Anniversario: 47 anni fa il sacrificio dell’on. Aldo Moro: un
attacco alla democrazia, a cui gli italiani seppero reagire con
una dolorosa risposta di unità e legalità. Le parole del
presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Stefano Stefanini

Non possiamo dimenticare. Oggi venerdì 9 maggio ricorre il 47
anniversario  del ritrovamento dell’on. Aldo Moro, che concluse la
vicenda del suo rapimento, con l’eccidio della sua scorta a Roma
in Via Mario Fani, giovane viterbese fondatore dell’Aziona Cattolica
Italiana:  a bordo dell’auto di Moro  i carabinieri Oreste Leonardi e
Domenico Ricci  ed i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto di
scorta: Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.
La Storia, più si allontana dalla cronaca e dall’immediatezza dei fatti, più
fornisce dati, circostanze e prove, prima nascoste e ricostruzioni
attendibili e forse più vicine alla verità dei fatti, per i quali ancora non e’
stata fatta piena luce.
I lettori ci permettano una riflessione sulla testimonianza politica e ideale
di Aldo Moro.
Aldo Moro venne rapito il 16 marzo e fu ucciso il 9 maggio 1978
dalle Brigate Rosse.
Lo Statista martire ucciso per mano delle Brigate Rosse era  stato due
volte Presidente del Consiglio dei ministri, e segretario politico e
presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana.
“L’immagine del corpo di Aldo Moro nella Renault 4 parcheggiata in via
Caetani a Roma, tra Piazza del Gesù’ e Via delle Botteghe Oscure,
allora sedi nazionali dei partiti della Democrazia Cristiana e del Partito
Comunista Italiano, il 9 maggio del 1978 accese i più reconditi e oscuri
timori della nostra nazione.
Fu forse il giorno più buio della “notte della Repubblica”: ci scoprimmo
fragili davanti alle insidie del furore ideologico degli anni di piombo.
Trovammo la forza di reagire e alla fine abbiamo vinto perché le forze
migliori del Paese si sono unite nel comune obiettivo di difendere la
nostra democrazia. Aldo Moro è stato un grandissimo italiano e uno
statista illuminato: la sua eredità è ancora una fonte preziosa di
insegnamento e di ispirazione”.

Il barbaro assassinio di Aldo Moro resta una delle pagine più
tragiche e oscure della storia repubblicana. Il ricordo del sacrificio
di Moro  deve unire il Paese nella memoria di tutte le vittime del
terrorismo politico.
Il 9 maggio è il Giorno della memoria dedicato alle vittime del
terrorismo. Non è solo l’anniversario della morte di Aldo Moro,
avvenuta il 9 maggio del 1978, ma anche la giornata che la
Repubblica Italiana – con la legge n.56 del 4 maggio 2007 – ha
istituito per commemorare le vittime di ogni forma di terrorismo.

Nella ricorrenza del sacrificio dell’on. Moro e dell’eccidio
della sua scorta, giornata dedicata al ricordo delle vittime
del terrorismo, il Presidente della Repubblica, Sergio
Mattarella, deporrà oggi una corona di alloro in Via Caetani
a Roma, accompagnato dal presidente della Camera.
Come riportato dall’Agenzia giornalisti ANSA Il presidente
della Repubblica Mattarella e il presidente della Camera
Fontana partecipano alla deposizione di una corona in
occasione del 46/mo anniversario dell’uccisione di Aldo
Moro in Via Caetani.
Alle ore 11 al Senato della Repubblica si terrà la
celebrazione del Giorno della  memoria dedicato alle vittime
del terrorismo, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni
e il presidente della Camera Fontana.

In varie occasioni il presidente della Repubblica ha ricordato
il sacrificio di Aldo Moro:
“Ci separano quarantasei anni dal disumano assassinio in Roma, ad
opera dei terroristi delle brigate rosse, di Oreste Leonardi,
Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.
Difensori dello Stato di diritto, della libertà e della democrazia della
Repubblica, pagarono con la vita il mandato loro affidato di
proteggere Aldo Moro, statista insigne, presidente della Democrazia
Cristiana, il cui calvario sarebbe durato sino al successivo 9 maggio
quando il suo corpo venne fatto ritrovare in via Caetani.

Una data, quella del 16 marzo 1978, incancellabile nella coscienza
del popolo italiano.
Lo sprezzo per la vita delle persone, nel folle delirio brigatista, lo
sgomento per un attacco che puntava a destabilizzare la vita
democratica italiana, rimangono una ferita e un monito per la storia
della nostra comunità.
Sono vite strappate agli affetti familiari da una violenza
sanguinaria, sono lacerazioni insanabili. Alle vittime va un pensiero
commosso e ai familiari la solidarietà più intensa, che il trascorrere
degli anni non ha mai indebolito.
La democrazia italiana venne privata, in quell’agguato, di uno dei
leader più autorevoli e capaci di visione. Il corso della storia
repubblicana ne fu segnato.
Una unità che si tradusse in più avvertita responsabilità verso il
valore delle istituzioni democratiche, garanzia delle libertà scolpite
nella Costituzione”.
Il  16 marzo 1978, giorno del rapimento dello Statista sarebbe passato
alla storia per la votazione parlamentare  di fiducia ad un governo
nuovo, appoggiato dall’esterno dal Partito Comunista Italiano di Enrico
Berlinguer, governo presieduto da Giulio Andreotti, ma frutto della
paziente e acuta  tessitura e della lungimiranza di Aldo Moro – troppo
anticipatorie di novità istituzionali per quella stagione politica –  che nelle
“convergenze parallele” del Governo di Unità Nazionale aveva 
individuato un passaggio cruciale, quanto delicatissimo, di salvaguardia
e difesa della Repubblica democratica, minacciata dal terrorismo di varia
matrice.
Questo il nostro pensiero.
Come nella  tradizione costituzionale, i momenti delicatissimi  di crisi
politico-istituzionale ed economica, un “Governo di Unità Nazionale” tra
tutte le forze responsabili della politica – protagoniste scaturite dalla
Rinascita democratica post bellica e fondate sulla Costituzione
repubblicana –  rappresentava e rappresenta un baluardo di  recupero
delle condizioni  di normalità istituzionale, per poi riconsegnare, finita
l’emergenza istituzionale,  l’azione di governo al responso  elettorale di
una maggioranza che governa efficacemente  e di una opposizione che
controlla  e denuncia eventuali storture di chi amministra il mandato
popolare.

Il ricordo dello smarrimento e di sgomento, misti alla voglia di
reagire in modo democratico al vulnus, all’attacco portato al cuore
della democrazia italiana dai brigatisti rossi, sentimenti e reazioni 
provati da noi allora diciottenni, come chi scrive, prima il 16 marzo
e poi, ancora più dolorosamente, il 9 maggio del 1978.
Ricordo che la notizia del rapimento e poi del ritrovamento del
presidente Moro in Via Caetani a Roma  fu diffusa negli istituti scolastici
e nei luoghi di lavoro da radio e televisione, causando un’onda di 
grande reazione emotiva: uscimmo tutti dalle scuole, molti impiegati e
operai lasciarono i luoghi di lavoro per riversarsi e concentrarsi nelle
piazze delle varie città.  
Io frequentavo l’ultimo anno del Liceo Scientifico Galileo Galilei di  Terni
e ricordo che ci trovammo spontaneamente, tutti insieme in piazza
studenti e operai, in un grande abbraccio solidale tra bandiere bianche e
rosse, che rividi poi  come  un mare immenso a Piazza San Giovanni in
Laterano  il maggio 1978, ai funerali “pubblici” dello Statista, celebrati da
Papa Paolo VI.
Non dimenticherò mai l’esperienza di aver partecipato ai funerali di Aldo
Moro.  In una  indimenticabile omelia il Pontefice pronunciò delle  parole
scolpite nella storia e nella memoria del popolo italiano, mentre al di
fuori della Basilica lateranense un mare mai visto di bandiere bianche e
rosse testimoniavano la fede incrollabile nella Democrazia che sarebbe
sopravvissuta all’attacco delle br.
Nel suo intervento Paolo VI pronunciò uno dei testi più alti mai
pronunciati in una omelia,  un’invocazione, un rimprovero, un grido di
dolore creaturale che il vicario di Cristo rivolgeva direttamente al Padre
per interrogarne il silenzio in cui lo stesso pontefice sembrava faticare a
scorgere un disegno provvidenziale e che vale la pena rileggere:
“ Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile
alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono
aprirsi per esprimere il “De profundis”, il grido, il pianto dell’ineffabile
dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore,
ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio
della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la
incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente
ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito

immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la
vita!… ”

Come aderenti al Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana,
insieme alle altre forze democratiche convocammo dei momenti di 
riflessione  e di presidio sulla gravità del momento che stavamo vivendo
da giovani, ricordo le dichiarazioni sincere e commosse, non riscontrabili
in altri politici, del segretario nazionale della Democrazia Cristiana,
Benigno Zaccagnini, per non lasciare nulla di intentato per la salvezza
del prigioniero, pur nella fermezza delle istituzioni  democratiche di
fronte ai brigatisti, sino al drammatico epilogo della morte di Moro il 9
maggio 1978 .
Ricordo che dal rapimento e dal sacrificio di Aldo Moro, al di là
delle azioni e speculazioni più o meno chiare che aleggiarono sulla
vicenda, scaturì la decisione di tanti giovani a proseguire, nel loro
ambiente, l’impegno politico a servizio della collettività. 
Oggi che si intravvedono le responsabilità più nitide di persone, gruppi e
apparati, bande armate di  estrazione ideologica,  dobbiamo comunque
ricordare e affermare che l’Italia seppe superare con sacrificio e fiducia
in se stessa  anche quella prova  dolorosamente  e collettivamente
vissuta.
Ci si permetta una valutazione. Non e’ assolutamente ammissibile
che i brigatisti coinvolti nell’omicidio di Aldo Moro e degli uomini
della sua scorta oggi partecipino da uomini e donne liberi a
convegni, rilascino “disinvolte interviste” sotto i riflettori dei mezzi
di comunicazione di massa. L’Italia non può dimenticare e
perdonare la lotta armata delle Brigate Rosse contro le istituzioni
repubblicane ed il popolo italiano, lotta che causò lutti e tante
sofferenze.
Davvero il sacrificio ed il sangue di Aldo Moro fu seme e testimonianza
per tanti giovani che nei vari partiti  e movimenti  – tra cui chi scrive –
vollero testimoniare la fiducia nella democrazia rappresentativa e nei
principi della Costituzione repubblicana.
Tutti gli italiani dovranno tenere alta l’ispirazione, la vigilanza e la
difesa quotidiana della democrazia e della sovranità del Popolo:
solo così il Sacrificio di Aldo Moro, degli uomini della sua scorta e

di tanti altri Martiri della Democrazia non sarà stato vano, per noi,
giovani di allora che vivemmo quel dramma,  e, soprattutto  per il
futuro  dell’Italia e dei nostri giovani. 

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