Le piante costituiscono l’80% del cibo che mangiamo e producono il 98% dell’ossigeno che respiriamo. Tuttavia, sono esposte alla continua e crescente minaccia di eventi climatici estremi e pericolosi parassiti con conseguenze gravissime per l’agricoltura. Si ritiene che ogni anno vada perduto all’incirca un terzo di ciò che la superficie mondiale può produrre, con conseguenti perdite commerciali di oltre 220 miliardi di dollari e milioni di persone ridotte alla fame.

L’agricoltura è un’attività di notevole rilevanza per l’Uomo. Si fa risalire la sua nascita a circa 10.500 anni fa in Medio Oriente, nella cosiddetta “Mezzaluna fertile”.

 

L’uomo, dopo aver vissuto per milioni di anni cacciando gli animali selvatici e raccogliendo frutti naturalmente presenti sulle piante, ha iniziato a produrre il cibo che gli serviva domesticando animali e piante, affrancandosi così dalla fatica e dalla incertezza della raccolta di erbe, radici e frutti spontanei.

Purtroppo, sin dal momento in cui ha cominciato a coltivare le piante, l’Uomo ha dovuto fare i conti, non solo con le avversità climatiche (siccità, grandine, gelate, alluvioni), ma anche con i danni causati da insetti dannosi e da patogeni microscopici (funghi, batteri) o submicroscopici (virus). Questi parassiti possono provocare danni di vario tipo sia in campo che durante l’immagazzinamento.

In presenza di un attacco parassitario, notevole può essere la riduzione delle produzioni agricole. Si può arrivare addirittura a vedere distrutto l’intero raccolto con conseguenze terribili (carestia, fame, malattie per denutrizione, morte, migrazioni). Tristemente nota è la distruzione del raccolto di patate in Irlanda per cinque anni consecutivi (1845-1849) a causa di una muffa (la peronospora della patata). Le conseguenze sull’intera popolazione, che basava la propria alimentazione prevalentemente sulla patata, furono drammatiche: su una popolazione di circa 8 milioni di abitanti, 500 mila morirono per fame o per malattie e circa 1 milione e 600 mila emigrarono negli Stati Uniti d’America per sopravvivere.

Sin dall’antichità l’Uomo ha cercato di difendere le coltivazioni dalle numerose avversità, che ancor oggi ci perseguitano, ma dobbiamo arrivare al XIX secolo per poter parlare di un approccio scientifico alla difesa delle colture. Approccio che si è via via evoluto fino all’impiego di quelle tecniche preventive e/o curative che oggi vengono impiegate per controllare i parassiti nocivi. Tra queste, merita un particolare approfondimento l’utilizzo di prodotti chimici (antiparassitari).

Soffermiamoci sui pro e sui contro nell’uso di questi agrofarmaci in agricoltura. Si tratta di molecole chimiche in grado di interferire con alcuni processi metabolici degli organismi dannosi per le piante provocandone la morte o, comunque, rendendoli inattivi. Fino alla prima metà del secolo scorso venivano usati antiparassitari naturali (minerali o organici), essenzialmente capaci di prevenire le malattie delle piante ma non di curarle. Tra gli anni sessanta e settanta c’è stato il boom degli antiparassitari di sintesi, cioè di molecole chimiche sintetizzate in laboratorio. Essendo queste quasi sempre più attive dei prodotti chimici fino ad allora conosciuti e addirittura molte di esse potevano essere usate per curare le piante, si era diffusa dovunque una grande euforia.

Mediante l’impiego di agrofarmaci di sintesi, si era in grado finalmente di proteggere le nostre colture dagli attacchi dei parassiti, di poter finalmente “uccidere” quei parassiti tanto temuti, di salvare i nostri raccolti sottraendoli ai rischi di malattie distruttive, di sfuggire alle periodiche carestie! Era una conquista così strabiliante che ci ha impedito di pensare ai rischi che potevano derivare dalla immissione in natura di queste molecole sintetiche, prodotte dall’uomo e per le quali non erano presenti in natura le chiavi biologiche (enzimi) della loro degradazione.

C’è stato un uso talmente indiscriminato e spropositato da causare seri problemi di inquinamento dell’ambiente, con ricadute gravi sulla salute dell’uomo (presenza di residui chimici nel suolo e nelle acque, presenza di residui chimici nelle derrate alimentari, uccisione di insetti utili – tra i quali, gli impollinatori -, comparsa di malattie acute e/o croniche nell’uomo).

A tal proposito, va detto che soltanto nel 1968 si è provveduto a regolamentare la pericolosità degli antiparassitari. Ma si basava solo sui rischi di tossicità acuta (cefalea, sonnolenza, vertigini, nausea, tachicardia, ecc…), in quanto scarse erano le conoscenze sui rischi tossicologici a lungo termine.

Debbono trascorrere ben 20 anni prima di avere un bagaglio di conoscenze (spesso drammatiche) che ci costringeranno a tener conto anche della tossicità cronica (cancerogenicità, mutagenicità, teratogenicità) di alcuni di essi.

Infine, a partire dal 26 novembre 2015, entra in vigore il PAN (Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari) che tiene in grande considerazione anche l’ambiente.

Il PAN è caratterizzato da alcune “direttrici strategiche” che comprendono, oltre alla protezione degli operatori agricoli, della popolazione presente nelle aree agricole o che accede alle aree pubbliche (parchi, scuole, ecc.) e del consumatore, anche la tutela dell’ambiente acquatico e delle acque potabili e la tutela della biodiversità e degli ecosistemi.

Questi obiettivi potranno essere raggiunti attraverso:

– Strategie di difesa fitosanitaria integrata e di gestione razionale delle pratiche agronomiche.
– Strategie di difesa fitosanitaria previste dal metodo di produzione biologico e sistemi di controllo biologico delle avversità.
Fortunatamente, una sempre più crescente domanda di salute, di ambiente salubre e di alimentazione sicura sta contribuendo allo sviluppo di una produzione agricola ecosostenibile: non inquinata e non inquinante

È ovvio che un simile approccio alla protezione delle colture comporta per gli agricoltori, rispetto agli interventi di tipo convenzionale, un maggior impegno sia in termini di tempo sia in termini economici. Ma, il risultato sarebbe di enorme valenza: la salvaguardia dell’ambiente e della salute dell’Uomo!

È indispensabile uno sforzo congiunto di tutti i soggetti interessati se vogliamo lasciare alle generazioni future un mondo pulito, un mondo non irrimediabilmente inquinato. L’ecosostenibilità dell’agricoltura deve diventare una componente significativa del “Patto intergenerazionale”!

Il 2 dicembre 2019 l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha lanciato l’Anno Internazionale della Salute delle Piante (IYPH) per il 2020.

International year of Planth health 2020

L’intento è quello di aumentare la consapevolezza globale sul fatto che proteggere la salute delle piante può aiutare a porre fine alla fame, ridurre la povertà, tutelare l’ambiente e dare impulso allo sviluppo economico.

Anche la Città del Vaticano ha celebrato questo evento con un francobollo, nel quale si vede Papa Francesco che, in occasione del Suo viaggio in Armenia (nel giugno del 2016), insieme al Patriarca Karekin II innaffiano una pianta di vite, per sottolineare che l’argomento sta a cuore a tutti!

 

Ma Papa Francesco aveva avuto modo di fare già nel 2015 “una prolungata riflessione, gioiosa e drammatica insieme” nell’Enciclica sulla cura della casa comune «Laudato si’». Inizia proprio con un brano del Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».

Qui Papa Francesco fa una lucidissima analisi dell’attuale situazione del nostro pianeta (inquinamento, cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, fame e malnutrizione, ecc….) e delle cause che hanno portato a ciò.  Suggerisce inoltre con grande forza alcune linee di orientamento su come bisogna agire per porre un freno a questa preoccupante deriva e migliorare lo stato di salute della nostra “casa comune”. Esortandoci a tenere ben presenti gli elementi di una “ecologia integrale” (ambientale, economica, sociale) e sottolineando che è un dovere di tutti!

Senza voler togliere nulla al significato profondamente religioso di questa Enciclica, io ritengo che essa possa essere considerata anche come un pregiato trattato di “agricoltura sostenibile”.

*Prof. Leonardo Varvaro Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali, Università degli Studi della Tuscia di Viterbo

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