Oggi, 29 ottobre, la Storia ricorda la figura dello sfortunato erede al trono
del Regno di Sicilia: Corradino di Svevia.
Corradino, nato il 25 marzo 1252 a Landushut (una graziosa cittadina
della Bassa Baviera) era nipote del potente Federico II del casato
degli Hohenstaufen, titolare di diversi reami in Italia e Germania e Re di
Gerusalemme per autoproclamazione. In quel tormentato periodo del
Basso Medioevo Corradino, cresciuto sotto le cure della madre Elisabetta
di Baviera, a soli 15 anni venne sollecitato dai ghibellini italiani a
prendere possesso del Regno di Sicilia occupato dai francesi di Carlo I d’
Angiò.
Organizzato il suo esercito Corradino, nel 1267, discese in Italia
acclamato dai ghibellini italiani di Verona, Pavia e soprattutto Pisa. Entrò
poi trionfalmente a Roma lasciata libera dal Papa, suo oppositore, che si
era rifugiato a Viterbo.
Sull’onda del successo Corradino con il suo esercito si mosse verso la
Marsica (in Abruzzo) per confrontarsi con le truppe degli angioini che
sbarravano la strada verso il sud. Lo scontro avvenne in località Piani
Palentini dove la battaglia, chiamata poi “Battaglia di Tagliacozzo” (23
agosto 1268), si sviluppò con alterna fortuna prima della finale sconfitta
di Corradino e del suo esercito.
Corradino tentò la fuga verso la costa del Tirreno sperando di imbarcarsi
verso la fedele città di Pisa. Per un voltafaccia di Giovanni Frangipane,
dell’omonima famiglia romana, precedentemente sua alleata, il giovane
Corradino fu fatto prigioniero nei pressi di Nettuno e consegnato alle
truppe di Carlo d’Angiò.
Imprigionato a nel Castel dell’Ovo a Napoli, Corradino fu processato,
condannato e decapitato su quella che oggi è Piazza del Mercato il 29
ottobre 1268. Il suo corpo fu tumulato in quella che è oggi la Chiesa di
Santa Maria del Carmine.
Secoli dopo, il poeta veronese Aleardo Aleardi (1812-1878) nella poesia
Corradino di Svevia immaginò Elisabetta di Baviera, madre di
Costantino, su un freddo balcone della Baviera domandare ad un’aquila
proveniente dall’Italia notizie del figlio.
Alla domanda:
“Nobile augello che volando vai,
Se vieni da la dolce itala terra,
Dimmi, ài veduto il figlio mio?”
L’aquila rispose”
“Lo vidi; Era biondo, era bianco, era beato,
Sotto l’arco d’un tempio era sepolto.”
Gennaro Stammati
