Questo terzo articolo di un trittico sulle Croci dipinte dello Storico dell’Arte Dott. Aldo Cicinelli, è stato
ricavato, postumo, dal suo appunto manoscritto.
La Sala III del Museo Nazionale di S. Matteo a Pisa (1) , contiene le Croci dipinte con “Storie della
Passione di Cristo” provenienti da antiche chiese di Pisa: San Paolo dell’Orto (inizi XII sec.), San
Sepolcro (fine XII sec.), S. Matteo (inizi del XIII sec.); la Croce di Fucecchio firmata da Berlinghiero
Berlinghieri; quella di Giunta Pisano (Giunta di Capitano, Pisa, notizie 1236 – 1254) che
introducono un nuovo modo di leggere la Croce dipinta italiana che in Umbria acquista un
significato ancora più pregnante perché la biografia di S. Francesco concentra la massima
attenzione sul rapporto Cristo – S. Francesco (quest’ultimo inteso anche come Alter Christus).
Nel 1236 S. Francesco, nel suo testamento, indicò regole per la costruzione delle chiese del suo
Ordine affinchè non contraddicessero la “Regola” della “santa povertà”. Infatti, al contrario dei
Benedettini, dei quali ciascun monaco era Dominus, i Francescani erano costituiti di Fratres
Minores (Fratelli minori), poverelli.
Ma i Papi, in forza della loro “autorità Apostolica”, sul modello di S. Pietro a Roma, stabilirono che
si potesse derogare dalla Regola nella costruzione e decorazione della monumentale Basilica che
custodisce il corpo del Santo frate di Assisi perché non è una chiesa dell’Ordine ed i Francescani ne
sono solo i “custodi”.
Nel 1227 frate Elia da Cortona (designato da S. Francesco quale Vicario Generale dell’Ordine da lui
fondato) fu incaricato, anzi autorizzato, dal Cardinale Ugolino dei Conti di Segni, Vescovo di Ostia,
protettore dell’Ordine dei Minori (poi Papa col nome di Gregorio IX) di farsi promotore della
edificazione di una specialis ecclesia nel terreno donato in Assisi da Simone di Pucciarello. Qui a
cominciare dalla così detta “chiesa inferiore”, il complesso basilicale fu tutto coperto di affreschi
aventi un tema come nelle antiche figurazioni paleocristiane: quello illustrato dal Cardinale Martini
incentrato nella Pasqua. Sono gli affreschi o “storie” del così detto: “Maestro di S. Francesco”
autore della grande Croce dipinta (e di altri minori frammenti) proveniente dalla semidistrutta
chiesa di S. Francesco al Prato di Perugia, databile per l’iscrizione che vi figura in basso ai tempi di
Papa Gregorio IX e dal XIX secolo nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Maestro che a sua volta
esegue nel 1253 circa questo primo ciclo francescano che è il primo degli affreschi dipinti in
Basilica (inferiore) in parte distrutti dalla successiva apertura nelle pareti di più tarde cappelle
gotiche, anch’esse a loro volta coperte da cicli di affreschi di celebri maestri toscani. Sono di forte
stile “giuntesco” cioè derivante dal grande Maestro medievale toscano Giunta Pisano, che
abbiamo
(1) I quotidiani – che spesso colgono l’occasione per presentare i fatti sotto l’aspetto dello scandalo –
denunciano un fatto gravissimo avvenuto ai danni del Museo Nazionale di S. Matteo, Pisa, di cui stiamo
scrivendo, consistente nella vendita abusiva da parte di un restauratore lucchese di ben 11 dipinti di
proprietà pubblica dei 17 affidati al restauratore dal Museo che avrebbe dovuto riconsegnarli entro 365
giorni. Tra questi una Madonna Addolorata del pittore fiammingo Quentin Massys (o Metsys,
1466–1530) capolavoro del XVI secolo. Confidiamo non solo nel felice esito della operazione di recupero già
iniziata da parte degli specialisti dell’Arma dei Carabinieri, ma anche nel sincero pentimento e
collaborazione al recupero del misfatto ai danni della Comunità essendo la scomparsa dei dipinti avvenuta
da circa 10 anni.
già citato (ma non si esclude possa essere Giunta Pisano stesso), e trattano a confronto Storie di
Cristo e Storie di S. Francesco, comprendenti anche Storie della Crocifissione, Apparecchio alla
Croce, Crocifissione, Discesa dalla Croce. All’impianto della chiesa inferiore corrisponde quello
della chiesa superiore di cui le opere più celebri sono le Storie cimabuesche, dalle cromìe
fortemente alterate: affreschi di Cimabue ed aiuti, dal 1277 (nel transetto) e la Vita di S. Francesco
o Storie Francescane celeberrimo stupendo ciclo di 28 affreschi, da antica tradizione attribuiti a
Giotto. Ripetiamo, data la delicata importanza dell’argomento, che il Maestro di S. Francesco è un
autore di cui non si conosce il nome, ma che stilisticamente è molto vicino a Giunta Pisano di
Capitino da Pisa. Frate Elia lo incaricò di realizzare una grande Croce lignea dipinta per la Basilica
Superiore, andata distrutta nel XVI secolo. Una presumibile replica, in dimensioni minori, del
Crocifisso dipinto su tavola, firmato da Giunta stesso (1236) ed una tavola raffigurante S.
Francesco (opera del 1250) sono conservate nel Museo annesso a S. Maria degli Angeli. Da tutte
queste opere il maestro prende il suo nome convenzionale e da queste possiamo farci idea della
Croce dipinta perduta.
Frate Elia, che sembra fosse uomo stimato da Papi e Imperatori, tornò poi a Cortona, dove è
sepolto nella bella chiesa da lui innalzata a S. Francesco. La sua figura desta ancor oggi
interessantissimi interrogativi. La sua ombra si proiettò anche nella Roma medievale ove, nella
chiesa trasteverina di S. Francesco a Ripa, è un dipinto su tavola, coevo ai precedenti, raffigurante
S. Francesco, opera toscana, forse di Margarito (o Margaritone da Arezzo). Frate Domenico e Frate
Frencesco furono entrambi in Roma nelle numerose chiese e conventi che tramandano il loro
nome. Ben lo sapevano il Venerabile Servo di Dio Mons. Giuseppe Canovai e la sua fida
interlocutrice e collaboratrice Tommasina Alfieri, noti al prof. Carlo Galassi Paluzzi per il loro
amore verso le antichità paleocristiane. È il caso allora di fare riferimento al grande pittore e
mosaicista romano medievale Pietro Cavallini che sembra fosse anche scultore in legno, al quale si
attribuiscono vari Crocifissi: variante romana delle Croci umbre e toscane dipinte (di cui un
bell’esemplare si conserva a Salerno) senza dimenticare che le sculture medievali erano policrome.
Quanto finora, non senza difficoltà abbiamo tentato di riassumere nel modo più chiaro possibile e
cioè: Storie francescane tratte dalla biografia di Francesco opera del Celanense attribuibili al
”Maestro di S. Francesco” nella chiesa inferiore; affreschi cimabueschi opera di Cimabue ed aiuti
(tra i quali il c. d. “Maestro gotico ultramontano” nel transetto della chiesa superiore; Croce lignea
dipinta da Giunta Pisano con frate Elia in ginocchio (andata distrutta); Storie francescane al di
sopra dell’Altare papale ispirate alla biografia di Francesco riscritta da S. Bonaventura riferibili a
Giotto ed ai giotteschi, insieme che si arricchisce dell’intervento di Maestri romani cavalliniani che
decorano soffitti, vele e la parte alta della Basilica superiore. In questo complesso (a confronto con
il Giudizio Universale in S. Cecilia in Trastevere), segnatamente negli affreschi che affiancano le
finestre, Cesare Brandi, che ha studiato la questione anche mediante esame di affreschi staccati
dal supporto murario, ha individuato l’opera di Giotto giovane (circa 1280 – 1290) segnatamente
nel così detto “Maestro delle storie di Isacco” che lo stesso Cesare Brandi ha messo a confronto
con l’affresco romano del Laterano raffigurante: Papa Bonifacio VIII che indice il primo Giubileo
dalla Loggia del Laterano con i nipoti (circa 1300).
Ai tempi di formazione e riflessione di Tommasina Alfieri l’ispirazione e devozione alla Santa Croce
la indussero a nominare la sua Congregazione (che ella definì, con S. Benedetto “OPERA”): “Regina
Crucis”.
All’epoca le indagini chiarificatrici su questo ricco e quasi ignorato complesso erano appena
cominciate, ma non passate inosservate. Infatti emersero interessanti situazioni conservatrici di
cui le due principali sono: l’alterazione e oscuramento degli ossidi di piombo contenuti nelle
biacche usate da Cimabue, conseguenti alla lunga esposizione ed infiltrazione delle acque pluviali
sulle murature causata o favorita dalla erronea eliminazione delle gronde voluta dal ben noto
Storico dell’Arte Giovan Battista Cavalcaselle, peraltro uno dei maggiori esponenti degli studi sul
Medio Evo; poi il consolidamento a gesso (materiale fortemente igroscopico) degli affreschi
giotteschi effettuato dal noto restauratore Mauro Pellicciolinel tentativo di aggrappare gli stessi
affreschi all’intercapedine loro retrostante nelle murature che li rendono pericolosamente esposti
ad improvvisi moti d’aria.
Ma solo il procedere degli studi medievalistici rendeva pienamente consapevoli del messaggio
cristologico contenuto nelle opere suddette. Essi sono pubblicati da molte opere, di cui diamo qui
di seguito qualche riferimento:
Analecta Franciscana, 1885
Bibliotheca Franciscana Scholastica Medii Aevi, 1903
Bibliotheca Franciscana Ascetica,1904
Archivium Franciscanorum Historicum, 1908
Annales Minorum, 1931
Bibliotheca Athenaei Antonianum, 1947
La semplicità e spontaneità dei temi e degli episodi è evidente, ma non deve trarre in inganno
perché è un modo tra i migliori, forse il migliore, per esprimere realtà assai complesse che per
secoli erano state affrontate, discusse, dibattute dai più grandi pensatori dell’Occidente confluiti
nella Filosofia Scolastica.
