Stamani ,10 Maggio 2025, alla conferenza sul fine vita, presso l’ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri della provincia di Viterbo, sono stato estremamente colpito dai vari relatori:

Antonio Maria Lanzetti, Alessandro Pinnavaia, Enrico Sostegni, Gianni Carparelli, Francesco Orzi, Stefano De Spirito e e Paolo Malacarne. Anche alcuni interventi di medici in sala mi hanno profondamente colpito spingendomi a riflessioni che mai prima d’ora mi erano sovvenute in merito a tale argomento. Non posso negare un bel pò di turbamento ai miei convincimenti. In particolare l’intervento di don Gianni Carparelli che ben conosco e molto stimo e con cui spesso mi trovo in sintonia. Il suo intervento merita certo di essere riportato per i tanti dubbi che riesce a sollevare nelle coscienze (certamente nella mia). L’intervento è stato lungo, ma me ne accorgo solo ora che mi accingo a riportarlo, il tempo è volato come sempre quando è lui a parlare. Forse il merito o segreto sta nel suo riuscire a far sorridere con qualche battuta estemporanea (seppur, sempre legata all’argomento), mentre approfondisce sviscerando ogni sua riflessione. Ciò premesso, passo ora a quanto da lui esposto, che, se pur lungo, merita di essere letto con profonda attenzione :

“LA VITA … al FINE VITA. Il titolo proposto per la mia riflessione

suggerisce il cammino che vorrei non sfuggisse a chi accanto a una persona che si avvicina al-“LA
FINE”, non può non sentire anche un’altra sfumatura che definirei spirituale-esistenziale e che si
pone come “IL FINE” della vita. “Homo sum, humanum nihil a me alienum puto” scriveva Publio
Terenzio Afro, nel II secolo a.e.v. e io mi sento totalmente immerso nel nostro umano. Leggo
anche questo incontro con gli occhi fissi sul dipinto di Van Gogh, usato per la locandina. E’ un
Van Gogh due mesi prima di togliersi la vita nel 1890, Il Buon Samaritano.

Era forse una richiesta di aiuto?

Non so se avete presente il romanzo di Fukazawa Shichiro: “Le canzoni di Narayama” (film nel
1958 e poi nel 1983). Leggenda, ma con una sfumatura storica anche nell’inconscio collettivo e
narrato poi in diverse versioni. Come quella del figlio di Orin, Tatsuhei. Lui non vorrebbe lasciare
sola la madre, settantenne, che vuole andare a morire, secondo la tradizione sulle montagne, e
permettere ad altri di sopravvivere con le poche risorse disponibili… soffre all’idea di doverlo
fare e non ha timore di andare contro le tradizioni per assicurarsi che la madre non soffra
troppo. Quello che emerge alla coscienza, leggendo, è che “la morte e la decisione di morire”
prima di porsi come un dilemma etico, politico o di puro utilitarismo sociale… è dramma insito
nell’essere umano, nel significato che diamo a: Vita, sofferenza, morte, relazioni e affetti…
L’emergenza di queste sfumature esistenziali è anche frutto evolutivo della cultura spirituale dei
popoli. Il richiamo di associazioni e istituzioni religiose al rispetto della vita, sempre, e del suo
significato non è fuori luogo. Come pure non mi sembra sia fuori luogo ricordare che VITA non è

solo respirare con strumentazioni sempre più sofisticate e che permettono
di far finta di vivere allungando, forse inutilmente, l’agonia.

Sento che alla persona non si dovrebbe negare il diritto di decidere quando il vivere che sta
vivendo non è più “IL FINE della LA VITA” che desidera continuare a “vivere o portare avanti”.
Considero questa mia introduzione una specie di Abstract per sottolineare il senso della mia
esperienza umana e spirituale accanto a chi ho avuto modo di accompagnare verso il “confine
vita-morte” rispettando la persona e non solo le leggi e tradizioni. Sento anche il polso di una
nuova cultura spirituale in arrivo tra la gente e i giovani e che non è mancanza di rispetto.
Il RISPETTO nasce dentro la persona che vogliamo rispettare, non è regalo del diritto positivo. E’
come un fiore che dobbiamo saper cogliere, è come entrare dentro il suo vissuto e
accompagnare il cammino. Per questo si rispetta la vita anche quando si rispetta il desiderio di
lasciare andare una vita che non è più vissuta come vita. Non è solo un cuore che si ferma o un
corpo che appena respira con un aiuto esterno, ma è il fermarsi della mente, della capacità di
muoversi liberamente, dei pensieri, delle speranze, dei sogni, del desiderio di vivere… Sento,
ripeto, che non si dovrebbe negare alla persona la ultima sua libertà di poter decidere, se vuole,

di…. ANDARE e lasciare un vivere che non è più VITA!

Il Buddhismo Zen, per arricchirci della ricchezza altrui, insegna che la malattia e la morte sono
parte della vita, sono due aspetti della stessa realtà. Siamo noi che le separiamo e dunque
soffriamo. Rischiamo di interpretiamo malattia e morte come un’ingiustizia, piuttosto che come
un evento naturale. In un fiore che cade non c’è errore.

Riflettendo su questo, mi sono messo a pensare:

“L’uomo pensante accetta un orizzonte sempre mutevole. Non è colui che non si pone dei dubbi
vivendo solo di certezze bensì chi, stupito e meravigliato si rimette ogni volta in gioco facendo
della domanda e del dubbio la molla vitale per una ricerca onesta…”. Lo diceva durante uno dei
suoi incontri con la “Cattedra dei non credenti “a Milano, il card. Martini. Insieme a Don Dante

Bernini (nella foto) che conosciamo bene e ad altri che ho incontrato lavorando e imparando in giro per il
mondo… li considero maestri di pensiero e di vita. Come l’amico Dr. Lanzetti sa bene, non vivo
congelato nei dogmi siano essi religiosi o ideologici. Il dogma racchiude nel linguaggio del tempo
la ricerca della verità, ma potrebbe anche nascondercela nel linguaggio. Esiste una evoluzione
anche nella ricerca della verità. E noi siamo persone pensanti… nel rispetto e nell’impegno di
mai mancare di rispetto alla vita, ma di tutta la vita. Anche della vita che si avvicina alla sua fine
perché anche la fine della vita fa parte della vita. La vita nasce, ma anche la morte ha diritto di
nascere.
Norme e leggi sono necessarie per evitare il “fai-da-te” pericoloso se in mano a mestieranti
informati ma senza saggezza empatica-spirituale (che non vuol dire confessionale), ma leggi e
norme debbono essere lette per servire al meglio la vita umana sofferente, non renderla
inutilmente sofferente e agonizzante. Permettetemi di citare da una poesia di K. Gibran che tra
l’altro ha sofferto molto per la sua dipendenza dall’ alcol.
… Maestro, vorremmo chiederti della Morte. E lui disse: Voi vorreste conoscere il segreto della

morte. ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
… Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della
vita. Poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

… Vita e Morte sono il volto della esistenza,
uno con l’altro, non uno contro l’altro.

La poesia, come l’arte in genere, non è antiscientifica. Ci aiuta a penetrare la verità, sempre
punto di riferimento anche se lontano. Un vero scienziato ama anche i voli dell’arte… la bellezza
dà ali alla scienza, alla ricerca di conoscere-sapere e che non si esaurisce sui tavoli del
laboratorio e dei computers, ma la conduce lontano. Certamente vi è noto il neurochirurgo
Giulio Maira e il suo “Il telaio magico”. Nel capitolo ottavo: “Tra la vita e la morte”, riesce a unire
con profondo rispetto e saggezza: scienza medica, cultura poetica e un umanesimo ricco di
umanità.
E poi la sua esperienza nella case di Madre Teresa a Kolkata, ha riportato alla mia mente il
tempo passato a Kalighat, nella “Home for the dying”, per i morenti raccolti nelle strade. E
quanti dubbi sorgono quando si condivide la vita con chi la sta lasciando. Se la fede non può
ignorare la scienza, è anche vero che la scienza non può ignorare la fede… quella seria almeno,
non quella che sopravvive di devozioncelle congelate non raramente alienanti anche se in certo
modo rassicuranti. Interessante a riguardo leggere, se avete tempo ve lo consiglio, una
testimonianza-intervista con l’astrofisica Margherita Hack deceduta nel 2013: “Dialogo di una
atea con un prete” (2012). Il prete che conoscevo bene, Pierluigi Di Piazza, è deceduto nel 2022.
Vorrei affrontare allora, con serenità e rispetto, i dubbi o almeno le domande che ci si pongono
davanti, quando dobbiamo affrontare il tema, a volte scivoloso o fluido, del FINE VITA… che non
è solo una fine, ma: la “Fine della Vita” e della quale fa parte anche la morte, soprattutto
quando la morte reclama la sua presenza.
In Italia non possiamo non tener conto della presenza di un pensiero che potrebbe essere
alternativo, a volte contradditorio, ma che ultimamente si è molto ammorbidito e meno
belligerante, quello della Chiesa Cattolica di cui io faccio parte, anche se non come servo
incatenato e non pensante. Accenno solo alla delicatezza colta e spirituale del Card. Martini,
espressa nel settimanale l’Espresso il 27(4/2006 e poi nel libro con il Dr. Ignazio Marino nel 2012
(Credere e Conoscere). La parola “assassinio” per chi aiuta la richiesta della morte volontaria,

non la vedo più usata eccetto che in alcuni gruppi un po’ troppo… troppo! Se leggete del
Vescovo V. Paglia, portavoce vaticano per questi delicati temi… è delicatissimo e rispettoso.
La Chiesa ha certamente il dovere e il diritto di dare voce alla propria opinione e di proporla ai
credenti, ma non credo quello di imporre con leggi civili la propria visione a chi ne ha una
differente. Ho vissuto questo dibattito in Canada quando il governo iniziò a legiferare sulle
unione omo-affettive. La Chiesa può proporre un cammino, non imporlo condannando chi ne
segue altri.

Il punto chiave: la… “FINE VITA”…

La letteratura a riguardo è ormai a disposizione di tutti. Non vedo la necessità di dirvi quello che
sapete. Per curiosità:
1. Le sentenze della Corte costituzionale… sono rispettose anche se, non so come, ma
dovranno poi trovare una forma giuridica. Importante per ora è comunque far maturare
una coscienza collettiva che rispetti non le paure ma il buon senso.
2. Ci sono gli studi comparati delle diverse nazioni a riguardo…
3. Le proposte dei movimenti per la libertà di decisione…io ho seguito il movimento di Luigi
Coscioni e ho anche la loro proposta di DAT che non è molto differente da quella
proposta in “Aggiornamenti sociali” di ispirazione cattolica. Le ho confrontate in sinossi.
4. La Chiesa come già detto, ha fatto passi da gigante anche nel linguaggio… recentemente
dopo la decisione della regione Toscana, i vescovi sono entrati in merito e non potevano
evitarsi di farlo, ma con toni molto rispettosi.
5. Si deve entrare nel contesto umano delle persone e guardare con occhi umani non come
giudici delle norme legali. Il recente “Lessico sul fine vita” (LEV, 2024) non è un manuale
di condanne, ma di riflessioni attente e rispettose di tutti.
6. Il volume edito dall’Ordine degli psicologi del Lazio: “Sofferenza e desiderio di morte” (a
cura del Tavolo di Lavoro, maggio 2023) lo firmerei anche io.
Mi permetto di sottolineare di nuovo che quando parliamo di rispetto della persona e della vita
non dobbiamo dimenticare che la morte fa parte della vita e quindi anche la morte va rispettata,
quando si presenta per entrare nel cammino della vita. Non vedo più la morte come condanna,
ma come l’altra faccia della vita. Non la desidero, ma non prego nessuno che non arrivi… tanto
arriva, con o senza preghiere. Non si può giocare a nascondino mettendo in mostra una vita non
più vita anche se respira, spesso in maniera artificiale, quindi non naturale almeno che non sia
strumentale per riprendere la vita, quella vera. Una cosa è essere più o meno intubati per
aiutare la guarigione (a me è capitato due volte, a Toronto e a Viterbo) e un’altra esserlo per
fare un dispetto alla morte che vorrebbe entrare e bussa alla porta di un corpo ormai senza
futuro di vita vera. Perché vita: è respirare, è guardare e vedere, è parlare e comunicare, è
pensare, è progettare il possibile, è come nel mio caso: viaggiare, incontrare persone e problemi
per risolverli, è scrivere e discutere… è tante cose. Arriva il momento in cui, tutto considerato,
non c’è futuro possibile o desiderabile. La tecnologia può anche aiutare a respirare, ma non
sempre a VIVERE la VITA.

Abbiamo davanti a noi situazioni che conoscete bene:

1. La Morte Cerebrale come definita nell’incontro a Harvard nel 1968 e quanto scritto nel
DMS-5.

2. Il Coma Irreversibile? Condizioni generali che crollano e lasciano solo sofferenza a volte
neppure sofferta perché sedata, ma visibile… Non si tratta di FAR morire, ma di LASCIAR
morire senza accanirsi.
3. L’Accanimento terapeutico è ormai considerato una forzatura quasi disumana. Molta
della nostra tecnologia permette di far sembrare vita quello che vita non è e che in tempi
passati sarebbe stata morte naturale. Il Papa Francesco stesso, da quello che hanno
detto i suoi medici, non lo ha voluto.
4. l’EUTANASIA diretta non ha spazio legale (confronta anche il British Medical Journal nel
2012 dopo un incontro tra esperti nel campo). In alcuni casi, sempre più frequenti negli
ultimi anni, è però emerso il desiderio-diritto del soggetto di porre fine al suo stato
5. l’ EUTANASIA indiretta o MVMA = Morte (Volontaria) Medicalmente Assistita
interrompendo interventi chiaramente non utili alla vita ormai alla fine.
6. La SEDAZIONE profonda per non far soffrire, che non è un accelerare la morte, ma dare
dignità alla vita che è giunta al termine. Così l’omissione di trattamenti di sostegno vitale
o limitazione degli stessi (nutrizione e idratazione artificiale), per usare un eufemismo,
soprattutto se concordata in stato cognitivo presente e attivo, non dovrebbe essere una
“non opzione”. Io per me la sottoscrivo. Li ho avuti, ma per poter guarire e tornare a
vivere come vivevo. Ho assistito recentemente alla fine di una amica di Viterbo. Era
all’Hospice di una casa di cura. La sedazione profonda per la quale ci trovammo
d’accordo aveva lo scopo di ridurre il dolore insopportabile, ma avrebbe anche ridotto la
coscienza e forse accelerato l’arrivo della fine che era chiaramente in arrivo. Ci
guardammo negli occhi con i famigliari e accettammo senza timore la realtà. Si stava
aiutando la vita ad andare, senza far soffrire, non la si stava uccidendo.

7. E poi il SUICIDIO assistito, nodo della riflessione attuale. Di nuovo, preferirei dire: “Morte
Volontaria Assistita”.
E’ possibile che il desiderio E LA RICHIESTA di POTER MORIRE sia “suggerito” dalla stanchezza di
soffrire, di vedersi inutili, di peso, senza futuro di vita attiva… Il desiderio del soggetto deve
essere perciò chiaro e senza dubbi di interpretazione. Ci si potrebbe certamente trovare di
fronte a una richiesta-possibilità da considerare con rispetto. Mi faccio una domanda: se è “non
prudente” mettere in mano agli O.S. la decisione di porre fine alla vita delle persone (Eutanasia
diretta), allo stesso tempo sarebbe corretto condannare chi aiuta, a richiesta, il soggetto a porre
fine alle proprie sofferenze? Che dire di questo? Questo desiderio profondo e continuo, non solo
una ideazione transitoria, credo vada rispettato quando espresso da un soggetto cosciente.
Dobbiamo ovviamente rispettare chi volesse continuare a lottare nonostante tutto.
Recentemente a Canepina, sabato 29 marzo scorso, Italo Leali malato di SLA, ha condiviso la sua
testimonianza. Un intervento commovente, quando ha detto: “ho pensato di lasciarmi andare…
(morte volontaria?), poi mi sono ripreso grazie ai miei famigliari e amici…”. Qui c’è il desiderio e
il diritto di esser aiutato a vivere. Cito anche un caso nelle Marche, che ho conosciuto tempo fa,
Vitaliano Scocccia. E’ deceduto il 25/12/2024. Insieme al suo amico assistente spirituale ha
anche scritto un libretto negli anni 2020-21. Il titolo: “Pensieri su Dio in un corpo di marmo”.
Lucido e sempre presente, ma con il corpo sempre più irrigidito. Decise quando era ormai
immobile di andare presso la comunità di Capodarco e prepararsi a morire lì. La famiglia lo
aveva sempre curato con amore e attenzione. E non prese bene la sua decisione di andare in un
centro per finire la sua vita senza disturbare. Non ha mai espresso il desiderio di finire la sua
vita. Viveva la sua condizione con forza e eleganza, direi. Nella amicizia e affetto di tanti aveva

trovato la sua forza. Cito Ivan Illich, sociologo e libero pensatore come amava definirsi (+ 2002)
che invocava una società che riuscisse a sostituire ai valori tecnici il valore etico e di rispetto
(passando dalla produttività alla convivialità). Diceva: “Ognuno di noi dovrebbe avere un amico
che lo possa accompagnare alla morte stringendo la mano…”… anche se desiderasse veramente
e chiedesse di poter … morire! C’è un camminare nella vita e c’è un avviarsi alla fine della stessa
e come rispettiamo chi desidera vivere dobbiamo, ritengo, rispettare anche chi desidera porre
termine a un respirare che non è respiro di vita, ma solo respiro con occhi non sempre vigili.
Questo non deve ovviamente allentare la nostra attenzione a far si che il paziente non si senta
solo e abbandonato a se stesso. Per questo, parlando di mano amica, la collaborazione con gli
O.S. in questi momenti cruciali è indispensabile per aiutare sia la persona malata che la famiglia
in pena. E il rispetto poi per la visione spirituale del soggetto e famiglia, che non è appartenenza
a una religione anche se può esserlo… (vedi Manuale Lazio: 27-34), aiutando chi si avvicina alla
fine della vita. Stando presenti in quel momento impariamo molto noi stessi. Chi sta morendo ci
sta aiutando a rispettare la vita. Stiamo aiutando chi non ce la fa più neppure a mangiare o altro,
ma sono loro che stanno aiutando noi a crescere in umanità mentre li laviamo, li imbocchiamo,
li carezziamo… Quando ho accennato a questo durante il funerale della mia amica di cui sopra,
ho visto i famigliari piangere e gli altri molto attenti. Dobbiamo allora anche sostenere gli O.S.
nel “burn-out o compassion fatigue”. Non è facile per loro. Facendo questo ci stiamo educando e
spinti a educare. Dobbiamo anche educare la gente a prendere atto del DAT e a non avere
timore di dare, anche senza esserne felici, il saluto di arrivo alla morte che sta arrivando. Poesia
vero? Ma rispettare la vita vuol anche dire rispettare la morte sempre rispettando anche gli
ultimi bagliori di vita. Dobbiamo avere un equilibrio emozionale non comune per vedere, capire
e poi… decidere. Un aiuto nelle decisioni, può venire dalle disposizioni del soggetto fatte in
anticipo. Il DAT proposto da Aggiornamenti sociali (mi pare nell’agosto-settembre del 2020 e di
estrazione cattolica) è abbastanza chiaro e comprensivo.
Nessun ministro della religione, credo, si permetterebbe di rifiutare il servizio religioso a chi
desiderasse una opzione non contemplata nelle direttive della cultura cristiana cattolica.
Quando è stato proibito il rito religioso in Chiesa per un caso ben noto (il Card. Ruini a Roma?)
per me fu un errore madornale e io non lo avrei rispettato. Ma si era in un contesto belligerante
e polemico, dove le battaglie ideologiche vincevano sul buon senso e sul rispetto.
C’è ancora tanta cultura religiosa vecchia di secoli appiccicata alle istituzioni e a tanti devoti, con
buone intenzioni forse, ma surgelati. Detto questo e ripeto, rispetto per la vita è rispetto per la
VITA non per una “non vita” che respira artificialmente. Soprattutto se c’è una dichiarazione-
desiderio del soggetto a riguardo, come il DAT, quello di spegnere una candela spenta che solo
sta fumigando con una scintilla sullo stoppino. Per me… non desidero nessun artificio tecnico o
chimico se la vita mi sta dicendo che è arrivata l’ora.
Resta il nodo del “Suicidio Assistito”. La parola SUICIDIO fa sussultare… Dovremmo forse usare
una espressione differente: “Morte Volontaria Assistita”?
Questa condizione va letta nel contesto di condizioni e di una sofferenza non più sopportabili e
che viene richiesto dalla persona stessa. Il caso di Dj Fabo (+ 27 luglio 2022, alle 11:40 morde il
pulsante per morire) ha smosso un po’ l’attenzione pubblica e l’intervento del legislatore anche
dietro la spinta della Corte costituzionale. Il Suicidio Assistito è stato in certo modo non
criminalizzato in base alla sentenza della Corte Costituzionale 242/2019+135/2024.

E sono stati individuati 4 requisiti che possono giustificarne il ricorso: La presenza di una
patologia irreversibile; Una grave sofferenza fisica e psichica; La piena capacità di prendere
decisioni libere e consapevoli; La dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.
Non stiamo uccidendo una vita, in certe situazioni. Stiamo aiutando una persona che non ce la fa
più a portare avanti uno spiraglio di vita apparente e che non è vita. Vi parlo di un caso, sui
generis e, forse fuori contesto, che mi è stato raccontato da una persona dopo un pranzo dove ci
trovammo casualmente insieme… ma è un caso estremo e non vorrei trovarmici.
Questa persona (confidente)… si trovava nella campagna di Russia 1942-43 nella zona del Don (a
Nikolajevka). 230.000 uomini erano coinvolti nella disfatta di Stalingrado, dei quali poi più di
85.000 furono tra morti e dispersi (da Treccani). Questa persona e un amico erano riusciti a
scappare. Fuggendo l’amico mise un piede su una mina antiuomo e si trovò con una gamba e un
braccio lacerati e sanguinanti. Si avvicinava la notte e gli animali avrebbero fatto strage di lui.
Non poteva muoversi né essere aiutato. Urlava dal dolore. Si rivolse all’amico e disse: “per
favore fammi morire, fammi morire. Tu devi andare, altrimenti sarà anche la tua fine”. Posso
immaginare quei minuti di dramma interiore dei due. Dopo un attimo il mio confidente disse:
“chiudi gli occhi perché se mi guardi non ci riesco”… e sparò. Per anni e anni si portò nel suo
animo quella scena e quello sparo… Non so cosa lo convinse a chiedermi di parlarne… Lo lasciai
parlare, a piazza Fontana Grande, seduti sugli scalini della chiesa di San Giacomo. Non so per
quanto tempo… parlava, ripeteva e piangeva e ripeteva… alla fine mi domandò: “avrò fatto un
peccato grave?” Lo presi per le mani e gli dissi sussurrando quasi: “… il tuo amico ancora ti
ringrazia… Dio avrebbe fatto lo stesso”. Gli dissi ancora: non lo hai ucciso. Lo hai liberato da una
morte atroce. E’ una delle poche volte che ne parlo, perché questo è un contesto di persone
serie. Contemplare insieme: rispetto per la vita e rispetto per l’arrivo della sua fine senza
accanirsi. Lo vedo visitando le case di cura nel viterbese: a Villa Serena c’è don Giulianelli, che
conoscete; l’ho visto a Kalighat, Kolkata, nel centro moribondi di madre Teresa; a Casey House
Toronto con i malati terminali di HIV+-Aids; in Uganda a Lachor con i medici Corti-Teasdale; a
Simiatug Ecuador tra i Quechua… Ho visto la morte in tutte le sue forme, anche quella che
raccoglie una vita ormai spenta. Tutti, compresa la famiglia che soffre e ha timore, hanno
bisogno di una mano amica che ascolta e rispetta, anche nel silenzio. Per capire come
comportarsi ci vuole tanto rispetto per le persone… Debbo dire che girando per cliniche e
ospedali è raro incontrare professionisti con competenze nella mente, ma senza anima… Anche
perché aiutando chi sta male e ormai verso la fine, siamo noi che impariamo: delicatezza,
ascolto, attenzione, finezza, rispetto… è VITA che ci viene donata da chi la sta lasciando.
Concludo:
Vorrei imparare a vivere servendo la vita e imparare a morire senza impedire che arrivi…
facendo finta di vivacchiare senza vita o di “moricchiare” pensando di vivere. Qui non bastano le
leggi e i protocolli, ci vuole la saggezza che nasce dal rispetto vero per le persone, per la vita e
per la morte. MORTE non è solo un cuore che si ferma o la morte cerebrale, ma, ko abbiamo
meditato, anche è la morte della mente che pensa, dei pensieri che non riescono a pensare,
delle speranze sogni e progetti che si spengono, del desiderio di vivere che non desidera più,
della capacità irreversibile di relazionarsi creativamente… Quando toccherà a me l’ho detto a
mio nipote medico, fate quello che vi pare. Non mantenetemi in una apparenza di VITA con le
diavolerie tecnologiche che saranno sempre più sofisticate… non mettetemi un cuscino sulla
bocca, ma neppure troppi tubicini. Lascio tutto quello che può servire agli studenti di anatomia…
Mi ripeto vero?… Non ho nulla da insegnare, ma un invito, per me e tutti noi, quello di far
crescere nella nostra coscienza di professionisti con competenze medico-legali e anche
sensibilità spirituale-religiosa, una attenzione non burocratica alla sofferenza. E’ la cultura del

rispetto di cui parlava spesso Papa Francesco, parola che certamente continuerà ad essere
vissuta nella Chiesa e nella società: quella di crescere nella saggezza, nel buon senso e
profondamente radicati nel rispetto per la vita e per la morte. Non facciamo soffrire le persone,
né chi sta andando o vuole andare, né chi resta. Di sofferenza ingiusta in giro per il mondo ce n’è
anche troppa.

Grazie per avermi permesso di riflettere insieme
e di uscire da questo incontro con un pizzico di Umanità in più.”

Ancora una volta, una volta in più : Grazie don Gianni.

 

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