Il lavoro e l’edificazione della pace: Messaggio dei
Vescovi per la Festa dei Lavoratori del 1° maggio 2026.

In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti
bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle
condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova.
L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una
fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e
cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere
con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra.
Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano
tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza
conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità.
È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il
grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona.
Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività
umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra
dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene,
quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio
mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall'uomo e dal mondo»
(Laborem exercens 27).
Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica
della società”, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in
particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio
delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e
su quello delle aziende.
Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la
guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza
della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di
sterminio e grandi opere di pace.
Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza
fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi
Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace
contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici
distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si
smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i

lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza
aver tentato tutto per poterle evitare.
Ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV ha ribadito:
«[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno
sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale
sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari.
[…] Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi
sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale».
Viviamo, inoltre, in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti
si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo
anche le attività industriali e informatiche.
Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del
riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi
ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se
non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in
tutto il mondo.
Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà
politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo
hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo
l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire
che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della
profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un
popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno
più nell'arte di eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a
immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari (cf.
Francesco, della guerra» (Is 2,4).
Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove
generazioni, per Messaggio per la LVIII Giornata mondiale della pace Rimetti
a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024).
Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe
ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato
papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026,
ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale.
Rileggendo la recente Nota pastorale dei Vescovi Educare ad una pace
disarmata e disarmante, sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario
rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, «irrobustendo i
vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti

bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati
in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani» (138).
Inoltre, occorre vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che,
sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono
all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno
militare da parte dei governi» (139).
Va sostenuta anche la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede
come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili. Il venerabile
Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste
parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica
di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla
costruzione di strumenti di morte.
Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori,
la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a
migliorare la qualità della vita».
Questo auspichiamo anche noi oggi: che ci sia una coraggiosa riconversione
dal militare al civile, come incoraggiava lo stesso Giovanni Paolo II il 12
novembre 1983 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze:
«Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita».
Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua
natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la
neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance».
Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il
grande inganno.
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL
LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE.

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