MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAPA
LEONE XIV PER LA LX GIORNATA
MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI
SOCIALI DI DOMENICA 17 MAGGIO 2026
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Custodire voci e volti umani
Cari fratelli e sorelle!
Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona;
manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento
costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per
definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola
“volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte
allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine
latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un
suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.
Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati
a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola
che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i
secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei
tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé
stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente
(cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di
Gesù, Figlio di Dio.
Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale
proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha
impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa
vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire
volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo
riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di
algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una
vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si
manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.
La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia
invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali
della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci
e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e
responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come
intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi
informativi, ma invadono anche il livello più profondo della
comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.
La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i
volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi
stessi. Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le
opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza
artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le
opacità, i rischi.
Non rinunciare al proprio pensiero
Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi
progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media –
redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e
penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo
come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di
persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi
algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e
aumentano la polarizzazione sociale.
A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico
all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di
ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni
consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di
pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di
distinguere tra sintassi e semantica.
Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di
compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero,
accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a
lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e
comunicative.
Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno
assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di
testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana
rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta
“Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori
passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità,
senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di
musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di
addestramento delle macchine.
La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o
riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi,
crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di
strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato
di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del
coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale.
Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie
funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia
seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come
persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro
volto, e silenziare la nostra voce.
Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà
Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così
sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri
umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”. Gli interventi non
trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti
pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su
grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando
sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso
una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La
struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è
capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione.
Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente,
è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più
vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre
che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti
nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e
occupare la sfera dell’intimità delle persone.
La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo
avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche
ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò
avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA
addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno
un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e
somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità
di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale
possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza
dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.
Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è
quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a
trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono
plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a
loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i
pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di
trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non
adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere
intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e
approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.
Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può
anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele,
appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in
una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile
distinguere la realtà dalla finzione.
A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi
che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in
realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a
volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle
fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un
continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi
dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile
per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia,
smarrimento e insicurezza.
Una possibile alleanza
Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo
una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati
recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno
2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina
una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico
dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare
sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana –
compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa
rendere realmente conto.
La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale,
ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere
ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle
persone umane, affinché questi strumenti possano veramente
essere da noi integrati come alleati.
Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre
pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione.
Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a
seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di
visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere
informati. Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria
responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.
Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi
che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico
criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione
lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in
cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.
Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e
responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai
sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli
sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli
utenti.
La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai
regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto
della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare
le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la
diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando
l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione
ingannevole.
Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro
volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la
battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla
fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La
fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la
trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I
contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in
modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la
paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli
altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un
servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità,
ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti
e su uno standard elevato di qualità.
Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da
solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance
dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia.
Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori,
dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai
giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e
rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e
responsabile.
A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità
personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti
e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle
informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi
psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità
e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e
responsabile cultura della comunicazione.
Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi
educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media,
all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già
promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro
contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano
la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito.
Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in
iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo
anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si
sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti
tecnologici.
L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a
non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma
a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione
esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate –
fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri
dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di
contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in
modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria
immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per
evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e
comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake
che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro
consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva
l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla
novità, così anche la rivoluzione digitale richiede
un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e
culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra
percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali
sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati
contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come
possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia
della IA.
Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona.
Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la
più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni
innovazione tecnologica.
Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando
per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che
lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di
Sales.
LEONE PP. XIV
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[1] “Il fatto di essere creato a immagine di Dio significa che
all’uomo, fin dal momento della sua creazione, è stato impresso un
carattere regale […]. Dio è amore e fonte di amore: il divino
Creatore ha messo anche questo tratto sul nostro volto, affinché
mediante l’amore – riflesso dell’amore divino – l’essere umano
riconosca e manifesti la dignità della sua natura e la somiglianza col
suo Creatore” (cfr S. Gregorio di Nissa, La creazione dell’uomo: PG
44, 137).
