Da ragazzo ho sentito più volte parlare di un magistrato veneziano, chiamato “La Pittima”
che tormentava i debitori morosi per conto dei creditori facoltosi e perfino dello Stato. Ho
fatto qualche ricerca ed ecco cosa ho trovato.
In realtà “La Pittima” non era affatto un magistrato ma uno strano personaggio,
certamente al sevizio dei potenti della Repubblica di Venezia o, addirittura, delle autorità
statali. Costui (o costoro incaricati di questa incombenza) tormentava i debitori in tutti i
modi: era un persecutore legalmente autorizzato che cercava di recuperare crediti scaduti
da debitori morosi (e per lo più poveri incapaci di ripagare il dovuto).
Che arma aveva? Una sola, esporre il debitore alla vergogna pubblica! E per indicare con
maggior evidenza il debitore oggetto di questo tormento, la Pittima vestiva di rosso
scarlatto e seguiva passo passo colui che gli era stato indicato come insolvente.
Il popolo aveva soggezione di questa persona, spesso scambiata per un magistrato ma che
in realtà era solo qualcuno dotato di grinta e arroganza. Era insomma uno qualunque, un
poveraccio reclutato dalla Repubblica fra i ceti più bassi del popolo che, in cambio di cibo e
alloggio, non esitava a tormentare i concittadini morosi. Da questi ultimi era temuto e
rispettato: chiunque osasse aggredire o insulare la “Pittima” era passibile di pene
severissime non solo pecuniari ma anche limitative della propria libertà.

Oggi chiameremmo il suo operato con il termine “stalking” legalizzato. Egli infatti seguiva
il debitore dappertutto e lo tormentava facendogli presente che mentre lui conduceva una
vita ordinaria, il creditore era in indigenze e pativa fame, scarsità di alloggio, con moglie e
figli da mantenere …. non era vero ma l’accusa che sconfinava nella calunnia e
nell’oltraggio funzionava … eccome se funzionava.
La Pittima perseguitava il debitore ovunque e nei mercati urlava ricordandogli l’importo
dovuto, il tempo trascorso dalla scadenza dell’impegno, la condotta indifferente agli
impegni presi … e le parole erano spesso violente e volgari. Era insomma uno strozzinaggio
legalizzato contro i poveri a favore di chi certamente povero non era.
La società veneziana del cinquecento, fondata sulla buona reputazione mercantile,
reputava la morosità e l’insolvenza un’onta da cui non si poteva più recuperare dignità,
credibilità e stima commerciale. Spesso, per non perdere la propria capacità negoziale, il
debitore contraeva debiti con altri personaggi (spesso poco raccomandabili) pur di
mostrare la propria solvibilità … e spesso correva il rischio di un fallimento totale per via di
più alti tassi da pagare, certamente a livello di strozzinaggio.
Con la fine della Repubblica di Venezia anche la figura della Pittima sparisce dalla vita di
tutti i giorni ma resta nella memoria pubblica menzionata anche in una canzone di
Fabrizio De André che, ricordando che una figura del genere esisteva anche a Genova, la
descrive come una persona deforme che per vivere si prestava a questo impopolare
mestiere.
Cosa ci posso fare
se non ho le braccia per fare il marinaio
se in fondo alle braccia non ho le mani del muratore
e ho un pugno duro che sembra un nido
ho un torace largo un dito
giusto per nascondermi con il vestito dietro a un filo
e vado in giro a chiedere i denari
a chi se li tiene e glieli hanno prestati
e glieli domando timidamente ma in mezzo alla gente
e a chi non vuole darsi ragione
che sembra di starnutire contro il tuono
gli mando a dire che vivere è caro ma a buon mercato
io sono una pittima rispettata
e non andare in giro a raccontare
che quando la vittima è uno straccione gli do del mio.
Canzone “A Pittima” – Traduzione in italiano dalla raccolta Creuza de mä (1983)
Gennaro Stammati
Verona 22 novembre 2025

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