Intervista ad Anita Clementel, nata a Fai della Paganella 11 Luglio 1933, nel maggio 2026 e presente nel libro “Non ti scordar di me” di Gigi Weber presentato ad Andalo l’ 11 luglio 2026 compleanno di Anita
Fai della Paganella prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale.
L’intervista si svolge a Viterbo nella primavera 2026, svolta dal figlio Pierluigi. La salute
non è quella di due anni fa quando ha visitato Fai per il suo novantunesimo
compleanno, ma ci tiene a ricordare la sua infanzia sull’altipiano di Fai per l’opera di
Gigi Webber. Perché i giovani non ripercorrano i passi di un secolo fa.
Anita il giorno del suo ottantesimo compleanno a Londra, giardini di Saint Paul Cathedral, con i figli. A
sinistra Paolo, colonnello dei Carabinieri e veterinario. A destra Pierluigi, avvocato a Londra e Roma,
docente universario di European Private Law alla LUISS Guido Carli di Roma.
D.: Che ricordi hai di Fai degli anni ‘30 e ‘40?
R.: Ricordo praticamente tutto. Quando nacqui, il 13 luglio 1933, mio papà Luigi e mia
mamma, Maria Tonidandel, si erano trasferiti a Postal (Merano) da appena due anni,
secondo il piano di italianiazzazione promosso dal governo. La mamma aveva assunto
la direzione delle Poste di quel paese sulla riva sinistra dell’Adige, a pochi chilometri
da Merano e da Lana, di popolazione in prevalenza di lingua tedesca. Vivevamo a
contatto con gli altoatesini, mentre la guerra era ancora lontana.
In estate però tornavo a Fai, a Cortalta, dai nonni, Raimondo e Maria Tonidandel, dal
lato paterno, Oreste Tonidandel, dal lato materno, proprietario dell’albergo Cima Tosa,
uno dei primi di Fai, ancora oggi visibile poco a valle del Comune di Fai. La moglie era
Orsola Brida di Tres e, come vedremo, portò un pò di novità dalla val di Non e dalla
pianura.
Con le bandiere bianco-rosse del Tirolo, l’albergo Cima Tosa in basso a destra, in una
foto dei primi del ‘900. A sinistra la chiesa parrocchiale di Fai.
I miei primi ricordi di Fai risalgono a quel periodo ancora spensierato prima della
seconda guerra mondiale, ai terribili anni di guerra, al secondo dopoguerra fino a che
con il matrimonio a Verona del giugno 1966, sessanta anni fa esatti, lasciai Bolzano
per seguire mio marito, Bruno Congedo, allora giovane tenente di artiglieria di stanza
a Bolzano, trasferito presso la Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo appena costituita.
Il giorno del matrimonio con Bruno Congedo, a San Zeno di Verona, celebrante il cugino don Italo
Tonidandel di Fai (giugno 1966).
Giugno 1967, nel giardino di casa agli Orli, Anita con il marito Bruno Congedo e Pierluigi di pochi mesi.
Il mio legame con Fai, il Trentino ma anche con l’Alto Adige però non si è mai interrotto.
Tre anni fa abbiamo festeggiato i miei novant’anni con una bellissima serata a Fai
organizzata dall’amico Gigi Weber, con il coro e la sindaca Maria Vittoria Mottes che
mi hanno accolto con i loro commoventi auguri con tantissimi ospiti nella sala-teatro
comunale.
D.: Come si svolgeva la vita a Fai e a Postal negli anni precedenti la guerra e
durante la guerra?
R.: Fino allo scoppio della guerra i ricordi erano per lo più felici per noi. Frequentavo
la scuola elementare di Postal, con la maestra Zamai, un legame durato tutta la vita.
Sulla facciata c’era scritto scuola in italiano, ma ancora oggi si legge, scolorito dal
tempo, anche Schule in tedesco. Crescevo a contatto con i bambini di lingua tedesca
senza problemi di integrazione. Ricordo con ironia che negli anni ’30 a volte per errore
scrivevo che la capitale era Vienna, come sentivo dire a Fai dal nonno Oreste, che era
stato l’ultimo sindaco del periodo austro-ungarico e rimase sempre piuttosto filo-
asburgico. Altre volte scrivevo che la capitale era Roma, come sosteneva l’altro nonno
che, paradossalmente, aveva combattuto in Galizia come Landeschuetzen nel II
reggimento ‘Bozen’, preso prigioniero nei Carpazi dagli Zaristi nel febbraio 1915,
tornato a Fai solo a guerra finita dopo aver letteralmente fatto il giro del mondo,
passato da Samarkanda a Kirsanov (Mosca), da Vladivostock a Tien-Sin, dai porti
dell’India per poi rientrare via Suez a Genova a guerra finita.
A Fai tornavo in estate per le vacanze a Cortalta dai nonni. Uno dei più lontani ricordi
è quando nel campo alle spalle della chiesa di San Rocco dove giocavo con un gruppo
di bambini di Fai che pensarono di mettere in scena il sacrificio di Isacco. Mi misero in
una cesta legata a due ‘perari’ (alberi di pero) e accesero sotto di esso un fuoco. Arrivò
il proprietario del campo (Banàl) urlando, spegnendo il fuoco salvandomi.
Foto con i cugini di fronte all’albergo del nonno, il Cima Tosa. Sulla panchina a sinistra Italo Tonidandel,
futuro sacerdote, Anita Clementel di Luigi e Maria Tonidandel, Jole Tonidandel, in basso a destra
Annamaria Tonidandel (figli di Aurelio Tonidandel). 1936 circa.
La vita a Postal invece era scandita dalla scuola, dalla messa a Santo Spirito la
domenica, con papà che cantava nel coro, e dalle visite domenicali a Merano dallo zio
Luigi Negri e la zia Candidina, a Castel Winkel, dove abitavano.
Lo zio Negri era la figura più di riguardo della famiglia materna. Originario di Tres, in
realtà era il cugino della nonna Orsola Brida (figlia di Marco Brida e Angelica Zadra,
per parte di madre, dal cognome secondo alcuni studiosi forse di origine ebraica,
traslitterazione di Zadar, Zara). Sua madre, Maria Domenica Zadra era appunto sorella
di mia bisnonna Angelica. Nato nel 1879 a Tres, laureato in giurisprudenza ad
Innsbruck, vi aveva conosciuto Alcide De Gasperi, cui rimase legato tutta la vita.
Funzionario della Luogotenenza dopo lo scoppio della prima guerra mondiale fu
arrestato dalle autorità austriache e detenuto per un certo periodo nel campo di
internamento di Katzenau vicino Linz (Bassa Austria) nel 1915, perché essendo di
lingua italiana si temeva che potesse fornire informazioni alle forze armate italiane.
Dopo un anno, proprio grazie all’intervento dell’amico De Gasperi (in quel momento
deputato nel ‘parlamentino’ regionale di Vienna), riuscì a farsi trasferire nel campo
profughi di Braunau am Inn e poi a Levico prima della fine della guerra. Nel 1918 arriva
in Alto Adige, come vice-prefetto di Merano fino al 1920. Lavorò nella commissione
internazionale per stabilire il nuovo confine tra Italia e Austria. Dal 1923 diviene
segretario generale del Comune di Merano ma nell’ottobre 1931, a causa della sua
difesa dei diritti della popolazione di lingua tedesca, il prefetto del governo fascista
Giovanni Battista Marziali lo volle trasferire da Merano ad Assisi, a pochi anni dalla
pensione, sostituendolo con il foggiano Michele Terlizzi. Proprio tu hai trovato
nell’archivio di Stato di Merano la sua lettera di dimissioni dal ruolo di segretario
generale del Comune di Merano e dalla carriera prefettizia, affermando che non capiva
come fosse stato possibile sostituire l’unico funzionario che poteva lavorare in tedesco
e che comprendeva il funzionamento del catasto tavolare teresiano (scrive un biografo
“la sua colpa era stata di aver impostato il lavoro dell’amministrazione meranese in
modi che “risentivano talvolta dei sistemi dell’ex regime austriaco”) con un funzionario
che proveniva addirittura dalla Puglia. Lo zio passò a vita privata ed entrò come
direttore del personale nel Credito Meranese, dove lavorò fino al 1948, come direttore
della banca. Lo zio sempre su spinta di Alcide De Gasperi fu uno dei fondatori della
Democrazia Cristiana di Merano nel dopoguerra. Fu eletto nelle elezioni del 1948
subito dopo, come numero di voti, di Silvius Magnago, diventando così primo vice-
presidente della Provincia Autonoma, e presidente dal 1950 alla fine della legislatura.
Curiosamente, in famiglia si raccontava che per un periodo a Castel Winkel avrebbe
custodito le copie dell’epistolario di Mussolini con Churchill. Fatto che di volta in volta
si ritrova nei libri su quel periodo ma su cui non vi è alcuna certezza. Vero è che
Churchill nel dopoguerra verrà spesso a dipingere sul lago di Como e a visitare l’Alto
Adige. In famiglia si raccontava anche che si fosse rifiutato di collaborare nel fornire i
nomi dei correntisti di lingua ebraica presso la sua banca, allorché tutto il Trentino Alto
Adige dopo l’8 settembre 1943 diventò Alpenvorland, avamposto alpino del Terzo
Reich, con istruzioni impartite direttamente da Berlino (Merano fu la prima città d’Italia
a vedere deportati gli ebrei il 16 ottobre 1943).
Riguardo la famiglia De Gasperi, il destino ha voluto che molti anni dopo, a Roma,
ho fatto parte della sezione romana dell’associazione Trentini nel Mondo. Lì sono
diventata amica della presidentessa, Maria Romana De Gasperi, amicizia che ci ha
legate fino alla sua recente scomparsa a Roma, a quasi cento anni di età. Ha
partecipato al matrimonio di mio figlio Paolo nel 2018 e Pierluigi conserva una
importante intervista sul suo ruolo nell’aiutare nel dopoguerra i sopravvissuti
dell’Olocausto rifugiati in Italia.
Anita con Maria Romana De Gasperi e il marito Bruno in occasione del matrimonio del figlio Paolo
con Francesca Barchiesi (Viterbo, luglio 2018).
Ricordo i pranzi a castel Winkel dove la zia (Candidina) preparava pranzi domenicali
con l’argenteria, raccontando di come da presidentessa della Croce Rossa di Merano
avesse accolto il primo presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, in arrivo a Merano,
con un lungo tappeto rosso fino al centro della città, ospite a Villa Paolina (poi
chiamata Villa Danika), ospite proprio dell’unica donna sopravvissuta all’Olocausto di
Merano, la baronessa Valeska Karalek, moglie del barone Hoffmann. Con papà da
Merano andavamo a trovarli la domenica, insieme allo zio Aurelio, padre di Don Italo
(all’epoca sacerdote a Bolzano, cappellano dei minatori di Monteneve-Scheeberg).
Ricordo una volta lo zio Aurelio uscire dal pranzo a base di una minestrina e di
un’aletta di pollo e dire al papà “Luigi, nemo a magner qualcosa di sostanzioso in
trattoria”…
Castel Winkel a Maja Alta, Merano (2023). Era stata dimora di Claudia de’ Medici nel ‘600. Il cugino
della nonna, Luigi Negri, futuro presidente della provincia autonoma di Bolzano, vi abitò fino al 1953.
Negli anni dopo la guerra vi avrebbe custodito per un periodo parte delle copie dell’epistolario Mussolini
Churchill.
D.: Cosa ricordi degli anni di guerra a Fai?
R.: Durante gli anni della guerra passavo le estati a Fai da Postal. Persi la mamma
il 3 luglio 1944, proprio mentre ero a Fai. La mamma morì all’ospedale di Rovereto a
seguito di una frattura scomposta del femore per un bombardamento all’altezza del
ponte di Calliano, proprio di fronte alla casa di cura di Nomi dove si trovava. Per un
mese lottò con febbre altissima. Il giorno della sua morte arrivò a Fai la notizia.
Giocavo con i bambini alla Villa. Sentendo le campane suonare a morto, come si
usava allora, sentì dire dagli altri bambini che era morta “la Mariotta del Luigi”. Avevo
11 anni. Capii subito che si trattava di mia mamma. La zia Poldina (madre di Giuseppe,
Arturo, Gianfranco e Maria Pia Tonidandel, miei cugini) aveva cercato di portarmi da
Postal a Rovereto, non ricordo se all’ospedale o dopo la morte della mamma a visitare
la tomba. Un bombardamento all’altezza di Ora fermò il treno. Ricordo la zia buttarsi
sopra di me sul fondo dello scompartimento mentre gli aerei mitragliavano il treno,
mandando in frantumi i finestrini. Purtroppo pochi mesi dopo il cimitero di Lizzanella e
la sua tomba furono colpiti dai bombardamenti alleati, e non fu possibile identificare il
suo corpo. Dovrebbe riposare nel cenotafio che hanno dedicato alle vittime dei
bombardamenti aerei del 1943/1945 sul muro di cinta a sud del cimitero di
Lizzanella.L’unica consolazione è che la mia mamma riposa ancora oggi proprio al di
sotto del memoriale della Prima Guerra Mondiale e di tutte le guerre, non lontano dalla
grande campana ‘Maria Dolens’, ottenuta con la fusione del bronzo dei cannoni delle
due guerre, campana che ogni sera al vespro rintocca.
D.: Che ricordi hai in particolare di Fai?
R.: I ricordi sono nitidi. Ricordo che c’era pochissimo da mangiare. Negli ultimi mesi
di guerra papà non poteva allontarsi da Postal, essendo direttore dell’ufficio postale.
Terminato il suo turno di lavoro, veniva portato dai soldati della Wermacht, con tutti gli
uomini che non erano al fronte perché ricoprenti ruoli pubblici, a lavorare
coattivamente nella fabbrica chimica di Sinigo.
Io ero a Fai quando la guerra stava per finire. Spesso suonava l’allarme dei
bombardamenti sul ponte dei Vodi sull’Avisio e su Trento. I bombardieri americani
sganciavano le bombe proprio su Fai, in modo che la forza di inerzia le facesse cadere
lungo la ferrovia del Brennero o sulla Statale. Noi ragazzini (avevo tra i dieci e i dodici
anni) ci andavamo ad affacciare dagli Orli per vedere di notte verso nord, Ora ed Egna,
le fiamme dei depositi colpiti dai bombardamenti. Contavamo le bombe cadere in
lunghe file nere.
Ricordo un fatto clamoroso proprio pochi giorni prima della fine della guerra. Maggio
1945. Le sirene negli ultimi giorni di aprile suonavano incessantemente a Fai della
Paganella avvisando la popolazione di radunarsi nei rifugi prestabiliti. Il più grande si
trovava di fronte all’arrivo della funivia da Zambana, il cui ingresso è oggi murato con
una lastra di cemento.
Il Grand Hotel Dolomiti, a destra la parete di roccia su cui si apriva la porta del rifugio antiaereo, sulla
via del Santél, di fronte alla stazione di arrivo della funivia da Zambana.
Eravamo in centinaia nel lungo tunnel. Ad un certo punto si temeva che proprio Fai
potesse essere bombardata perché sede della FLAK, la contraerea tedesca1
. Invece
proprio in quei primi giorni di maggio ci fu un maltempo eccezionale, Fai venne
ricoperte da una coltre di neve. Fai venne risparmiata, forse per il maltempo, forse
perché gli obiettivi militari non erano visibili. Di quei giorni nei rifugi ho potuto riparlare
l’ultima volta nel 2002 in occasione del funerale a Roma del compianto Enzo Perlot,
mio coscritto, primo ambasciatore italiano a Berlino dopo la riunificazione della
Germania. Sua sorella, venuta da Strasburgo, si ricordava proprio dei giorni passati
nel rifugio all’arrivo della funivia di Zambana. Non ci vedevamo da allora.
A Fai non morì nessuno per i bombardamenti. La contraerea tedesca era installata
nella zona degli Orli, nel terreno del bisnonno. I soldati tedeschi offrivano ai bambini
pane e marmellata. Nel dopoguerra lo Stato offrì un risarcimento pecuniario per i danni
causati nel campo di sua proprietà.

Un altro ricordo che ho del periodo bellico è la figura della sorella della nonna Maria
Tonidandel, moglie di mio nonno Raimondo Clementel, Madre Massenza. Dopo la
perdita della mamma fu una figura di riferimento fondamentale. Era madre superiore
delle suore che lavoravano presso l’istituto psichiatrico di Pergine Valsugana,
ospedale all’avanguardia creato in epoca asburgica. Fu lei a riferirmi da ragazza che
presso l’istituto era passata una donna che urlava di essere la moglie di Mussolini.
Solo negli anni ’90 in effetti è emerso che per un periodo Ida Dalsèr da Sopramonte
(TN), la prima moglie di Mussolini, che aveva conosciuto nel 1909 a Trento nel suo
periodo ‘socialista’ era stata fatta internare nell’istituto nel 1925 e, ancora, nel 1934
fino al luglio 1935, quando riuscì a scappare (probabilmente aiutata da qualcuno
all’interno). Recenti studi hanno dimostrato che effettivamente si sposarono nel 1914
e che Mussolini ebbe un figlio, da lui riconosciuto, Albino Benito, anch’egli
successivamente fatto internare e morto prematuramente, come la madre (a Venezia,
nel 1937), in un istituto psichiatrico (a Milano). Il piccolo Albino Benito era noto a Fai
perché frequentava la colonia al passo Santél.
Suor Massenza nel dopoguerra sarà testimone al processo di Norimberga insieme al
primario, per testimoniare come dall’istituto psichiatrico di Cormòns (o di Pergine?), i
nazisti deportarono verso i campi di concentramento i ragazzi diversamente abili lì
ricoverati. Figura su cui bisognerebbe fare delle ricerche storiche e si dovrebbe
dedicare una via a Fai della Paganella.
1 Abbreviazione del termine tedesco Fliegerabwehrkanone (cannone per la difesa aerea).
2 Periodo in cui frequentava il socialista Cesare Battisti che spesso visitò Fai, alloggiato proprio
all’albergo Cima Tosa.
Madre Massenza Tonidandel, sorella di Maria Teresa Tonidandel moglie di Raimondo Clementel, guida
alpina, testimone oculare al processo di Norimberga e dell’internamento a Pergine Valsugana di Ida
Dalsér.
Com’era la vita negli anni ‘30/’40 a Cortalta?
Ricordo che la villa in cima al paese era del senatore Carletti, amico del nonno con
cui giocava a carte in estate.
Alle spalle della villa, oggi Albergo Panorama, c’era una affresco sulla roccia delle
pendici del Fausior chiamato l’ “Om del Pasquet”.
La moglie del senatore non lo poteva vedere e lo fece coprire. I faioti non erano
contenti di questa decisione.
Da lì parte il sentiero Ardito che giungeva fino al passo del Santél. Piu in alto, al passo,
si trovavano i terreni del nonno Oreste Tonidandel, dove sorse negli anni 30 la colonia
dell’Opera Nazionale Balilla . Nella parte superiore c’era la cosiddetta Gloriette, un
omaggio al parco di Schönbrunn di Vienna. I terreni vennero venduti per circa mille
lire con atto notarile al Segretario del PNF, Achille Starace. Il prezzo era talmente
irrisorio che si poteva considerare una espropriazione.
La Gloriette al Santél a monte della Colonia dell’Opera Nazionale Balilla
Come morì la mamma, continuai le scuole presso un collegio a Trento. Nei primi anni
’50 venni assunta alle Poste e Telegrafi, ‘postelegrafonici’ come i miei genitori e mio
nonno (che aveva creato la prima stazione di posta di Fai). Trascorsi periodi a Siusi,
a Ortisei, infine alla direzione centrale di Bolzano fino al trasferimento nel 1966 a
Viterbo.
Il mio punto di riferimento a Bolzano era il cugino don Italo, divenuto sacerdote proprio
in quegli anni.
Anni 50, ordinazione di Don Italo accanto al padre Aurelio Tonidandel, a sinistra Anita Clementel, a
destra la mamma, la maestra elementare Pezzi. Don Italo muore a Trento il 14 aprile 2020 e viene
ricordato con una cerimonia speciale all’aperto con quasi tutta la popolazione di Fai dall’arcivescovo di
Trento nel giugno 2020.
Don Italo era di stanza a Bolzano, per diversi anni cappellano dei minatori a
Monteneve in Alto Adige, presso le miniere che collegavano l’Alta val d’Isarco con la
val Passiria. Don Italo saliva d’inverno con una teleferica fino alla miniera per celebrare
la Messa. Tornava a Bolzano con le lettere dei minatori, quasi tutti del sud Italia. Mi
portava borse di lettere e di vaglia postali dagli indirizzi incomprensibili. Io cercavo di
spedirli, spesso pagavo io stessa l’affrancatura perché i vaglia giungessero a famiglie
in difficoltà.
Gli anni a Bolzano. Ortisei, 1953.
Nei fine settimana tornavo a Postal. Papà, risposatosi, ebbe tre figli, Alberto, Arturo e
Giovanni, nati tutti in Trentino e in Alto Adige, per poi trasferirsi a Verona.
Fratelli di Anita, Alberto e Giovanni Clementel (nella foto manca Arturo), primi anni ’60.
D: Quale ricordo speciale hai della tua giovinezza a Fai?
R: Ricordo con grande ammirazione mio nonno Raimondo, alpinista. Persona di
grande generosità, la prima guida alpina dell’altipiano. Come avevo ricordato nel
precedente libro di Gigi Weber, durante la guerra riuscì a salvare il pilota Patrick
Shereda del bombardiere caduto sulla Paganella a fine agosto 1944, indicandogli la
via per la salvezza in Svizzera, portandolo fino alla Rocchetta, offrendogli i suoi abiti,
a rischio della vita. Secondo le ricostruzioni e le testimonianze raccolte anche tramite
mio cugino Luigino (di Augusto Tonidandel, intervistato nel 2017 da mio figlio Pierluigi),
e delle figlie del pilota (Cynthia e Joni), doveva essere in contatto con i partigiani che
avevano una radio alle pendici del Brenta. Grazie alle istruzioni di Gino abbiamo
ritrovato la grotta sulle pendici della Paganella sopra la Val Manara alcuni anni fa.
Secondo Gino, Raimondo passava intere giornate lassù, proprio sopra la confluenza
dell’Adige con il Noce, da dove probabilmente poteva osservare l’esito dei
bombardamenti.
Di lui ricordo ancora oggi che si privava della piccola quantità di cibo a disposizione,
razionato. Diceva alla moglie Maria di dare a me il latte e il pane, perché dovevo
crescere.
Di lui ricordo le lunghe passeggiate verso Madonna di Campiglio, attraversando il
Brenta, con mio cugino Gianfranco, di poco più giovane. Ricordo il passo della
Gajarda, il bisnonno che mi indicava la Sentinella, poco a nord del Campanil Basso.
I posti dove quasi 70 anni dopo il figlio, Pierluigi, autore dell’intervista, è tornato da
Roma per percorrere la ferrata delle Bocchette, di recente anche con suo zio Giovanni
Clementel.
Il passo della Gaiarda. In primo piano la Malga Spora dove si poteva bivaccare durante le attraversate
del gruppo del Brenta.
Il Brenta resterà sempre nel mio cuore, come la Paganella, le abetaie, il lago di
Molveno, ma soprattutto il rispetto, l’educazione e la grande civiltà delle persone. Oggi
Fai, Andalo e Molveno sono meta di turismo internazionale, ma per fortuna
mantengono una qualità della vita estremamente alta a misura delle persone. Spero
per i miei figli che potranno tornarvi sempre.
Grazie di questa opportunità di trasmettervi i miei ricordi con i saluti più affettuosi alla
mia gente.”
Anita Clementel
Il Campanil Basso del Brenta con la Sentinella, immagine iconica del passaggio da est a ovest del
gruppo, tratto percorso dalle Bocchette centrali.














