeno la guerra contro i Turchi, all’opposto, scrive l’autrice, sono passati 100 anni dal genocidio armeno. 100 lunghi anni di silenzi colpevoli, di verità non ancora condivise. Responsabile di questo oblio non è stata solo la Turchia, ma una parte dell’Europa rivivendo ancora una volta lo spirito battagliero e guerresco del Cid, di Don Chisciotte, di San Ignazio, del Duca d’Alba, ma non il loro valore ed il loro strenuo coraggio di soldati guerrieri missionari,. e tuttavia inflessibili. Europa che come scrive la Giansoldati, ha preferito nel frattempo guardare altrove e fingere di non vedere. Si è trattato di una impenetrabile cortina di indifferenza che ha avvolto la storia di un intero popolo privandolo anche del diritto primario di vedere riconosciuto il suo dramma nonché il dolore che ne è scaturito. Il genocidio armeno che ha segnato la storia della soglia del ‘900 si può considerare un capitolo ancora incompleto. L’impegno più significativo sulla strada della verità fu svolto dalle autorità religiose cristiane. Fra tutte si staglia la figura di Benedetto XV. Un gigante! Con grande coraggio e senza preoccuparsi troppo delle cautele diplomatiche , come aveva già fatto denunciando fin dall’inizio l’inutilità della I Guerra Mondiale, non esitò ad alzare la voce parlando già allora di sterminio, annientamento, strage. Fece tutto quello che era in suo potere nel tentativo di fermare quello scempio agli occhi di Dio e dell’umanità . Donne, bambini, uomini, malati, anziani. La morte massificata. Il piano prevedeva la soppressione del popolo armeno su base etnica per altro aggravata da motivi religiosi tanto che qualche vescovo Armeno-Cattolico si sbilanciò ad ipotizzare i contorni di una guerra santa tra mussulmani e cristiani, come mons Giovanni Naslian di Trebisonda. Questo è solo l’anticipo delle crudeli persecuzioni che i regimi totalitari del ‘900 infliggeranno ai loro oppositori nei luoghi delle guerre di Carlo V e Filippo II. Ma l’Alfieri (già nel 1937) ha grande fiducia nella preghiera nella quale si rifugia per trovare forza nelle irrazionali crudeltà della vita (benché allora non del tutto note). Non erano note la strage degli Ebrei, l’abbandono dei polacchi nelle mani di nazisti e comunisti, le atrocità della guerra civile di Spagna, i bombardamenti indiscriminati sulle città, le foibe giuliane e tutti gli orrori della II Guerra Mondiale.
testo l’Opera Regina Crucis
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