Oggi, 14 luglio 2026 guardando il Telegiornale delle 13 ho visto un breve reportage da
Parigi sulla parata militare a Parigi che si svolgeva per celebrare in modo solenne la Festa
Nazionale Francese.
Mi sono venuti in mente i miei cinque anni vissuti a Parigi, la città, i grandi boulevard, i
monumenti, le chiese, i negozi e soprattutto la gente.
Nonostante le differenze linguistiche e culturali siamo tutti uguali, figli della stessa terra
che per tradizioni chiamiamo con diversi nomi … e alla stessa terra, prima o poi, tutti
ritorneremo.
Un velo di tristezza mi ha preso mentre ricordavo la parata vista personalmente nel
lontano 2003.
Ho scartabellato fra i miei appunti, che prima o poi dovrò mettere in ordine, ed ho trovato
quello che cercavo: un mio scritto, ricordo lontano della stessa parata a cui ho presenziato
nella zona riservata ai combattenti e reduci.
Lo riporto così come lo scrissi 23 anni fa e spero che chi lo leggerà sostenga, come faccio
io, la speranza di una pace mondiale: abbiamo tante belle cose da condividere, non
sprechiamo il tempo che il cielo ci concede.
Gennaro Stammati
Verona – 14 luglio 2026
14 luglio 2003
Festa Nazionale Francese – Riflessioni durante la parata sugli Champs-Élysées
Alle prime ore di quel 14 luglio 2003 ero sugli “Champs” per vedere da vicino la parata che si
sarebbe svolta per onorare la festa nazionale francese.
Il mio biglietto d’invito recava un numero ben preciso ma quella mattina, nella confusione, mi trovai
dall’altra parte della strada senza possibilità di raggiungere il posto assegnatomi. Mentre cercavo
dove poter assistere alla parata militare, vidi che nella sezione riservata ai combattenti e reduci
c’era qualche posto disponibile. Chiesi permesso ad un vecchio militare che era lì in prima fila
vicino all’ingresso. Mi fece un cenno e mi permise di sedere accanto a lui.
Era un vecchio soldato di circa ottant’anni, aveva un viso segnato da profonde rughe, due baffoni a
manubrio, masticava tabacco e … gli mancava il braccio sinistro.
Non era molto loquace e, a parte un bonjour e qualche parola (direi non molto intellegibile per via
del suo accento, della mia non perfetta conoscenza del francese … o forse per colpa del tabacco
che, masticando, rendeva pastosa la sua bocca), non ci fu dialogo fra noi.
Intorno a me c’erano altri reduci, tutti in età avanzata, alcuni su una sedia a rotelle, molti con i
segni della guerra. Nonostante io sia nato esattamente al termine del secondo conflitto mondiale, e
quindi senza ricordi personali di quella immane tragedia, non mi sentivo fuori posto: i ricordi di
guerra trasmessimi dai miei genitori, dagli zii, dai loro amici e da persone incontrate lungo la mia
vita, mi facevano sentire vicino a chi aveva osato, aveva sofferto, aveva vissuto momenti di dolore,
disperazione, furore, paura …. Fra i ricordi che avevo condiviso c’era il freddo della guerra di
Russia, le scottanti sabbie di El Alamein, il rumore dei motori in volo di bombardamento sui cieli
della Germania, su quelli di casa nostra …. e il tremore della terra bersagliata da bombe e colpi di
cannone. Il tutto imperversava in un mondo impazzito.
La parata era imponente: sfilavano ad uno ad uno i diversi corpi, alcuni accompagnati da mezzi
militari, alcuni a cavallo, alcuni con le insegne dei paesi stranieri invitati per l’occasione. Sopra di
noi, gli aeroplani coloravano il cielo con il tricolore di Francia.
A metà della parata militare, su una camionetta scoperta, salutava la folla l’allora presidente della
Repubblica Jacques Chirac mentre la banda militare suonava la Marsigliese. In piedi la folla
cantava:
Allons enfants de la Patrie
Le jour de gloire est arrivé.
Contre nous, de la tyrannie,
L’étendard sanglant est levé,
l’étendard sanglant est levé,
Aux armes citoyennes !
Formez vos bataillons,
Marchons, marchons!
Q’un sang impur
Abreuve nos sillons.
Mi guardavo intorno mentre l’aria calda si vestiva di patriottismo, le bandiere giocavano col vento,
le voci avevano un timbro di esaltazione, e la gente medicava nell’oggi le ferite di tanti anni fa. Il
militare al mio fianco aveva una lacrima sul viso severo … chissà attraverso quale inferno era
passato, forse ricordava le sue ferite, la perdita di un commilitone o di un familiare o forse in quella
pazzia pensava a chi era stato costretto ad uccidere.
In quel momento mentre sfilavano le forze armate francesi e straniere, i carri armati, i missili, gli
elicotteri e gli aerei percorrevano i cieli, un’esaltazione collettiva irrompeva nei cuori dei presenti.
Qualcosa prese anche il mio cuore … non era patriottismo, non sentivo la pazzia di gesti eroici …
sentivo il pianto sommesso di una donna napoletana che frequentava casa mia negli anni ’40:
piangeva per il figlio morto sulle barricate del 1943 durante le quattro giornate; … sentivo l’urlo del
dolore straziante del soldato che un veterano, nel suo racconto, aveva trafitto con la baionetta; …
sentivo il passo cadenzato degli stivali chiodati, il fischio delle bombe, le preghiere delle donne.
Nelle lacrime del veterano al mio fianco vedevo solo il tramonto dell’umano e la perdita di ogni
dignità.
Tornando a casa riflettevo: l’utilità delle parate militari ha per me solo il significato di un memoriale
per chi non c’è più e di monito per i giovani di domani. Senza retorica onoriamo i caduti, militari e
civili, e proponiamo nei fatti il nostro impegno ad un mondo di pace troppo spesso violentato da
parole ampollose che tanto promettono e nulla mantengono.
Gennaro Stammati
Parigi – 14 luglio 2003

