Ascensione (1 giugno) settima Pasqua
Scriveva don Luigi Giussani durante un ritiro per la festa dell’Ascensione: “Il cielo è la profondità della terra. Il cielo è il significato profondo, è la verità dell’aldiquà, è l’origine dell’aldiquà, l’origine dell’esistere, dell’essere, dell’esistenza, della consistenza del cammino e del destino dell’aldiquà. Quello che noi vediamo è la superficie delle cose, è l’apparenza. Quello che noi vediamo è l’apparenza”. Non so se coloro che si presentano come testimoni del suo cammino spirituale riescono a entrare nel significato profondo di questa riflessione. A me sembra, ripeto: sembra, che il fascino di questo Cristo va molto al di là di quello che vediamo o diciamo di vedere. C’è un vedere dell’anima che supera quello degli occhi. I Vangeli sono un “vedere dell’anima”. Vedono un mondo nuovo, sognato nella fede e speranza nell’aldilà, che va realizzato qui tra di noi, nell’aldiquà. E noi siamo gli operai di questa fede che leggiamo nel volto di Dio. Tutto e tutti dobbiamo trasformarci: morire, risorgere e portare il cielo sulla terra. Il poeta Clemente Rebora cantava: “mentre il creato ascende in Cristo al Padre, nell’arcana sorte tutto è doglia del parto: quanto morir perché la vita nasca!…”. Anche se tutto questo fosse una visione dello spirito che spera, è meraviglioso vivere per creare vita e vederla risorgere a nuovo. Certo molto meglio che vivacchiare accumulando cose che spariranno dalle nostre mani.
Don Gianni Carparelli
