QUANDO MUORE UNA MAMMA
Mariella Zadro
Il 3 luglio ci ha lasciato Anita Clementel alla bella età di 93
anni.
Per la maggior parte delle persone, è una morte di vecchiaia
considerando la veneranda età.
Per noi, comunità di Castel d’Asso, Anita era la “dolce metà” di
Bruno sposato nel giugno del 1966, una persona con la quale
condividevamo: la Santa Messa della domenica celebrata da
don Gianni Carparelli; il commento dei fatti della settimana; le
ultime dimostrazioni d’affetto della splendida Heidi , una Border
Collie che la seguiva come un ‘ombra e il gustoso strudel che
orgogliosamente lei preparava per l’Agape fraterna a
conclusione della S Messa.
Ma, Anita era una donna, che ha vissuto un periodo storico
complesso affrontato con la dignità tipica di una donna trentina
con un bel carattere che sapeva affrontare con entusiasmo lo
scorrere della vita e soprattutto era una mamma.
Pierluigi e Paolo, i suoi figlioli, come abitualmente li appellava
ed era orgogliosa ricordare i loro impegni di lavoro, l’impegno
sociale e molto altro.
Domenica 7 luglio, eravamo tutti presenti nella chiesina di
Castel d’Asso vicini al marito Bruno, ai figli Paolo e Pierluigi, agli amici e conoscenti
per un saluto ad Anita.
Una cerimonia molto partecipata che ha coinvolto tutti i
presenti, in particolare quando al termine i due figli hanno letto
un ultimo saluto alla loro mamma:
“Cara Mamma, il 3 luglio ci hai lasciato. Era il giorno in cui ogni
anno ricordavamo la data dell’ultimo viaggio della Tua Mamma,
volata in cielo quando avevi 11 anni. Tra quattro giorni, l’11
luglio, avresti compiuto 93 anni. Avreste festeggiato i vostri
compleanni con papà e subito dopo i 60 anni di matrimonio, le
nozze di Diamante.
Ho avuto la fortuna di poterTi essere vicino per oltre un anno e
mezzo ininterrottamente, dal viaggio di Natale del 2024, e di
aver così potuto godere con Te le meraviglie che ci circondano.
I pranzi domenicali con papà, il ristorante Il Caminetto con la
vista sulle isole del lago di Bolsena, a San Martino al Cimino,
sulla Cassia.
Ogni giorno qualcosa di Te si indeboliva, eppure tu sembravi
ogni volta trovare nuove energie per essere con noi. Ci
chiedevi, a Paolo, papà, a Jacqueline e a me, di sederci accanto
al Te nella penombra per darTi delle carezze.
Ho capito solo ora che le carezze erano quelle che Ti erano
mancate con la morte prematura della Tua mamma Maria dopo
il bombardamento di Rovereto. Ed erano quelle che dispensavi
ai gatti randagi, ai cani che portavamo a casa da bambini, a
Heidi, a Silvestro, a Birba, a Marianna, a Sophie, a Rosetta. E
loro ricambiavano l’affetto.
La carezza che Ti ho visto dare al ragazzo del Pakistan del
barbiere o, quando eravamo bambini, ai ragazzi meno fortunati
dalla vita del quartiere del Murialdo.
Anche Don Paolo, che oggi ci accompagna in questo ultimo
saluto, ha ricordato in questi giorni il nostro viaggio a Tuscania
all’indomani del terremoto di Tuscania del 6 febbraio 1971, per
portare coperte e vestiti nella tendopoli che la Croce Rossa e
l’Esercito avevano allestito, nel freddo inverno della Maremma.
Ti vedevo come una Mamma severa ma divertente, con le
parrucche, con le amiche a prendere il thé, persino a fumare
negli anni 70. La mamma che leggeva di tutto, che ritagliava
articoli per me per quando tornavo da Roma, da Bruxelles o da
Londra.
La mamma che sciava in montagna e nuotava nel mar Jonio.
Che mi raccontava delle salite in montagna, degli incidenti
paurosi dei tuoi amici. Dell’amicizia con alpinisti come Cesare
Maestri, o dei personaggi che il destino della famiglia Ti aveva
fatto conoscere e incontrare durante la vita, le cui storie ci
avevi trasmesso e ci hanno plasmato. Che mi diceva di non
arrendersi mai, e che mi ha sostenuto nelle scelte di studiare a
Roma, di vivere a Roma, prima, e poi a Bruxelles, Milano, e
infine a Londra e Cambridge per 20 anni. Che non mi lasciavi
partire, nel gennaio 1996, con la Seat Marbella, da Villa
Ausserer a Siusi per attraversare sotto la neve tutta l’Europa
per completare il master a Bruxelles, a pochi giorni
dall’ammissione all’avvocatura. Che sostenne l’avventura del
dottorato britannico nel principale college inglese nella mia
materia. Che ha sempre creduto nelle mie battaglie, anche le
più difficili da vincere.
Penso oggi al tuo legame con l’allora colonnello Chiti, poi
generale dei Granatieri di Sardegna e frate francescano, e con
la sua cognata Kathleen, la prima americana che io abbia
conosciuto. Testimoniasti nel processo di beatificazione
conclusosi a gennaio 2024 con il riconoscimento di papa
Francesco della venerabilità del nostro Amico che, ancorché
fosse un tenente della RSI, salvò dalla fucilazione e dalla
deportazioni ragazzi della sua stessa età in nome della valore
supremo della Vita, nelle Langhe e nel Cuneese del 1944-45.
Oggi vi ritroverete nella Luce al cospetto di Dio.
Sei stata vicina a papà per 60 anni di matrimonio, dopo gli anni
di fidanzamento a Bolzano, lui inviato come sottotenente di
prima nomina a difesa dell’ordine pubblico negli anni 60, dalla
sua calda Lecce alla fredda Bolzano.
E già questo legame bizzarro ha fuso in sé due mondi, quello
greco mediterraneo del sud Italia con quello alpino e
mitteleuropeo, al crocevia di due civiltà, quella Tirolese e quella
italiana.
Oggi le amiche ricorderanno le musiche viennesi che amavi.
L’amica Lisl che proprio qui salutammo 28 anni fa.
Ora è giunto il momento del saluto fisico. In realtà Ti sento
vicina e presente come non mai. La persona che mi ha amato
di più al mondo, e forse la persona che ho avuto la possibilità
di amare più a lungo al mondo, sento che sei veramente nella
stanza accanto, come nella celebre frase di Sant’Agostino.
Ti vedrò negli infiniti segnali che sapevi riconoscere, nelle
pianticelle che seminavi per casa, negli animaletti, nelle nevi
eterne, sulle cime delle montagne dove ognuno di noi un giorno
salirà facilmente.
Ti abbraccio per l’ultima vota con tutta la devozione del figlio.
Con tutta la gratitudine per i valori di giustizia e libertà che ci
hai trasmesso a piene mani. Proteggi Paolo, papà, me, la
nipotina Sofia e la cognata Francesca, le nostre famiglie e tutti
gli amici che in questi giorni ci sono stati così vicini da ogni
parte di Viterbo, d’Italia e del mondo e che oggi ringrazio di
cuore per la vicinanza.
Ave atque vale, Mater dulcissima. Pigi.”
